26 settembre 2009

Vergogna di Stato

L’ennesima conferma è arrivata dal gip del tribunale di Perugia. Il provvedimento di archiviazione delle accuse mosse contro Luigi de Magistris, Gabriella Nuzzi, Dionigio Verasani, Luigi Apicella e altri quattro magistrati di Salerno ha segnato un’altra importante tappa nella storia di un Paese ormai in declino

da antimafiaduemila

Il provvedimento è chiaro: non ci fu alcun abuso d’ufficio, non ci fu alcuna interruzione di servizio, non ci fu nessuna “guerra tra procure”. Soltanto una procura - quella di Salerno - che legittimamente indagava su un’altra procura - quella di Catanzaro – e che nell’ambito di quell’indagine – come avviene in decine e decine di altri simili casi - aveva eseguito un decreto di perquisizione e sequestro assolutamente lecito al quale era seguito un controsequestro tanto inedito quanto illegale.

Nessuna novità. Nel silenzio complice del mainstream mediatico diverse autorità giudiziarie, prima del Gip perugino Massimo Ricciarelli, avevano già riconosciuto la correttezza dell’operato di quei giudici, la legittimità dei provvedimenti emessi, i fini di giustizia perseguiti. Ma questo non è bastato a fermare le umilianti e ingiuste sanzioni professionali e personali a cui sono stati sottoposti: il giudice de Magistris obbligato a lasciare la magistratura, i pm Nuzzi e Verasani trasferiti, il procuratore Apicella sospeso addirittura dalle funzioni e dallo stipendio.

Prosciolti da tutte le accuse, ma ugualmente puniti. Per cosa?
Perché in un Paese che partorisce il “lodo Alfano” sono rimasti fedeli al principio dell’art. 3 della Costituzione Repubblicana?
Nel chiedere al Csm le loro condanne, il 9 gennaio del 2009, proprio il ministro della giustizia Angelino Alfano, uomo chiave del governo Berlusconi, aveva parlato di “eccezionale mancanza di equilibrio”, “assoluta spregiudicatezza nell’esercizio delle funzioni”, “assenza del senso delle istituzioni e del rispetto dell’ordine giudiziario” e “interpretazione distorta, da parte dei magistrati salernitani, della funzione e del ruolo del magistrato”. Lo stesso trattamento non era stato riservato ai magistrati di Catanzaro, sospettati – loro sì - di reati gravissimi, ai quali si è lasciato fare senza che la loro posizione fosse in alcun modo compromessa.

Il prossimo 5 ottobre, per i giudici di Salerno, si celebrerà il giudizio disciplinare dinanzi alla sezione del Csm. I soggetti chiamati a giudicare sono gli stessi politici e togati che già li hanno ingiustamente distrutti e il relatore sarà l’avvocato Michele Saponara, legale, guarda il caso, di Silvio Berlusconi.

La speranza, come si dice, è l’ultima a morire, ma l’epilogo sembra scontato. E intanto l’Anm continua a tacere.

Butera, denuncia carenze e viene licenziato

Licenziato perchè ha avuto il coraggio di dire che nella forestale siciliana non c'è sicurezza per i lavoratori. Si tratta dell'operaio di Butera che vide morire in un incidente sul lavoro un suo collega. I sindacati non avrebbero affrontato la questione in maniera giusta e l'operaio si è rivolto ad un avvocato che ora sta per presentare ricorso al Giudice del Lavoro. Video tratto dalla testata giornalistica Tg10

Il video: http://www.youtube.com/watch?v=R9sTtzG9yPQ

La lotta antimafia paga: estinti i debiti de ''I Siciliani''

Ci avviciniamo al 3 ottobre, una giornata consacrata al diritto di dire e di scrivere, mettendo intanto da parte una prima piccola, felice notizia...

di Claudio Fava
da L'unità

Il debito de I Siciliani, il giornale di Giuseppe Fava, è stato interamente coperto dalla sottoscrizione lanciata due mesi fa (e promossa, tra gli altri, anche dall’Unità).

Storia breve ed esemplare: la ricorderete. Si fa vivo il tribunale di Catania per pretendere, a un quarto di secolo dalla morte di Fava, il pagamento di un vecchio debito rimasto insoluto con i fornitori della sua rivista. Debito miserabile, qualche milione di vecchie lire, cresciuto silenziosamente come un tumore – tra interessi, more e balzelli vari - fino a quasi centomila euro. Da saldare in moneta sonante entro il 30 settembre pena la vendita coattiva all’asta delle case dei vecchi redattori de I Siciliani, poco più che ragazzini all’epoca dei fatti. Colpevoli di aver voluto tenere aperto nonostante tutto quel giornale e di esserselo caricato sulle spalle senza un solo lamento per molti anni dopo la morte di Giuseppe Fava.

Per la giustizia della mia città, così liturgica e benevola verso molti briganti, i debiti de I Siciliani (rivalutati a distanza di 25 anni) meritavano solo atti formali di confisca, esecuzioni forzate, vendite all’asta. Così non sarà perché all’appello hanno risposto in centinaia. Donne e uomini, quasi sempre a noi sconosciuti e forse per questo ancor più preziosi nella semplicità del loro gesto, quei dieci, venti o cento euro mandati non per solidarietà o per amicizia ma per legittima difesa: un paese che difende la propria memoria dai tentativi di rapina, che pretende rispetto per la verità delle cose. E manda a dire ai pignoli legulei di Catania che la storia de I Siciliani non è un fatto privato di alcuni giornalisti orfani del loro direttore né una cronaca di mafia e d’antimafia ma un grande racconto civile e collettivo che appartiene al paese.

È questo il punto: il buon giornalismo, la buona informazione non sono mai un atto d’eroismo: sono il principio informatore di ogni democrazia. E dunque patrimonio di tutti. Lo sono stati I Siciliani, e non solo perché il loro direttore è stato ammazzato dalla mafia. Lo sono stati per aver interpretato con giudizioso disincanto l’unica regola che valga in questo mestiere: o scrivi, o taci. Sulla verità delle cose non sono ammessi sconti né reticenze. Solo menzogne. Ma quello non più giornalismo: è altro. E in Italia il giornalismo spesso è «altro». È un guardare svagato, cortesia di modi, prudenza nelle domande.

Il 3 ottobre, quando ci ritroveremo in piazza, varrà la pena dircele, queste cose. Senza avere in mente solo le miserie del governo, gli affanni di Berlusconi, la sua corte di odalische. Dovremo ragionare anche sul nostro giornalismo, su chi lo interpreta con la muta disciplina del soldatino di piombo, su chi ha imparato troppo presto a chiedere permesso prima di capire e di scrivere. Parleremo di questo anche mercoledì sera, 23 settembre, alla Casa del Jazz di Roma. Un bel posto, confiscato agli artigli della banda della Magliana, restituito al paese e trasformato in un luogo di libere e preziose discussioni. Ci saranno molti amici che ci hanno dato una mano in queste settimane nella sottoscrizione per I Siciliani. Ciascuno leggerà qualcosa, di sé o di altri. Sarà un modo per raccontarci tutto questo tempo vissuto, e per ricordare un uomo morto per il vizio di dire.