7 novembre 2010

ENNESIMA AGGRESSIONE A UN GIORNALISTA IN RUSSIA

Se non ci fosse da piangere per quel che succede ai colleghi russi, bisognerebbe ridere

di Andrea Riscassi
da http://andreariscassi.wordpress.com/

Partiamo dal fondo, dalle roboanti dichiarazioni del presidente Medvedev che, dopo l’ennesima aggressione a un giornalista a Mosca, ha invitato il procuratore generale Juri Chaika “di seguire in maniera speciale l’inchiesta sul crimine commesso ai danni del giornalista del Kommersant Oleg Kashin”.

Sia perche’ Chaika (ex ministro putiniano della giustizia) e’ lo stesso che ha indagato sull’uccisione di Anna Politkovskaja, i cui assassini e mandanti se la godono da qualche parte nel mondo.

Sia perche’ alla fine, Medvedev ha semplicemente un ufficio stampa più efficiente e più occidentale di quello dell’attuale presidente del consiglio russo Putin e quindi se la cava con toccanti dichiarazioni, che diventeranno titoli sui giornali moscoviti e occhielli in quelli del resto del mondo.
Ma dietro il fumo di queste parole, poi non resta niente.
Siamo ancora in fiduciosa attesa che il presidente Medvedev faccia una conferenza stampa con le foto degli assassini di Natasha Estemirova. A luglio, a un anno esatto dall’impunito omicidio della collega in Daghestan, aveva annunciato: individuati i killer!
Puntualmente divenne un titolo di tutti i giornali, in Russia e non solo.
Sono passati 4 mesi e si sta ancora aspettando che si passi dall’individuazione all’arresto. Ma forse si chiede troppo.
Quando venne assassinata la Politkovskaja inorridii per il prungato silenzio di

Putin: parlo’ solo tre giorni dopo, a Dresda – nella citta’ dove aveva fatto la spia del Kgb fino alla caduta del muro – ma forse avrebbe fatto più bella figura a mantenere il riserbo.
Alla fine, alla luce del tempo che passa, finisco per preferire il velenoso silenzio putiniano a queste ipocrite parole del suo ex delfino, dette tra un viaggio in Ossezia del Sud e uno alle Kurili.
Resta il fatto che Oleg, giornalista trentenne critico verso il partito unico che guida Cremlino, governo e tutte le 89 realtà locali russe, e’ stato pestato a morte.
Non gli hanno rubato portafoglio o cellulare. Gli hanno dato una scarica di botte, spezzandogli ossa e ledendogli organi interni. Ora e’ in coma farmacologico.
In Russia, paese tra i più pericolosi per chi fa il nostro mestiere, anziché le querele si usano i pestaggi, il veleno, il polonio. E a volte anche i proiettili.
Veloci quasi quante le dichiarazioni dei politici.

Ma davvero voi italiani…

da il blog di Riccardo Orioles

A Corte.
Lui: “Non sono gay“. Bondi: “Meno male“.
Lui: “Ti nomino… Procuratore del Re“. Fede: “Grazie, Maestà“. Lui: “Visto che sei tu a procurarmele…“.
Lui: “Ma come faccio? Ho più di settant’anni!“. Lei: “Con l’ausilio della chimica e della fisica, Maestà“.
Nel giro di Mora, una delle troie meno simpatiche era Fabrizio Corona.
E la gente faceva a pugni per vederlo.

* * *
Ma davvero voi italiani…
Ma davvero lo state cacciando per una storia di troie? E la Fiat? E la mafia? E tutto il resto?

Catania: L'inchiesta "Iblis" svela i rapporti tra mafia e politica

Nell'inchiesta dei Ros appalti pilotati e rapporti tra politici ed esponenti di Cosa Nostra, sequestro di beni per circa 400 milioni di euro

di Cesare Piccitto
da liberainformazione.org

Catania - L'inchiesta "Iblis", da cui scaturiscono i numerosi arresti di oggi, porta alla luce una rete indefessa e capillare di affari tra amministratori pubblici ed esponenti di cosa nostra.

Tra gli arresti eccellenti del mondo della politica siciliana spiccano: Il deputato regionale dei “Popolari Italia domani” (Pid) Fausto Fagone, eletto all'Ars in quota Udc dal 2006 al suo secondo mandato. Dal 28 settembre scorso ha aderito al partito nato dalla scissione del gruppo di Saverio Romano e Salvatore Cuffaro dai centristi.

Il 28 giugno scorso, nell’ambito di un’altra inchiesta su presunte irregolarità negli appalti per i rifiuti solidi a Palagonia, comune di cui Fagone era sindaco, è stato rinviato a giudizio per abuso di ufficio, truffa aggravata, falso materiale e ideologico, e frode in pubblica fornitura, assieme a due funzionari comunali e a due imprenditori. Provvedimenti restrittivi anche nei confronti del consigliere della Provincia di Catania dell’Udc, Antonino Sangiorgi, dell’ assessore del Comune di Palagonia Giuseppe Tomasello, e dell’ imprenditore e assessore al Comune di Ramacca Francesco Ilardi.


Gli affari della mafia etnea:

L'operazione, che varca il confine siciliano, coinvolge esponenti di spicco di Cosa nostra e amministratori tra Sicilia, Lazio, Toscana, Emilia Romagna e Friuli Venezia Giulia. Il provvedimento, emesso dal gip Luigi Lombardo su richiesta della Dda della Procura di Catania, riguarda esponenti mafiosi, pubblici amministratori ed imprenditori del capoluogo etneo. I reati ipotizzati, a vario titolo, sono associazione mafiosa, omicidio, estorsioni e rapine. Le indagini di carabinieri del Ros hanno ricostruito le recenti dinamiche di Cosa nostra etnea, documentandone gli interessi criminali e le infiltrazioni negli appalti pubblici, mediante una capillare rete collusiva nella pubblica amministrazione.

L'inchiesta, denominata Iblis, è stata coordinata dal procuratore capo Vincenzo D'Agata, e dai magistrati della Dda Giuseppe Gennaro, Agata Santonocito, Antonino Fanara e Iole Boscarino. Indagato anche il presidente della Regione Siciliana, Raffaele Lombardo, che è estraneo al blitz, perché nei suoi confronti la Procura non ha richiesto alcun provvedimento.

A rendere nota l'esistenza del fascicolo fu un'indiscrezione del quotidiano Repubblica, il 29 marzo scorso, che fece scattare un'inchiesta sulla fuga di notizie. La Procura smentì invece l'altra anticipazione del quotidiano, che il 12 maggio scrisse che era stato chiesto l'arresto del governatore. Lombardo, che il 10 aprile ha reso spontanee dichiarazioni in Procura, ha querelato per diffamazione.


Il governatore sulla vicenda è intervenuto il 13 aprile in un'infuocata riunione dell'Assemblea regionale siciliana sostenendo di essere vittima di un complotto.

Le indagini dei carabinieri del Ros di Catania, che sono intrecciate con dichiarazioni su politici e amministratori, avevano al centro il boss Vincenzo Aiello della cosca Santapaola. Nell'inchiesta anche le dichiarazioni di almeno due pentiti: il "colletto bianco" Eugenio Sturiale e il sicario Maurizio Avola, esponente del clan Santapaola autoaccusatosi di oltre 50 omicidi. «Non è stata una indagine mirata esclusivamente o prevalentemente alla politica o verso qualche politico in particolare», ha dichiarato il procuratore della Repubblica di Catania Vincenzo D'Agata, precisando che «ogni riferimento riguardante il presidente Lombardo e risultante dalle indagini è stato oggetto di attenta valutazione, specie con riguardo alla sua valenza sul piano probatorio ed alla sua capacità di resistenza alle critiche difensive, non ritenendone, allo stato, la idoneità per adottare alcuna iniziativa processuale nei suoi confronti».


Operazione "Iblis" i nomi degli arrestati

Vincenzo Aiello detto "Enzo" gia' finito in manette, Aiello Alfio del 59, Alma Salvatore del 61 residente a Licodia Eubea, Fancesco Arcidiacono inteso " Francu u Salaru" residente a San. Gregorio del 60, Giuseppe Arena del 73 residente a Tremestieri, Giovanni Barbagallo del 49 residente ad Acicastello, Antonino Bergamo, detto "Nino" o "Antonio" del 60 residente a Paterno', Giovanni Buscemi, del 72 inteso "Faccia Tagghiata" residente a Paterno', Bernardo Cammarata inteso "Dino" del 72 residente a Tremestieri Etneo, Rocco Caniglia del 72, Angelo Carbonaro, del 68 residenete a Mascalucia, Salvatore Conti, inteso "Turi" del 50 residenete a Catania, Franco Costanzo inteso "Pagnotta" del 73 residete a Palagonia, Salvatore Di Bernardo, del 63 di Palagonia, Rosario Di Dio inteso "Saro" di Ramacca, D'Urso Giovanni, inteso del 55 "Pirilletto" di Catania, Giuseppe Ercolano, inteso "Pippo" del 36 di Catania, Mario Ercolano del 76 sempre di Catania, Fausto Fagone del 66 di Palagonia, Alfonso Fiammetta del 72 di Palagonia, Natale Fillomaro inteso " Nataleddu" del 74 gia' detenuto, Carmelo Finocchiaro, inteso "ringraziando il signore" o "geometra" del 74 di Castel di Judica, Pietro Guglielmino del 63 di Belpasso, Francesco Ilardi detto "Franco" del 67 di Ramacca, Mariano Incarbone del 60 residente a Misterbianco, Francesco La Rocca del 38 gia' detenuto, Graziano Lo Votrico del 74 residente Ad AciBonaccorsi, Francesco Marsiglione detto "Franco" del 58 residente a Tremestieri Etneo, Girolamo Marsiglione, dell'86 di Tremestieri Etneo, Michele Marsiglione del 60 residente a Misterbianco. Massimo santo del 51 residente a Catania, Sandro Monaco del 54 residente a Regabuto, Feice Naselli del 53 residnete a Tremestieri, Massimo Oliva inteso u "Nanu" del 72 residente a Palagonia, Pasquale Oliva dettu u "Massaru" del 57 residente a Ramacca Liborio Ioeni, del 50 residente a Catania, Francesco Pesce detto "Franco" del 52 residente a Catania, Giacomo Polizzi del 65 residente a Caltagirone, Rosario ragusa del 58 residnete ad Acireale, Sebastiano Rampulla del 46 residente 46 gia' detenuto, Vito Roccella del 58 residente a Catania, Antonino Sangiorgi, detto "Nino" del 63 residente a Palagonia, Agatino Santagati detto "Tino" del 58 residente a S.Agata Li Battiati, Vincenzo Santapaola, detto "Enzuccio" del 69 residente a Catania, Mario Scinardo, del 65 residente a Militello Val di Catania, Tommaso Somma detto "Tommy" del 59 residente a Castel di Iudica, Antonino Sorbera detto "Nino" del 64 residente a Catania, Giuseppe Tomasello, del 73 residente a Ramacca e Agatino Verdone del 62 residnete a Catania.

29 agosto 2010

Mc Donald's, Mc Puddu's e il problema dei Mc culurgiones

Il signor Puddu chiama Mc Puddu's il suo negozio e Mc Donald's lo diffida: scoppia la polemica contro i grandi grossi e cattivi. Interviene la Regione Sardegna

di Giampiero Zoffoli

Il 22 agosto l'agenzia di stampa Ansa ha battuto una notizia che ha fatto il giro d'Italia e un po' anche del mondo (è stata infatti ripresa dal "Guardian" inglese e anche da un paio di siti e blog coreani): McPuddu's sfida McDonald's. Insomma Davide, rappresentato da un piccolo imprenditore sardo (che vantava anche l'invenzione di McFruttu's) con un negozio a Santa Maria Navarrese era stato diffidato nientemeno che da Golia McDonald's. Solidarietà a Davide e fischi (con la sordina, non si sa mai) alla multinazionale dei fast food.

La storia finisce (o inizia) con la Regione Sardegna che prende posizione e pare difenderà nei tribunali il diritto di Puddu di chiamare il suo negozio McPuddu's basandosi anche sul fatto che "i culurgiones esistono da molto più tempo dei cheeseburger" come ha dichiarato l'assessore regionale dell'Agricoltura Andrea Prato. Il signor Puddu copre però con la scritta "censored" il "Mc" e lo sostituisce con un più italico e sardo "De Puddu's". A prescindere che i culurgiones ogliastrini (eccellenti ravioloni cuciti a mano di patate e formaggio) esistono forse dalla notte dei tempi è chiaro che aggiungere il prefisso Mc ad un servizio di ristorazione (oltretutto veloce) è un azzardo, visto che il marchio commerciale vale la "vita" di un prodotto e per una multinazionale rappresenta un valore quasi religioso.

"Non volevo sfruttare il marchio USA ma valorizzare il modo di mangiare veloce alla sarda a base di prodotti della nostra terra come i culurgiones (ravioli) in versione da passeggio", dichiara all'Ansa il giovane imprenditore sardo.

La Riforma Gelmini cancella "storia dell'arte"

La protesta degli insegnenti di Storia dell'Arte che hanno visto cancellare la materia dagli istituti tecnici e professionali. Chi curerà il patrimonio artistico italiano?

Gli insegnanti di STORIA DELL’ARTE della provincia di Varese
da http://www3.varesenews.it/

La Riforma Gelmini approvata qualche settimana fa dal Governo ha fortemente penalizzato la scuola italiana, soprattutto nell’ambito tecnico e professionale, andando a ridimensionare, accorpare o addirittura a cancellare intere discipline.
In questa politica di tagli, troppo spesso sconsiderati, è stata fortemente penalizzata anche la STORIA DELL’ARTE, quando invece gli organi istituzionali dell’UE ne hanno ormai riconosciuto la valenza formativa sul piano legislativo.

Con i nuovi quadri orari è stato purtroppo confermato quanto previsto nelle precedenti bozze: la decurtazione radicale della materia negli Istituti Professionali Turistici e negli Istituti Tecnici Grafici. Sembra incredibile ma tale disciplina è stata completamente eliminata in due tipologie di scuole che fino ad oggi la comprendevano nel proprio profilo formativo per un buon numero di ore (3 per ogni anno nel quinquennio del “Professionale Grafico” e 3+2+2 nel “Professionale Turistico”).

Da settembre i nuovi iscritti non avranno più la possibilità di vedere inserita questa materia nel proprio curriculum scolastico. Ci chiediamo quindi il perché. Quale logica abbia mosso il Ministro a optare per questo tipo di scelta.
Ci chiediamo come si possa eliminare in un istituto ad indirizzo turistico una materia volta a promuovere il patrimonio culturale che il nostro Paese possiede, considerato, tra l’altro, che il PIL del turismo culturale copre il 33% del PIL dell’economia turistica italiana per un valore di circa 54 miliardi di euro (Rapporto presentato da Federturismo Confindustria il 29 febbraio 2009).

A fronte dunque di una politica di rilancio del territorio, promossa, come si è visto recentemente anche dai cosiddetti bonus vacanze, il Governo non intende però formare degli operatori di settore sufficientemente preparati, impedendo agli studenti di acquisire gli strumenti basilari per questo tipo di attività. Quale valida accoglienza turistica potrà quindi offrire un “nuovo diplomato Gelmini” senza la conoscenza delle bellezze artistiche del proprio Paese?

Cancellare la STORIA DELL’ARTE significherà togliere un’opportunità qualificante per tutti gli studenti, slegare la scuola dal territorio e creare quindi figure professionali con forti deficit culturali e scarse competenze. Le stesse considerazioni si potrebbero fare per i nuovi Istituti Grafici.
La cancellazione di questa disciplina sicuramente avrà una ricaduta sulla preparazione globale degli studenti alla fine del percorso quinquennale. Il valore dell’arte, che da sempre in questo ambito di studi costituisce uno stimolo alla fantasia, all’originalità e alla creatività, è stato completamente disconosciuto. E’ stato infatti un grave errore di superficialità pensare di garantire solo con una formazione meramente tecnica una preparazione qualificante. Questi due ambiti non possono essere scissi.

Lo studio della STORIA DELL’ARTE non può essere eliminato da un indirizzo scolastico orientato ad uno sbocco artistico. Ancora una volta questa scelta ci è apparsa quanto mai inspiegabile. Non solo agli insegnanti, però, questi tagli sono sembrati insensati.
In difesa della disciplina sono intervenuti qualche mese fa il FAI, la Redazione del TG3 nazionale, l’Onorevole Paola Frassinetti nella VII Commissione Cultura per la Riforma della Scuola, l’Associazione nazionale degli Insegnanti di Storia dell’arte chiamata in audizione presso la VII Commissione Cultura della Camera dei Deputati e perfino il Presidente della Repubblica.

Nessuna voce è mai stata ascoltata. Nonostante le 4268 firme dell’appello rivolto al Ministro dell’Istruzione nessun cambiamento è stato apportato rispetto alle prime bozze della Riforma.
Il nostro patrimonio artistico/culturale vale davvero così poco da poter essere trascurato anche nelle scuole che dovrebbero conservarlo e tutelarlo come radice culturale profonda della Nazione?

Catania: Experia un anno dopo lo sgombero

Quasi un anno dopo lo sgombero dell'ex cinema occupato Experia, i locali utilizzati dai militanti del centro popolare restano abbandonati

di Gregorio Romeo
Contributo fotografico di Laura Carli

Lo spazio dell'Antico Corso dove erano organizzati corsi di palestra, doposcuola, momenti di aggregazione per i giovani del quartiere, ora è un edificio fantasma. Ma l'attività del centro popolare Experia continua, fra le strade del quartiere e nel cortile della chiesetta in via Idria. Con la speranza che in autunno si possa trovare una soluzione definitiva.

Il video: http://www.youtube.com/watch?v=h5ZcGDdp2Bo

Elezioni anticipate. Il piano di Berlusconi per mettere il bavaglio alla Rai

Berlusconi vuole davvero andare al voto subito? Probabilmente si, e noi di Blitz siamo in grado di svelarvi una parte del piano attorno al quale sta lavorando con i suoi fedelissimi

di Giuseppe Giulietti
da http://www.blitzquotidiano.it/

Berlusconi, come è noto, è in primo luogo un grande organizatore ed un imprenditore delle tv, per queste ragioni ha già messo a punto un piano per mettere in azione “le squadre d’azione Berlusconi” sul territorio e contestualmente ha definito le mosse per mettere sotto controllo le principali piazzi mediatiche.

Nei primi giorni di settembre si svolgerà il Consiglio di amministrazione della rai, al direttore Masi è stato assegnato il compito di cacciare il direttore di Rai News Mineo e di portare in dote alle camice verdi di Bossi questa testata come pegno di un rinnovato patto di amore e di fedeltà
.Nella stessa seduta sarà liquidato persino il direttore di Rai due Liofredi , un grande amico di Fedele Confalonieri, per mettere al suo posto la signora Petruni, già inviata al seguito di Berlusconi del tg1, a lei e alla sua squadra sarà assegnato il compito di chiudere Anno Zero o di cacciare gli odiati Santoro, Ruotolo, Vauro, Travaglio.

Contestualmente saranno messe in atto tutte le misure possibili per bloccare il lavoro di Rai tre e per colpire i programmi della Gabanelli, di Fazio, di Floris, di Lucarelli, di Iacona.
Se tutto ciò non dovesse bastare già si pensa ad un bis del regolamento della commissione di vigilanza, quello che oscurò tutte le trasmissioni durante la campagna elettorale per le recenti amministrative, anzi se il voto dovesse essere fissato per il prossimo novembre è molto probabile che di quelle trasmissioni i cittadini non potranno più vedere neanche la prima puntata.

Per impedire brutte sorprese nella sede della commissione di vigilanza parlamentare sulla Rai stanno anche studiando come impedire l’ingresso in commissione dei due parlamentari che, come previsto dai regolamenti, dovrebbero essere assegnati al nuovo gruppo che fa capo al presidente Fini e, di conseguenza, sottratti al Pdl. Una simile modifica, per altro obbligatoria, costringerebbe i berlusconiani a ricercare altrove i voti necessari a far passare questa nuova edizione della legge bavaglio.

Ne inventeranno una al giorno pur di contrastare l’applicazione del regolamento e di lasciare lo spazio dovuto ai rappresentatnti di Futuro e libertà.
A questo progetto sta lavorando uno specifico gruppo di lavoro, che mantiene saldi rapporti con figure chiave delle autorità di garanzia e con il Ministero delle comunicazioni, in modo tale da mettere a punto una micidiale macchina di propaganda, capace di dare sempre e comunque la parola al capo supremo e di eliminare o di ridurre al minimo tutte quelle voci che potrebbero creare disturbo ed ostacolare la vittoria finale.
Ai cinici, ai distratti, a quelli che non si sono mai occupati del conflitto di interessi ricordiamo solo che Berluscono i suoi miracoli politici ed elettorali li ha sempre realizzati nelle ultime tre settimane delle sfide elettorali.

Le opposizioni, comprese quelle di destra, faranno bene a non trascurare questo”piccolo particolare” e a definire, almeno su questo punto, una strategia comune, altrimenti, primarie o non primarie, neppure il mago Merlino potrebbe avere la minima possibilità di battere il mago Silvio.

13 agosto 2010

Dell’Utri partecipa a Ferragosto in carcere. I Radicali: “Grazie Marcello”

Il pluricondannato esponente del PdL partecipa all’iniziativa di mezz’estate del Partito Radicale. Direttamente dal Consiglio d’Europa arriva la critica: “Non partecipino parlamentari che in carcere ci dovrebbero stare”. Ma per Rita Bernardini, la sua partecipazione è “più che opportuna”

da http://www.giornalettismo.com/

Un ferragosto diverso (e meritorio), quello che per il secondo anno consecutivo propongono i Radicali Italiani. Passare il giorno di mezza estate in uno dei carceri italiani per sincerarsi delle reali condizioni dei detenuti , questa l’intenzione. Oltre 200 fra parlamentari e altri rappresentanti che hanno aderito, e si recheranno fra domani e dopodomani (c’è un rigidissimo planning, elaborato dal partito) in visita in tutti le strutture carcerarie del nostro paese.

TROVA L’INTRUSO -Ci sarebbe da partire con gli applausi. Ma c’è un problema (e non lo solleviamo noi): da Bruxelles arriva una critica pesante, quella di Mauro Palma, Presidente del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura. Insomma un’istituzione molto vicina alle battaglie radicali, che hanno, unici, presentato la proposta di legge per l’istituzione del reato di tortura, grande assente nel nostro codice penale. Ma non divaghiamo: Palma, nel commentare l’iniziativa radicale, che definisce “forte” e opportuna, non rinuncia a sottolineare che sarebbe stato meglio “evitare di includere nel gruppo di autorevoli visitatori del carcere coloro che, stando alle sentenze, potrebbero esservi ospitati”.

DENTRO E FUORI – Di chi parla? Ma di Marcello Dell’Utri, che stando al planning visite si recherà ad ispezionare il carcere di Como sabato 14 mattina. Una situazione invero paradossale, se pensiamo che Dell’Utri è stato condannato in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa (dunque non definitivamente: ma, dopo l’appello, il merito è accertato, e in Cassazione non viene più discusso – come a dire che il reato è provato, anche se il processo, in ipotesi, fosse poi annullato) per fatti commessi almeno fino al 1992; inoltre ha patteggiato due anni e tre mesi per false fatture e frodi fiscali: due anni e tre mesi di reclusione, beninteso, dunque da passarsi dietro le sbarre. Lui, invece, sarà dall’altro lato, ad ispezionare le carceri. Come dicevamo, paradossale.

GRAZIE, MARCELLO – Ma i Radicali, in proposito, non fanno una grinza. Rita Bernardini, da noi raggiunta telefonicamente per commentare il fatto, ci tiene anzi a ribadire: “Lo scriva pure tre volte, se vuole. Grazie, grazie, grazie Marcello Dell’Utri per la sua partecipazione all’iniziativa”.

Onorevole, volevamo avere da lei un parere sulla partecipazione dell’On. Dell’Utri a ‘Ferragosto in Carcere’, ci sono delle agenzie molto critiche….

Beh, i parlamentari possono visitare le carceri nell’ambito del loro sindacato ispettivo, senza bisogno di autorizzazione. A Dell’Utri, tuttora parlamentare, non mi risulta che questo sia impedito.

Sì, ma sotto il profilo dell’opportunità politica?

E’ più che opportuno, anzi, lo ringraziamo.

Avrà letto però le dichiarazioni di Mauro Palma, che sostiene appunto che sarebbe stato meglio non avere condannati in questa delegazione di parlamentari…

Ma a Palma, che è così legalista, risulta forse che al Sen. Dell’Utri siano state tolte le prerogative che gli spettano? Realizzare questo sindacato ispettivo nelle nostre carceri è un atto di grande importanza, poichè le carceri realizzano quella funzione rieducativa della pena che è consacrata nella nostra Costituzione. Noi abbiamo invitato tutti i parlamentari a partecipare a “Ferragosto in carcere”, e ringraziamo di cuore tutti quelli che hanno aderito.

Catania collusa, nazione infetta

Quando parlo di ‘Caso Catania‘ non mi riferisco a polemiche calcistiche nè a bollette della luce pagate dallo Stato invece che dal Comune, ma a quello ‘scandalo’ politico-giudiziario ‘scoppiato’ (anzi, soffocato sul nascere) alla fine del 2000. Uno scandalo che sembra del tutto dimenticato e del quale nessuno parla più

da http://www.soniaalfano.it/

Nel 2006 tentarono di riportare alla luce questa storia Marco Travaglio, Flores d’Arcais e Giuseppe Giustolisi, che furono ripagati da uno dei principali protagonisti, il magistrato Giuseppe Gennaro, con una querela per diffamazione a mezzo stampa, da cui è nato un processo tuttora in corso davanti al Tribunale di Roma.
Il Caso Catania assunse dimensione pubblica grazie al coraggio ed alla dirittura morale di Giambattista Scidà, allora presidente del Tribunale per i minorenni di Catania, che ebbe modo anche di riferire al riguardo in Commissione Antimafia nel dicembre del 2000.

I media hanno tentato sempre di ‘insabbiare’ il caso sia a livello locale che a livello nazionale, occultandone del tutto l’esistenza. Forse perchè in questa storia sono coinvolte troppe ‘personalità’ e l’argomento è piuttosto scottante. Si tratta infatti delle vicende di un sistema di potere, quello catanese, quasi perfetto, nel quale hanno parte la più potente lobby giudiziaria d’Italia, esponenti politici, detentori delle leve dell’informazione locale e nazionale, esponenti mafiosi e apparati imprenditoriali.

Coinvolti, chi più chi meno, alcuni potenti personaggi catanesi, ma ad essere particolarmente interessante è la posizione di due di loro: il Dott. Giuseppe Gennaro, eletto in passato a capo dell’Anm dopo essere stato membro del Csm, e la dalemiana capogruppo al Senato del PD Anna Finocchiaro (già magistrato in servizio proprio alla Procura di Catania). Altrettanto interessante è il coinvolgimento dell’appena eletto vice-presidente del Csm Michele Vietti, che faceva parte anche di quel Csm che nel 2001 insabbiò il Caso Catania.

Il dott. Gennaro, oggi leader indiscusso della corrente Unicost, a lungo Procuratore Aggiunto presso il Tribunale di Catania, già membro del Csm (1994-1998), e due volte Presidente dell’Anm (1999 e 2006), nel 1991 acquistò casa da un’impresa legata (ne era socia la moglie) all’imprenditore mafioso Carmelo Rizzo di San Giovanni La Punta, prestanome del clan Laudani. Di lui hanno parlato diversi pentiti, sottolineando gli sconti che l’imprenditore riservava a magistrati e politici cui vendeva villette lussuose in quel di San Giovanni La Punta, paese alle pendici dell’Etna permeato di infiltrazioni mafiose a tutti i livelli, tanto che la sua amministrazione comunale fu due volte sciolta per infiltrazioni mafiose.

Secondo Giambattista Scidà, magistrato la cui levatura morale e intellettuale non è mai stata messa in discussione nemmeno dai suoi avversatori, il silenzio dei media negli ultimi trent’anni è sempre stato funzionale a nascondere le responsabilità delle amministrazioni pubbliche succedutesi nel comprensorio catanese e le responsabilità della mancata repressione della criminalità politica da parte delle Procure della Repubblica. E soprattutto ad occultare il ruolo centrale avuto nello stesso periodo da Catania negli eventi criminali e nel destino della Nazione, fin dagli omicidi di Carlo Alberto Dalla Chiesa e di Giuseppe Fava.

Nell’articolo per cui furono denunciati Travaglio, d’Arcais e Giustolisi, si descrissero i ruoli dei protagonisti della vicenda e si fece anche riferimento alla simulazione dell’atto di vendita a Gennaro (per non far figurare il nome della società legata a Rizzo come venditrice diretta della casa).

I rapporti tra Rizzo e il clan Laudani sono noti fin dai primi anni ottanta, eppure Gennaro, così come il cognato di Anna Finocchiaro (anche lui acquirente di una villa), sembrò non esserne a conoscenza. Così il magistrato acquistò una bifamiliare, nel 1991, ottenendo anche una sanatoria dal Comune di San Giovanni La Punta, poichè parte dell’immobile era abusivo.

Nell’atto di compravendita non risultano i nomi della “Di Stefano” (ditta di cui è azionista la moglie del mafioso Rizzo) nè dello stesso Carmelo Rizzo. Si preferì far comparire come venditore il signor Arcidiacono, che, sentito dagli investigatori, ammise a verbale che si era trattato di un contratto simulato nel quale egli aveva avuto solo la funzione di prestanome, per evitare che venditrice apparisse la società che aveva edificato la villa.

Nel 1993 il Prefetto di Catania ottenne lo scioglimento del Comune per mafia. Responsabile di tali infiltrazioni negli uffici dell’amministrazione fu proprio quel Carmelo Rizzo che costruiva le villette. Nel frattempo, lo stesso, finito nel 1996 sotto processo per mafia, fece sapere di essere in procinto di collaborare con la giustizia. Per questo motivo, nel febbraio 1997, la mafia lo uccise. La Procura di Catania, però, non mostrò alcuna “passione” nelle indagini su questo assassinio.
Di Rizzo si è tornato a parlare nel processo a carico dell’imprenditore Sebastiano Scuto, laddove sono emersi inquietanti particolari sui rapporti tra mafia, politica e imprenditoria in quel di San Giovanni La Punta. Durante questo processo è stato ascoltato un ispettore di Polizia militante dei Ds, che raccontò di aver conosciuto Anna Finocchiaro e di averle segnalato il pericolo che il dott. Gennaro acquistasse una casa da una ditta in odor di mafia. La senatrice, visibilmente sorpresa dalla rivelazione, affermò che avrebbe avvertito il giudice. Sappiamo già tutti come andò a finire: sia il giudice che il cognato dell’onorevole Finocchiaro acquistarono casa da quell’impresa legata al mafioso Rizzo. L’ispettore, invece, ricevette minacce direttamente in Questura, dove lavorava.

Terribile anche l’esperienza del pm Nicolò Marino, che, come Scidà, ha denunciato le nefandezze del Caso Catania, attirandosi le ire della lobby giudiziaria catanese rappresentata dal blocco maggioritario della corrente Unicost guidata da Gennaro. Marino è stato ‘spedito’ due volte davanti al Csm. Una volta per un procedimento disciplinare, l’altra per un trasferimento per pretesa incompatibilità ambientale (indagava troppo e, alle volte, su personaggi troppo vicini, e perfino parenti, rispetto ai colleghi della Procura). La prima voltà sarà assolto, la seconda sarà lui stesso a chiedere di essere trasferito, e andrà a lavorare a Caltanissetta. Le sue dichiarazioni sul caso, però, servirono a smuovere le torbide acque catanesi, e nel 2003 il consigliere del Csm Ronco chiese il trasferimento del dott. Gennaro per incompatibilità ambientale, proprio a seguito della vicenda che lo vide protagonista nel 1991. Peccato che questa presa di coscienza non colpisca altri che Ronco. Gennaro infatti rimase al suo posto, dove tuttora si trova, in trepidante attesa di assumere la guida della Procura, al momento in cui l’attuale Procuratore capo Vincenzo D’Agata andrà in pensione.

Quando Scidà e Marino accusarono Gennaro di aver acquistato casa da un mafioso, Gennaro portò al Csm l’atto notarile in cui il venditore risulta essere quel brav’uomo del sig. Arcidiacono, e quindi i due magistrati finirono per apparire come dei calunniatori. A difendere strenuamente il dott. Gennaro fu, fra gli altri, Michele Vietti, oggi vice-presidente del Csm, dal quale aspetto ancora delle risposte in merito alla sua appartenenza/vicinanza alla massoneria. La Procura di Messina comunque indagò Gennaro e altri magistrati catanesi per concorso esterno in associazione mafiosa e per altri reati. Nel 2004 tutto venne archiviato, ma gli stessi pm messinesi riconobbero che Gennaro avesse mentito negando di conoscere Carmelo Rizzo. Gennaro, infatti, ben conosceva il mafioso Rizzo. In Italia, però, se si è indagati non costituisce reato dire bugie, per cui finì con un nulla di fatto.

Certo, da magistrati che acquistano case da mafiosi e da politicanti che difendono l’indifendibile Salvo Andò, che invitano a dibattiti politici gli avvocati del premier promotori di svariate leggi-vergogna, e che pongono la sua veneranda età come unico ostacolo per l’ascesa di Andreotti ai vertici dello Stato, glissando invece sulle sue vicende giudiziarie di politico-mafioso, non potevamo aspettarci che sostegno a personaggi altrettanto preoccupanti come Michele Vietti, compagno di partito di Salvatore Cuffaro, Saverio Romano e Domenico Miceli.

Il Csm infangò se stesso apprestando protezione all’imbarazzante operato del dott. Gennaro e delegittimando Scidà e Marino, e continua oggi a infangare se stesso con l’elezione di Vietti a vice-presidente, con una linea di continuità che non fa sperare nulla di buono, soprattutto ai cittadini che vorrebbero finalmente scoperchiato il vaso di Pandora del Caso Catania.

Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) è un organo di rilevanza costituzionale. Esso è l’organo di autogoverno della Magistratura ordinaria. Ha lo scopo di garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato, in particolare da quello esecutivo. Sarà vero?

Se la stampa, locale e nazionale, si occupasse del Caso Catania e si preoccupasse di rivolgere a Michele Vietti e Anna Finocchiaro le domande che io stessa ho formulato, forse potremmo iniziare a intravedere una risposta al quesito principe: cos’è il partito unico che domina quella città, in un abbraccio che racchiude potere giudiziario, editoria, esponenti politici del centrosinistra (Anna Finocchiaro, Enzo Bianco, Giovanni Burtone…) e del centrodestra (Giuseppe Firrarello, Giuseppe Castiglione…)?
Insomma, perché Catania ha un ruolo così importante nelle sorti della Nazione?

Ardizzone si libera del Giornale di Sicilia L’editore Ciancio in pole position

Ottanta milioni di euro, più una trentina per le strutture immobiliari. È la cifra che dovrà sborsare chi vorrà acquistare Il Giornale di Sicilia. Il più antico quotidiano dell'Isola, che ha esordito in edicola con in prima pagina la notizia dell'arrivo a Palermo delle Camice Rosse di Garibaldi, è in vendita

di Domenico Valter Rizzo
(Da l'Uniità del 9 agosto 2010 - pagina 17)

La famiglia Ardizzone, che controlla il quotidiano sin dalla fondazione, sarebbe infatti pronta a lasciare. Da oltre un anno la voce circolava e non solo in Sicilia, ma adesso la faccenda è entrata in una fase concreta. Sia per l'infittirsi dei contatti, ma soprattutto per la definizione del valore dell'azienda: ottanta milioni di euro appunto. A rivelare gli ultimi sviluppi di quello che potrebbe essere l'affare destinato sconvolgere i delicatissimi assetti di potere che regolano la vita politica ed imprenditoriale in Sicilia, è stato il mensile «I Love Sicilia» con un servizio che non è stato smentito.

Sono molti i possibili acquirenti, ma il primo – anche se ufficialmente non è stato ancora fatto alcun passo – è sicuramente il potente editore catanese Mario Ciancio Sanfilippo, padrone assoluto dei media in Sicilia orientale che con l'acquisto del quotidiano palermitano e delle emittenti televisive e radiofoniche ad esso collegate, assumerebbe il controllo assoluto di ogni mezzo di comunicazione in una delle più grandi regioni italiane. Ciancio, oltre ad essere l'unico proprietario del quotidiano La Sicilia che si stampa a Catania, ha una quota del 11,5 % nel terzo quotidiano siciliano, La Gazzetta del Sud e controlla le principali emittenti televisive regionali. Fuori resta il Giornale di Sicilia appunto e poco altro. Ma Ciancio ha già un piede dentro Il Sicilia, come i palermitani chiamano il quotidiano della loro città. Ne possiede infatti una quota di poco superiore all'8%, acquistata praticamente in contemporanea con uno dei "quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa" Carmelo Costanzo che si aggiudicò una quota equivalente. L'ingresso di Ciancio nel pacchetto azionario – secondo il racconto, ancora top secret, di Massimo Ciancimino – sarebbe stato "benedetto" da Don Vito Ciancimino in persona. Un racconto inquietante quello di Ciancimino Jr, tutto da dimostrare ovviamente, ma che si incrocia con altri fatti e con altri racconti che parlano di relazioni pericolose mai del tutto chiarite.

Una storia quella di Ciancio che ancora è in gran parte tutta da scrivere e che intreccia il controllo dei media con il cemento, con i centri commerciali e con le grandi speculazioni condotte spregiudicatamente insieme al suo socio Ennio Virlinzi, attualmente finito sotto processo per l'affare dei parcheggi sotterranei a Catania. Un affare quello dei parcheggi dentro il quale c'è anche una società di Ciancio che però è riuscito a scansare i guai giudiziari per una questione procedurale. Tentare il colpo Mario Ciancio dunque potrebbe partire proprio da quell'8% per tentare il colpo che per lui sarebbe una sorta di Grande Slam nell'editoria siciliana. Per far cassa e avere dunque la liquidità pronta, Ciancio sarebbe sul punto di cedere agli Angelucci il controllo della Gazzetta del Mezzogiorno. Un affare milionario che porterebbe nelle casse di Ciancio risorse più che sufficienti per accaparrasi il quotidiano palermitano. Ma sul Giornale di Sicilia non sono puntati solo gli occhi di Ciancio. Il quotidiano fa gola anche ad altri soggetti come Francesco Gaetano Caltagirone, il proprietario del Mattino e del Messaggero, ma anche a suo cugino Pietro Bellavista Caltagirone, che controlla la società Acqua Marcia e da tempo ha interessi anche nell'Isola. Ma non solo, si sarebbe mostrato interessato anche il banchiere ed imprenditore vinicolo Zonin, anche lui ormai da tempo radicato in Sicilia. Interesse anche da parte del gruppo Class, che ha già messo piede a Palermo con la redazione locale di Milano Finanza e da parte persino di Sergio Zuncheddu, l'editore dell'Unione Sarda, che sarebbe pronto ad attraversare il Tirreno per sbarcare a Palermo.

16 luglio 2010

Le mafie nel pallone

Dossier di Libera sulle infiltrazioni mafiose nel calcio italiano: 30 clan coinvolti e affari milionari

di Cesare Piccitto
da liberainformazione.org

Scommesse, partite truccate, presidenti boss, riciclaggio di soldi, le mani sul calcio minore le voci del nuovo affare targato criminalità. Oggi, in una conferenza stampa presso la Bottega dei sapori e dei saperi della legalità di Libera a Roma, una anticipazione del libro che sarà disponibile a partire da settembre. “Le mafie nel pallone” curato da Daniele Poto, edito dal gruppo Abele, è una disamina precisa e puntuale degli interessi malavitosi che ruotano dentro e fuori il mondo dei football italiano. Dalla Lombardia al Lazio, abbracciando la Campania, la Basilicata, Calabria, toccando la Puglia, con sospetti in Abruzzo e con un radicamento profondo in Sicilia. E con il nord Italia che appare non immune da questa onda di illegalità calcistica. Nella spartizione della torta c’è dentro tutto il gotha della mafia, dai Lo Piccolo ai Casalesi, dai Mallardo ai Pelle’, dai Misso alla cosca dei Pesce a quella dei Santapaola. Oggi i clan guardano al mondo del calcio, controllano il calcio scommesse, condizionano le partite, usano questo sport per cimentare legami della politica, riciclando soldi. A fare gli onori di casa, presso la Bottega, il giornalista Valerio Piccione che ha introdotto tra i primi l’autore -giornalista Daniele Poto: “Questo lavoro nasce dalla volontà di parlare di un affare silenzioso ed invisibile che tranne rare e poche eccezioni non ha trovato spazio nei rapporti della “direzione antimafia” degli ultimi tre anni. Abbiamo cercato di portare alla luce un lavoro investigativo producendo un voluminoso testo lungo centinaia di pagine di approfonditi report”. Nella mappatura fatta dal testo il caso emblematico, per ciò che riguarda il grado di infiltrazione e di condizionamento delle dinamiche agonistiche, è sicuramente quello che riguarda il Potenza Calcio.

Entra a piè pari proprio sulla vicenda del Potenza anche Marcello Cozzi, referente di Libera in Basilicata e ufficio di presidenza dell'associazione. “A Potenza c’è un binomio ormai acclarato tra calcio-camorra – dichiara Cozzi.. Il Potenza è il caso-limite del sistema calcio mafioso e di un micro-sistema nel pallone. Una cronistoria criminale che ha come protagonista il giovane presidente della squadra Giuseppe Postiglione. Quest’ultimo –prosegue Cozzi - forma una triade con un dirigente di lungo corso Luca Evangelisti ed un mafioso Antonio Cossidente, potentino di nascita e campano di adozione criminale, punto di contatto tra camorra e clan dei Basilischi”. Testimonianza d’eccezione quella del presidente della Lega calcio professionisti, Salvatore Lombardo, che si riallaccia al caso Potenza, affermando: “il potenza calcio è fuori dalla federazione calcio, per tutte le varie irregolarità amministrative e per i fatti investigativi emersi. L’episodio – prosegue – ha penalizzato il calcio in genere ma soprattutto la lega calcio nonostante stiamo cercando di mettere in atto diverse misure tecniche per evitare che situazioni del genere si ripetino in futuro”. A chiudere la mattinata l’intervento di Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, che si sofferma sul drammatico quadro che viene fuori dal libro di Poto, ma che nello stesso tempo sottolinea che esistono tante altre società che si contraddistinguono per trasparenza e scelta di legalità. “I boss scelgono di investire soprattutto nelle piccole squadre nelle basse categorie – commenta Ciotti - perché lo ritengono un fattore di prestigio, potere, e soprattutto una maniera per controllare ed esser riconoscibile nel territorio”. Il presidente di Libera conclude ribadendo la necessità di riportare l’etica dentro il pallone. Sorvegliare, denunciare ma soprattutto scelte concertate con tutte le istituzioni coinvolte per poter dare una ripulita efficace e definitiva al mondo del calcio.

14 luglio 2010

Una “talpa” della camorra

Un poliziotto in servizio a Formia “informava”i boss delle indagini in corso

di Cesare Piccitto
da liberainformazione.org

Aver rivelato informazioni riservate in possesso degli inquirenti ai boss del clan dei casalesi. Questa è l’accusa, formalizzata dai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Si è tenuto questa mattina (14 luglio) davanti al gip di Napoli l’interrogatorio del poliziotto in servizio al commissariato di Formia, Aniello Landino. Il sovrintendente di Polizia di 51 anni, si trova, al momento, agli arresti domiciliari e dovrà fornire al giudice per le indagini preliminari, Marina Cimma, la sua versione dei fatti. Secondo la DDa di Napoli Landino accedeva alla banca dati del Ministero per rivelare al figlio di Sandokan, Nicola Schiavone (arrestato il 15 giugno) e gli altri uomini del clan, notizie sulle inchieste in corso che li riguardavano.

Il legale del poliziotto, l’avvocato Raffaele Gaetano Crisileo, ha anticipato: “il mio assistito è pronto a spiegare tutto”. Lo hanno «incastrato» le telefonate con la sorella e, soprattutto, le rivelazioni di Raffaele Piccolo, ex fedelissimo di «Sandokan» Schiavone ed oggi collaboratore di giustizia. Lui, Aniello Landino, 51enne sovrintendente di Polizia, in servizio al Commissariato di Formia, è stato arrestato il 9 luglio mattina dagli agenti del nucleo criminalità organizzata della Squadra Mobile di Caserta. Secondo quanto emerso nel corso dell’indagine, avviata dai Carabinieri e poi passata nelle mani della Polizia, si introdusse più volte nella banca dati delle forze dell’ordine per raccogliere informazioni «sensibili» da passare al cognato, Giovan Battista Papa, marito (separato in casa) della sorella Rita Landino ed attore dell’industria delle estorsioni in salsa casalese. Papa oggi non c’è più.

Il suo cadavere è stato rinvenuto crivellato di colpi insieme a quello di Modestino Minutolo e Francesco Buonanno. Secondo gli inquirenti, fu una punizione della camorra per essersi messi a chiedere il pizzo ad un caseificio, di fatto, riferibile a Paolo e Luigi Schiavone, figli del boss Francesco Schiavone, soprannominato «Cicciariello». Per quel delitto, l’ordine sarebbe venuto dal figlio di «Sandokan», Nicola Schiavone. Convinto di essere ricercato dopo un tentativo di estorsione andato a vuoto, Modestino Minutolo si era dato alla macchia rifugiandosi presso la casa di Rita Landino, sorella del poliziotto. Il sovrintendente in servizio al Commissariato di Formia consultò più volte la banca dati delle forze di polizia per accertare se c’era un provvedimento a carico del cognato e ne parlò più volte al telefono con la sorella. Non solo. Il pentito Raffaele Piccolo, nel corso delle dichiarazioni rese nell’inchiesta per il triplice omicidio, parlò di cene avvenute a Formia alla presenza del poliziotto, ignorando di riferire che, all’epoca, era sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di Trentola Ducenta. Ad ogni modo, il collaboratore di giustizia fu in grado di fornire particolari sul teatro dei summit conviviali, un ristorante vicino al porto di Formia. Lì, lui e Landino, avrebbero partecipato a cene con personaggi dell’entourage casalese.

Purtroppo non è la prima “talpa” che riguarda la regione Lazio. A raccontarcelo è Antonio Turri, referente di Libera per il Lazio. ”Non è il primo servitore dello stato che è ho oggetto di simili provvedimenti – dichiara Turri. Questi casi ci dimostrano inequivocabilmente l’enorme capacità di penetrazione dei casalesi in ogni ambiente della società italiana, fino ad arrivare a coinvolgere uomini dello stato con determinate specificità e soprattutto in prima linea nella lotta al crimine”

15 giugno 2010

Il Burkina non privatizza

L'Assemblea nazionale del Burkina Faso ha votato contro la privatizzazione di Sonabel, la Società nazionale dell'elettricità, e di Onea, l'Ufficio nazionale per l'acqua e dei servizi igienico-sanitari

di Rosanna Picoco
da ilmanifesto.it

Facendo appello all'importanza vitale e strategica delle due aziende, i deputato hanno così bloccato una decisione del governo, che il 10 marzo scorso aveva inserito le due società in una lista di nove imprese burkinabè da privatizzare.

E' un grande risultato per un paese da sempre afflitto da siccità e inondazioni improvvise nel periodo delle piogge, e dove l'accesso all'acqua potabile è un obiettivo ancora distante sia nelle città, sia soprattutto nei villaggi. E attorno all'acqua incombe il rischio di conflitti sociali: qualche avvisaglia si è vista in marzo, quando migliaia di persone si sono ritrovate davanti alla sede delle Nazioni Unite a Ouagadougou per denunciare la difficile situazione, costrette ogni giorno a percorrere molti chilometri per attingere acqua alle fontane pubbliche.

La legge del 2001 che favoriva la privatizzazione di molte aziende pubbliche era stata suggerita al governo burkinabè dal Fondo monetario internazionale (Fmi), che negli ultimi anni ha aumentato la pressione sui governi africani perché cedano ai privati la gestione dell'acqua, spacciandola come misura per ridurre la povertà. Ma questo sta causando nell'Africa sub sahariana un aumento dei prezzi insostenibile per la popolazione, e secondo uno studio dell'International Institute for Environment and Development di Londra sta allontanando gli stati africani dall'obiettivo di garantire l'accesso all'acqua potabile a più di metà della popolazione entro il 2015 - uno degli «Obiettivi del millennio» solennemente approvati dall'Assemblea generale dell'Onu nel 2000.
Ma l'acqua rappresenta l'ultima frontiera per investire nel settore privato e ormai molti pensano che nel prossimo futuro la ricchezza delle nazioni sarà stabilita in base all'accesso alle risorse idriche. Oggi un ristretto numero di imprese europee controlla il mercato delle risorse idriche mondiali. Tre sono le imprese francesi che controllano circa il 75% del mercato mondiale (Lyonaise des Eaux-Suez/Ondeo, Vivendi e Saur). In Burkina è Vivendi a essere coinvolta nella privatizzazione dell'Onea.

Con quel voto dell'Assemblea nazionale il Burkina Faso ha dimostrato di voler cercare la propria soluzione ai problemi che affliggono il paese, privo di sbocchi sul mare e minacciato dall'avanzata del deserto del Sahel. Forse ha anche dimostrato di non aver del tutto scordato Thomas Sankara, che nel 1983 aveva guidato la rivoluzione burkinabè: ed è stato uno dei primi politici africani a lanciare politiche per favorire l'accesso all'acqua. Sankara aveva rifiutato i prestiti della Banca mondiale e i piani di ristrutturazione del Fmi. Nel 1986 il Burkina aveva raggiunto l'obiettivo di 10 litri di acqua al giorno per abitante: obiettivo raggiunto in poco più di due anni, attraverso la ristrutturazione delle dighe per canalizzare l'acqua delle piogge e la costruzione di nuovi pozzi nei villaggi, e affidando i lavori alle imprese locali, dimezzando i tempi e i costi. Sankara è scomparso un anno dopo, l'87, vittima di un attentato. Il successore Blaise Compaorè, al potere da allora, ha per prima cosa aperto l'economia del paese alle multinazionali. Con quel voto contro la privatizzazione il parlamento burkinabé ha segnato un'inversione di tendenza.

12 giugno 2010

Niscemi sotto la spada di Damocle del MUOS

Tenta di superare il lungo empasse il movimento di cittadini e associazioni che si battono contro l'installazione a Niscemi (Caltanissetta) del terminale terrestre del sistema di telecomunicazioni satellitari MUOS delle forze armate USA

di Antonio Mazzeo
da www.nuovasocieta.it

Sabato 12 giugno, alle ore 18, il Comitato NO MUOS di Niscemi, in collaborazione con la Campagna per la smilitarizzazione di Sigonella, ha indetto il convegno regionale dal titolo "Il MUOS e le onde elettromagnetiche: convivenza pacifica o conflitto" a cui sono state invitate le forze politiche, sociali e le istituzioni impegnate contro quello che è stato definito a ragione "l'EcoMuostro di Niscemi". All'evento che vede il patrocinio del Comune di Niscemi, interverranno, tra gli altri, l'avvocato Giovanni Di Martino (sindaco di Niscemi), il dottor Massimo Corraddu (Istituto Nazionale di Fisica Nucleare ed esperto sugli effetti nocivi delle onde elettromagnetiche), il professore Rosario Mascara (Comitato delle Associazioni Ambientaliste).

Il terminale di Niscemi sarà una delle quattro infrastrutture militari che assicureranno il funzionamento dell'ultima generazione della rete satellitare che collegherà tra loro i Centri di comando e controllo delle forze armate USA, i centri logistici e gli oltre 18.000 terminali militari radio esistenti, i gruppi operativi in combattimento, i missili Cruise e i velivoli senza pilota Global Hawk, buona parte dei quali destinati alla vicina base di Sigonella. Il sistema MUOS consentirà di propagare universalmente gli ordini di guerra, convenzionale e/o chimica, batteriologica e nucleare. Uno strumento di altissimo valore strategico, dunque, che si caratterizza per il suo violentissimo impatto ambientale. Sotto accusa ci sono infatti le pericolosissime onde elettromagnetiche che saranno emesse dalle tre grandi antenne circolari e dalle due torri radio del sistema satellitare che sorgerà all'interno della Riserva naturale "Sughereta di Niscemi", Sito di Importanza Comunitaria (SIC). Un progetto dissennato fortemente osteggiato dai cittadini e dagli amministratori di tre province (Caltanissetta, Ragusa e Catania) e di decine di comuni del sud-est della Sicilia.

I tecnici chiamati dal Comune di Niscemi ad analizzare lo studio per la valutazione d'incidenza ambientale presentata nel 2008 dalla Marina militare statunitense in vista dell'installazione del MUOS hanno evidenziato un impressionante numero di lacune ed omissioni del progetto, rilevando la scarsissima attenzione prestata dai militari statunitensi allo straordinario patrimonio ospitato in una delle più importanti riserve ecologiche siciliane. Per tutto questo, qualche mese fa l'amministrazione comunale ha disposto l'annullamento in autotutela dell'autorizzazione ambientale rilasciata nel settembre 2008 per la costruzione del potente impianto a microonde e, congiuntamente ad altri enti locali, ha richiesto alla Regione Siciliana di porre il veto al MUOS in tutte le sedi istituzionali, nazionali ed internazionali. La risposta del presidente Raffaele Lombardo non si è fatta attendere. Dopo aver inviato a destra e manca comunicati di fuoco contro il programma satellitare, Lombardo si è fatto convincere dal ministro La Russa e dai generali del Pentagono sull'assoluta innocuità degli impianti MUOS. Successivamente ha avviato il pressing su sindaci e presidenti provinciali invocandone la conversione e il sostegno al megaprogetto militare a cui il Pentagono ha destinato 43 milioni di dollari (13 per la predisposizione dell'area riservata alla stazione terrestre e 30 per gli shelter e le attrezzature tecnologiche del sistema satellitare). Il governatore della Sicilia ha pure offerto contropartite e compensazioni per rendere più "digeribili" le microonde del MUOS: la possibile rimozione a medio termine delle 41 antenne già esistenti nella base dell'US Navy di Niscemi, utilizzate per le telecomunicazioni con i sottomarini nucleari; interventi finanziari per «valorizzare il richiamo del patrimonio naturalistico locale»; l'attivazione all'interno dell'ospedale Basarocco di Niscemi di un "centro di monitoraggio permanente" sui rischi alla salute delle emissioni elettromagnetiche. Sino ad oggi la monetizzazione del rischio ambientale e militare è stata fermamente respinta dalle amministrazioni e dai cittadini. Ma le lobby pro-MUOS non demordono e promettono dure offensive contro i recalcitranti oppositori.

In prima persona

Libri per la libertà: è questo il titolo scelto per la maratona di letture contro la "Legge Bavaglio" promossa da editori, librai e eutori, in giro per le librerie italiane

di Serena Maiorana
da girodivite.it

Un buon giornalista nel suo lavoro deve sempre: 1) controllare gli eletti: da un punto di vista etico e democratico lo scopo principale dell’informazione è quello di obbligare chi detiene il potere a rispondere delle proprie azioni. 2) riconoscere l’obbligo particolare di assicurare che gli affari del pubblico siano condotti in pubblico e che gli atti pubblici siano aperti all’ispezione del pubblico. 3) Valutare con lo stesso peso il diritto ad un equo processo di una persona sospettata di un reato e il diritto all’informazione del pubblico.

Questi tre punti sono tratti dal codice di etica dei giornalisti professionisti degli Stati Uniti d’America. Ho passato molte ore a leggerli e rileggerli, sperando che potessero essermi d’aiuto per ciò che avrei dovuto , o meglio noi di Girodivite avremmo dovuto, dirvi oggi.

Mi sono domandata cosa poteva suonare interessante alle orecchie di gente comunque ben informata. Perché qui sappiamo le cose più importanti le sappiamo già:

sappiamo che non può esistere democrazia senza libertà e pluralità di informazione, e di conseguenza sappiamo che l’Italia non può più essere considerato un paese pienamente democratico. E infatti più nessuno lo considera tale.

Sappiamo che siamo governati da un branco di uomini corrotti, avidi, viziosi, ignoranti e cafoni. Sappiamo che scrivono le leggi solo per il loro interesse e il loro piacere e che se ne infischiano dei nostri diritti, della nostra sicurezza, dei nostri sogni e del nostro futuro.

Sappiamo che stanno cercando di imbavagliare la stampa. Lo fanno con leggi come quella sulle intercettazioni di cui parliamo oggi. Con le concentrazioni mediatiche e il ricatto. Con i giovani giornalisti ridotti al precariato, quando non addirittura a regalare le loro competenze e il loro entusiasmo, elemosinando stage e tirocini per lavorare senza soldi né dignità. Il che, alla fine, significa essere schiavi.

Sappiamo che tentano di imbavagliare la stampa anche con le intimidazioni e le minacce, e che queste spesso assumono la forma di querele dai meccanismi giudiziari perversi, nei quali è impossibile imbarcarsi per piccoli giornali indipendenti fatti da chi s’è messo in testa di poter fare informazione anche fuori dal sistema, senza neanche un soldo ma con l’entusiasmo che basta a potersi credere piccoli artefici di un futuro migliore.

Il nostro giornale Girodivite è stato querelato da Roberto Fiore, leader di Forza Nuova. È una storia brutta e molto triste, per la quale oggi il nostro giornale rischia di chiudere, dati i costi troppo alti della giustizia italiana. Ma noi ne conosciamo già a memoria molte altre di storie così, di piccoli giornali fatti di coraggio chiusi all’improvviso per querele sporche di fango, di giornalisti minacciati o uccisi, storie di lacchè di ruffiani e di tirapiedi spacciati per giornalisti, storie di epurazioni censure e, alla fine, storie di giovani che se ne vanno con la loro valigia, lontani da questo paese affascinante e scapestrato, che ci vuole chiudere la bocca, le orecchie e anche gli occhi, invertendo le coordinate del vero e del falso.

Ma noi che siamo qui tutte queste cose già le sappiamo, e sappiamo che esiste la verità anche quando non ce la raccontano. Per questo cerchiamo a nostro modo di salvarla, per questo siamo qui oggi.

Ma mi sono domandata: se tutte queste cose già le sappiamo cosa potrei dire adesso qui io di utile?

Forse allora l’unica cosa che posso fare è ammettere la mia colpa. L’ho capito quando un giorno anche io ho fatto la valigia e ho deciso che me ne volevo andare. Quando mi sono vergognata forte e ho pensato che non volevo fare parte di questo spettacolo. Quando ho visto che la nave stava colando a picco e ho deciso che non volevo affondare.

Io sono colpevole perché ho creduto che bastasse sapere. Perché mi sono resa complice di una menzogna studiando ogni giorno un mestiere che nel mio paese non esiste, credendo troppo spesso che per sentirmi democratica bastasse votare, sorridendo con cinismo di fronte alle magagne di un governo disastroso e di un paese che cade a pezzi, credendomi mille volte migliore degli altri solo perché io sapevo e loro no.

Ma se la democrazia è il governo del popolo, per definizione, non può farla un uomo soltanto, e dunque neanche distruggerla. Questo paese è il nostro e il disastro generale che si sta verificando ci riguarda tutti in prima persona. In un contesto del genere sapere è solo una colpa in più.

Qualche giorno fa a Roma ho avuto l’onore di intervistare per Girodivite Miguel Mora, il corrispondente in Italia del giornale spagnolo el Paìs, praticamente uno degli uomini che racconta l’Italia agli Spagnoli. Mi ha detto sorridendo di avere paura che l’italianità lo contagiasse, e per italianità intendeva la perdita di entusiasmo, l’incapacità di scandalizzarsi, il lasciarsi prendere dalla bellezza del Bel Paese fino a dimenticare qual è la missione del giornalista. Per questo ha già in programma di andare a lavorare altrove. Quando gli ho chiesto se crede davvero che l’unica soluzione sia andarsene mi ha risposto secco di si. Soprattutto per voi giovani – ha detto – l’unica soluzione è andare via.

Bene, è per questo che se pensiamo di poter fare qualcosa dobbiamo farla oggi, al massimo domani. Dobbiamo mettercela tutta per migliorare il mondo che abbiamo.

Non ho niente da insegnarvi. Vorrei solo poter tornare a credere che l’unica soluzione non sia andarsene.

http://www.girodivite.it/+Senza-titolo+.html?var_mode=calcul

Il video su Youtube

24 maggio 2010

La lettera della Busi al direttore del TG1

Il testo integrale della lettera della Busi al "direttore" del TG1 Minzolini. Ecco la lettera integrale pubblicata dall'Ansa, indirizzata al direttore Augusto Minzolini e al Cdr, e per conoscenza al direttore generale della Rai Mauro Masi, al presidente dell'azienda Paolo Garimberti e al responsabile delle Risorse umane Luciano Flussi.

da INFORMARE CONTROINFORMANDO

Una scelta difficile ma obbligata

"Oggi l'informazione del TG1 è un'informazione parziale e di parte"“Caro direttore - scrive la Busi - ti chiedo di essere sollevata dalla mansione di conduttrice dell'edizione delle 20 del TG1, essendosi determinata una situazione che non mi consente di svolgere questo compito senza pregiudizio per le mie convinzioni professionali. Questa è per me - prosegue - una scelta difficile, ma obbligata. Considero la linea editoriale che hai voluto imprimere al giornale una sorta di dirottamento, a causa del quale il TG1 rischia di schiantarsi contro una definitiva perdita di credibilità nei confronti dei telespettatori.

Una volta era il giornale di tutti

Come ha detto - osserva la giornalista - il presidente della Commissione di Vigilanza Rai Sergio Zavoli: 'la più grande testata italiana, rinunciando alla sua tradizionale struttura ha visto trasformare insieme con la sua identità, parte dell'ascolto tradizionale’.
Amo questo giornale, dove lavoro da 21 anni. Perchè è un grande giornale. È stato il giornale di Vespa, Frajese, Longhi, Morrione, Fava, Giuntella. Il giornale delle culture diverse, delle idee diverse. Le conteneva tutte, era questa la sua ricchezza. Era il loro giornale, il nostro giornale. Anche dei colleghi che hai rimosso dai loro incarichi e di molti altri qui dentro che sono stati emarginati. Questo è il giornale che ha sempre parlato a tutto il Paese. Il giornale degli italiani.

L'informazione del Tg1 parziale e di parte

Il giornale che ha dato voce a tutte le voci. Non è mai stato il giornale di una voce sola. Oggi l'informazione del TG1 è un'informazione parziale e di parte.
Dov'è il paese reale? Dove sono le donne della vita reale? Quelle che devono aspettare mesi per una mammografia, se non possono pagarla? Quelle coi salari peggiori d'Europa, quelle che fanno fatica ogni giorno ad andare avanti perchè negli asili nido non c'è posto per tutti i nostri figli? Devono farsi levare il sangue e morire per avere l'onore di un nostro titolo. E dove sono le donne e gli uomini che hanno perso il lavoro? Un milione di persone, dietro alle quali ci sono le loro famiglie.


Dove sono i giovani, i precari, i cassintegrati?

Dove sono i giovani, per la prima volta con un futuro peggiore dei padri? E i quarantenni ancora precari, a 800 euro al mese, che non possono comprare neanche un divano, figuriamoci mettere al mondo un figlio? E dove sono i cassintegrati dell'Alitalia? Che fine hanno fatto? E le centinaia di aziende che chiudono e gli imprenditori del nord est che si tolgono la vita perchè falliti? Dov'è questa Italia che abbiamo il dovere di raccontare? Quell'Italia esiste. Ma il tg1 l'ha eliminata.


Anche io compro la carta igienica per la scuola di mia figlia

Anche io compro la carta igienica per mia figlia che frequenta la prima elementare in una scuola pubblica. Ma la sera, nel TG1 delle 20, diamo spazio solo ai ministri Gelmini e Brunetta che presentano il nuovo grande progetto per la digitalizzazione della scuola, compreso di lavagna interattiva multimediale.
L'Italia che vive una drammatica crisi sociale è finita nel binario morto della nostra indifferenza. Schiacciata tra un'informazione di parte - un editoriale sulla giustizia, uno contro i pentiti di mafia, un altro sull'inchiesta di Trani nel quale hai affermato di non essere indagato, smentito dai fatti il giorno dopo - e l'infotainment quotidiano: da quante volte occorre lavarsi le mani ogni giorno, alla caccia al coccodrillo nel lago, alle mutande antiscippo.

Arricchiamo le sceneggiature dei programmi di satira

Una scelta editoriale con la quale stiamo arricchendo le sceneggiature dei programmi di satira e impoverendo la nostra reputazione di primo giornale del servizio pubblico della più importante azienda culturale del Paese. Oltre che i cittadini, ne fanno le spese tanti bravi colleghi che potrebbero dedicarsi con maggiore soddisfazione a ben altre inchieste di più alto profilo e interesse generale.
Un giornalista ha un unico strumento per difendere le proprie convinzioni professionali: levare al pezzo la propria firma. Un conduttore, una conduttrice, può soltanto levare la propria faccia, a questo punto. Nell'affidamento dei telespettatori è infatti al conduttore che viene ricollegata la notizia. È lui che ricopre primariamente il ruolo di garante del rapporto di fiducia che sussiste con i telespettatori.

I fatti dell'Aquila quando mi gridavano "vergogna"

I fatti dell'Aquila ne sono stata la prova.
Quando centinaia di persone hanno inveito contro la troupe che guidavo al grido di vergogna e scodinzolini, ho capito che quel rapporto di fiducia che ci ha sempre legato al nostro pubblico era davvero compromesso. È quello che accade quando si privilegia la comunicazione all'informazione, la propaganda alla verifica.

Dissentire non è tradire: punto 1

Ho fatto dell'onestà e della lealtà lo stile della mia vita e della mia professione. Dissentire non è tradire. Non rammento chi lo ha detto recentemente.
Pertanto:
1) respingo l'accusa di avere avuto un comportamento scorretto. Le critiche che ho espresso pubblicamente - ricordo che si tratta di un mio diritto oltre che di un dovere essendo una consigliera della FNSI - le avevo già mosse anche nelle riunioni di sommario e a te, personalmente. Con spirito di leale collaborazione, pensando che in un lavoro come il nostro la circolazione delle idee e la pluralità delle opinioni costituisca un arricchimento.

Non sputo nel piatto in cui mangio: punto 2

Per questo ho continuato a condurre in questi mesi. Ma è palese che non c'è più alcuno spazio per la dialettica democratica al TG1. Sono i tempi del pensiero unico. Chi non ci sta è fuori, prima o dopo.
2) Respingo l'accusa che mi è stata mossa di sputare nel piatto in cui mangio. Ricordo che la pietanza è quella di un semplice inviato, che chiede semplicemente che quel piatto contenga gli ingredienti giusti. Tutti e onesti.
E tengo a precisare di avere sempre rifiutato compensi fuori dalla Rai, lautamente offerti dalle grandi aziende per i volti chiamati a presentare le loro conventions, ritenendo che un giornalista del servizio pubblico non debba trarre profitto dal proprio ruolo.

L'intervista a Repubblica: punto 3

3) Respingo come offensive le affermazioni contenute nella tua lettera dopo l'intervista rilasciata a Repubblica, lettera nella quale hai sollecitato all'azienda un provvedimento disciplinare nei miei confronti: mi hai accusato di ‘danneggiare il giornale per cui lavoro’, con le mie dichiarazioni sui dati d'ascolto.
I dati resi pubblici hanno confermato quelle dichiarazioni.
Trovo inoltre paradossale la tua considerazione seguente: 'il tg1 darà conto delle posizioni delle minoranze ma non stravolgerà i fatti in ossequio a campagne ideologiche’. Posso dirti che l'unica campagna a cui mi dedico è quella dove trascorro i week end con la famiglia. Spero tu possa dire altrettanto.

Gli attacchi de Il Giornale, Libero e Panorama

Viceversa ho notato come non si sia levata una tua parola contro la violenta campagna diffamatoria che i quotidiani Il Giornale, Libero e il settimanale Panorama - anche utilizzando impropriamente corrispondenza aziendale a me diretta - hanno scatenato nei miei confronti in seguito alle mie critiche alla tua linea editoriale. Un attacco a orologeria: screditare subito chi dissente per indebolire la valenza delle sue affermazioni.
Sono stata definita 'tosa ciacolante - ragazza chiacchierona - cronista senza cronaca, editorialista senza editoriali' e via di questo passo.
Non è ciò che mi disse il Presidente Ciampi consegnandomi il Premio Saint Vincent di giornalismo, al Quirinale. A queste vigliaccate risponderà il mio legale. Ma sappi che non è certo per questo che lascio la conduzione delle 20.

Serve più rispetto per le notizie, il pubblico e la verità

Thomas Bernhard in Antichi Maestri scrive decine di volte una parola che amo molto: rispetto. Non di ammirazione viviamo, dice, ma è di rispetto che abbiamo bisogno.
Caro direttore, credo che occorra maggiore rispetto. Per le notizie, per il pubblico, per la verità. Quello che nutro per la storia del TG1, per la mia azienda, mi porta a questa decisione. Il rispetto per i telespettatori, nostri unici referenti. Dovremmo ricordarlo sempre. Anche tu ne avresti il dovere.

Maria Luisa Busi
ML.

I professori non possono parlare male della scuola

Modena - Democrazia a rischio. Incredibile circolare dell'Ufficio scolastico regionale dell'Emilia Romagna. Secondo un testo inviato ai presidi, i prof non devono parlare male della scuola. In occasione della odierna, straordinaria assemblea dei lavoratori della scuola di Modena, preceduta da un corteo dalle dimensioni che non si vedevano da anni, i docenti assieme al personale Ata, chiamati dai sindacati uniti almeno in questa occasione, ha approvato una mozione contro il dirigente, di cui ha chiesto le dimissioni

VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=HogdAo-WyDA

E adesso chi lo dice a Falcone?

Diciotto anni dopo scopriamo che Falcone, la moglie e i tre agenti di scorta morti a Capaci sono stati condotti al macello dallo Stato

di Claudio Fava
http://www.antimafiaduemila.com

Cosa appenderemo domenica pomeriggio all’albero di Giovanni Falcone? Quali cotillon luccicanti c’inventeremo per celebrarecomesi deve questo diciottesimo anniversario della sua morte?

Quante parole mansuete e riverentissime ascolteremo ai piedi di quell’albero, facendo finta che da qualche parte l’anima gentile del giudice ci ascolti e ci assolva? Io, se fossi al posto suo (ovunque quel posto sia) sarei solo stupito e rattristato per quel tripudio di ipocrisie. A Palermo la memoria si fa maggiorenne: la verità, no.

Diciotto anni dopo scopriamo che Falcone, la moglie e i tre agenti di scorta morti a Capaci sono stati condotti al macello dallo Stato. Mi correggo, da una parte dello Stato, gente perbene, con le mani in tasca, la giacchetta blu, il sorriso pietrificato in cima alla faccia, gente che nel portafogli magari conservava anche un distintivo, un tesserino, un segno patriottico d’identità.
Gente nostra, pagata con denaro dei cittadini per occuparsi della sicurezza dei cittadini. Invece si occupavano della morte di Giovanni Falcone, in nome e per conto di chi, non ci è dato sapere.
Diciotto anni dopo sappiamo dinon sapere nulla. Ci siamo verniciati le coscienze seppellendo in una cella Salvatore Riina e i suoi accoliti, convinti che quel gesto facile, chirurgico, servisse davvero a separare il bene dal male come avviene nelle favole più miti. Abbiamo lasciato fuori tutto il resto, un mesto arsenale di menzogne, doppigiochi, tradimenti, impunità, violenze pubbliche e private: e adesso, chi glielo racconta a Falcone?

Chi glielo racconta che in nome della lotta alla mafia celebreremo la sua morte minacciando di galera i giornalisti che scrivono di mafia? Bontà loro, gli statisti di questo governo c’informano che la galera non durerà due mesi ma solo un mese. E che sarà preceduta da un tintinnar di manette per chiunque, sbirro, carabiniere o cancelliere, dia una mano ai cronisti per fare il loro lavoro.
Chi se la sente di spiegare ai morti e ai vivi che prima di intercettare il telefono di un possibile mafioso dovremo chiedergli permesso tre volte col capo cosparso di cenere? Chi avrà il coraggio di riepilogare, davanti a quell’albero, i processi, le truffe, gli scandali, le indagini di cui non avremmo saputo un beneamato fico secco se questa leggina fosse già stata in vigore? E chi glielo dice a Falcone che abbiamo rivoltato la legge La Torre come un calzino e che adesso lo Stato, benevolo e tollerante, restituirà i beni faticosamente confiscati ai mafiosi ai legittimi proprietari (i mafiosi medesimi) mettendoli in vendita all’asta?

Chi glielo dice che il vero problema in Italia non sono le mani che armarono altre mani per fare a pezzi lui, la moglie e la scorta ma le fiction televisive che questa storia la raccontano, magari seminando qua e là qualche alito di penombra, qualche dubbio, qualche domanda ancora sospesa? Insomma, come gliela cantiamo questa storia, domenica pomeriggio, quando ci raccoglieremoin compagnia dei nostri giulivi ministri in meditazione sotto l’albero di Falcone? In rima baciata? Ascoltando l’inno nazionale?
E dove poseremo lo sguardo quando ci toccherà spiegare a Falcone che chi trattò la resa dello Stato, chi si rifiutò di perquisire il covo di Riina, chi protesse per lunghi anni la latitanza e i delitti di messer Provenzano sta ancora al posto suo, fedele servitore di uno Stato che non è più il nostro? Ci guarderemo la punta delle scarpe sperando che quel momento passi in fretta, che quest’anniversario del diavolo voli via e si porti dietro tutte le cose non dette, le verità non pronunciate, i pensieri indicibili, gli sgorghi di vergogna.

Anzi, no. Dovremmo fare come la giornalista Maria Luisa Busi che ieri in ufficio, sulla bacheca della Rai, ha attaccato la sua lettera di rinuncia a condurre il TG1: dice, semplicemente, che in quel telegiornale e nel modo in cui è diretto lei non si riconosce più. Se avessimo le palle, sull’albero di Falcone domenica questo dovremmo appendere: le nostre parole di vergogna e di bestemmia, i lacerti di verità negata per diciotto anni, la pena per un paese che affoga nel ridicolo, che toglie la vita anche ai morti, elogia i corrotti, premia i mafiosi, tiene al governo i camorristi e intanto canta felice meno male che Silvio c’è.

Caso Aldrovandi: i poliziotti omicidi querelano la madre del ragazzo

da http://www.net1news.org/

Enzo Pontani, Monica Segatto e Luca Pollastri, tre dei 4 poliziotti condannati per l'omicidio di Federico Aldrovandi a Ferrara hanno avuto il coraggio di querelare la madre del ragazzo ammazzato per delle sue parole usate durante un'intervista.

Lei dichiara di non considerare quei 4 personaggi dei poliziotti ma dei semplici delinquenti, visto il massacro compiuto sul corpo del figlio, poi lasciato soffocare e agonizzare su un marciapiede con le braccia ammanettate dietro la schiena.

Sul blog della famiglia di Federico, il padre scrive una pagina arrabbiata e stupita, addolorata ed incredula a riguardo.

http://federicoaldrovandi.blog.kataweb.it/

10 maggio 2010

Sui binari del razzismo

Segnalare eventuali passeggeri di etnia giudea che salgano sui treni delle Ferrovie dello Stato; riportare i dati anagrafici dei suddetti giudei nell’apposito formulario; trasmettere alle autorità competenti la segnalazione per i provvedimenti del caso...».

di Claudio Fava
da unita.it

Se ci capitasse tra le mani una circolare di questo tono, sappiamo cosa accadrebbe: notisti, editorialisti, intellettuali, parlamentari di questa o quella parte, direttori, professori, sacerdoti, sindacati, papi, vescovi, ambasciatori... tutti giustamente indignati per quel refuso di burocrazia razzista che refuso non sarebbe affatto: scriverebbero che in quel riferimento alla razza e ai giudei c’è lo specchio di un paese malato, ci sono i suoi umori profondi, l’instancabile ricerca di un diverso, di uno straniero su cui scaricare tossine e fatiche. In Europa ci direbbero, senza troppi fronzoli, che siamo diventati un paese di merda, razzista e omofobo, umile con i forti e miserabile con tutti gli altri. Avrebbero ragione? Certo che avrebbero ragione.

Com’è allora che nessuno s’è indignato quando due giorni fa è saltata fuori la notizia di questa schedatura? Identica, parola per parola, al virgolettato che vi ho offerto all’inizio di questa pagina. Con un unico irrilevante dettaglio: la parola “Rom” al posto di quella “giudeo”. È accaduto su uno dei treni regionali che da Roma battono lentamente le campagne e i Castelli: un modulo che invita i controllori a segnalare e, naturalmente, a schedare i passeggeri di etnia Rom. Sfugge la ragione di questa richiesta: per farli arrestare? Per invitare gli altri passeggeri a tenere la mano sul portafogli? Per cambiare vagone? Qual è il motivo per cui un controllore dovrebbe chiedere a un viaggiatore in regola con il suo biglietto se è o meno un Rom? Quale pensiero storto sta dietro quella richiesta? In quale paese vivono i dirigenti delle ferrovie che si sono inventati questo surrogato della stella gialla da attaccare alle giacche dei rom italiani?

E che razza (sì, razza) di gente siamo diventati noi italiani che ci strapperemmo i capelli se quel gesto di grossolana villanìa fosse stato esercitato contro gli ebrei, ma non alziamo nemmeno gli occhi dal giornale quando scopriamo che non di ebrei ma di zingari si tratta? Come ci hanno spiegato i nazisti settant’anni fa, il problema non sono gli ebrei, i neri o gli zingari ma il concetto alto e patriottico di razza. In quel patetico formulario distribuito dalle ferrovie italiane ciò che offende è proprio questo: la parola razza, la pretesa che un cittadino, un viaggiatore, un uomo possa essere identificato (e poi, forse, discriminato) per il sangue che si porta dentro, per il profilo del naso, la linea degli zigomi, il taglio degli occhi, il colore dei capelli…
In questo siamo cambiati. Abbiamo accettato, senza protestare, l’idea che esistano molte razze, e che dentro questa parola oscena ci siano ragioni oggettive di diversità: diversi i destini, diversi i diritti, diversa la dignità. Più o meno quello che accadeva mezzo secolo fa con i siciliani e i calabresi che s’imbarcavano su un vapore.

Mio figlio ha sei anni, lo abbiamo adottato. Cittadino italiano ma nato in una città dal suono strano. L’ho iscritto in palestra, e in attesa della sua prima gara è arrivata la formale richiesta della federazione sportiva: per essere tesserato e partecipare alle gare, il bambino dovrà produrre il permesso di soggiorno. Poco importa che mio figlio sia italiano, che non gli spetti esibire certificati nè permessi: ma se non lo fosse? Se un bambino di sei anni (turco, rom, ebreo, nero) vuole iscriversi in una piscina o in una palestra, cosa gli tocca fare e dire? E se a suo padre quel permesso è scaduto, cosa gli infliggiamo? Niente scuola, niente palestra, niente ospedale, accontentati di star qui, tra noi ariani, che per te è già tanto…

Insomma, il problema non sta nella zucca di qualche funzionario delle ferrovie, convinto che per tenere più pulite le tradotte dei treni locali è bene schedare i passeggeri. Il problema non è quell’eccesso di zelo un po’ ottuso, né la giustificazione subito fornita dalle Ferrovie Italiane («il modulo esiste, ma tanto non l’abbiamo mai usato...»): il problema è che dentro un paese di caste e razze noi ci stiamo bene. E’ un’immagine che ci protegge, ci conforta, ci fornisce alibi buoni per ogni nostra rabbia. Invece di cercare il nemico in alto, ci aiuta a trovarlo in basso. Anche negli scompartimenti dei treni regionali.

Padova - Grave sopruso nei confronti di ragazze rom

Carabinieri denudano ragazze rom in mezzo alla gente

da http://www.meltingpot.org/

Venerdì pomeriggio 29 aprile è pervenuta alla redazione di Radio Sherwood una telefonata, da parte di una studentessa che ha voluto denunciare un abuso nei confronti di alcune ragazze rom a cui ha assistito di persona.

La ragazza ha raccontato quello a cui ha visto in stazione a Padova, assieme ad altre persone, tra cui una giornalista allontanata dai carabinieri.

I fatti, come raccontati alla radio, riguardano un fermo da parte dei carabinieri di alcuni rom sospettati di avere della cocaina. In particolare le ragazze fermate sarebbero state spogliate, denudate e “visitate” dalle mani dei militari per tutto il corpo...

A testimonianza delle sue parole, la studentessa ha spedito a Radio Sherwood delle foto, fatte con telefono cellulare, che alleghiamo sia alla notizia, sia alla testimonianza audio della studentessa.

Foto e testimonianze: http://www.meltingpot.org/articolo5294.html

PARLA CON ME : il video criticato da Berlusconi

Parla con me del 06 maggio 2010 - La caustica performance di Ascanio Celestini, all'interno del programma di Serena Dandini, che ha suscitato la presa di posizione del Presidente del Consiglio

VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=N5ik-e2x7E8

Tg3 linea notte, intervista Crocetta sui testimoni di Giustizia

Tg3 linea notte, intervista Crocetta sui testimoni di Giustizia

VIDEO: http://www.youtube.com/watch?v=VCRV2ekrS_A

24 aprile 2010

Diffondiamo l'articolo che non si voleva far leggere

Un caso senza precedenti in Italia. Un editoriale oscurato due volte su due siti diversi

da Ossigeno per l'informazione
di Alberto Spampinato

"Il serial killer della memoria e della libera informazione" è il titolo di un acuto editoriale di Roberto Morrione, presidente della Fondazione Libera Informazione, in cui si criticano le accuse di Silvio Berlusconi a Roberto Saviano e agli autori di serie televisive sulla mafia come "La piovra" ricordando che non è la prima volta che il presidente del Consiglio lancia simili invettive prendendo di mira invece dei mafiosi e delle loro losche imprese, scrittori e giornalisti che ne parlano. Non ci sarebbe che da consentire o dissentire su questa o quella affermazione di Morrione, se nei giorni scorsi il suo articolo non fosse inopinatamente divenuto il bersaglio di un atto di intimidazione e di oscuramento finora senza precedenti in Italia.

Alla fine della scorsa settimana, c'è stata una effrazione notturna alla redazione di Articolo 21, a Roma, ed il furto di sette computer e con essi della chiave di accesso al sito web della stessa associazione. Poi è stato manomesso il notiziario online di Articolo 21. Con un intervento di chirurgia informatica è stato cancellato l'articolo di Morrione. Al suo posto gli hacker hanno messo l'immagine di un teschio, e un link ad un sito pornografico. Il giorno dopo lo stesso attacco, allo stesso editoriale di Morrione, è stato ripetuto sul sito della Fondazione Libera Informazione, collegato al sito di Articolo 21.

Gli episodi hanno suscitato grande allarme. Ci sono state attestazioni di solidarietà del sindacato dei giornalisti e di altri. I fatti sono stati riferiti dalle agenzie di stampa e da comunicati di Articolo 21 e di Libera diffusi in rete. Ma la notizia sull'accaduto non ha raggiunto le pagine dei giornali e il grande pubblico dei lettori dei quotidiani e dei telespettatori. Non c'è da stupirsi più di tanto. Gli episodi di oscuramento dell'informazione, le intimidazioni a giornali e giornalisti, purtroppo non fanno notizia nei giornali, e anche per questo atti così gravi suscitano così poca solidarietà. Queste notizie restano inedite. Nelle redazioni si dice che non interessano i lettori, non si tiene conto della loro importanza sociale: cioè che l'informazione deve assolvere la funzione di servizio pubblico facendo conoscere ai cittadini "anche" queste notizie, il fatto che un giornale, che esprime opinioni senza peli sulla lingua su qualche potente - in questo caso sugli interessi del presidente del Consiglio - non può stare tranquillo neppure quando ha chiuso a chiave a doppia mandata la porta della redazione.

Se avvengono fatti così gravi, bisogna farlo sapere ai cittadini.

I nostri giornali di solito parlano di queste cose solo quando capitano in casa propria, nella propria redazione, ai propri giornalisti. E' un criterio assurdo che non rispetta i canoni del giornalismo e neppure il diritto dei cittadini a sapere cosa accade di rilevante. Io credo che i giornali devono invece trovare lo spazio per riferire queste cose, a costo di tagliare qualche riga di gossip, qualche notizie di intrattenimento, qualche finto retroscena della politica, o qualche chicca da interviste-fiume auto-celebrative che straripano. Inoltre credo che i giornali devono reagire coralmente in casi come questo, di fronte all'oscuramento di un articolo specifico, e nel solo modo efficace: pubblicando la notizia dell'abuso e ripubblicando nelle proprie pagine, per esteso, o per sintesi, lo stesso articolo che si vuole oscurare.

Solo così si possono scoraggiare i prepotenti e i violenti a ricorrere ad attacchi di questo tipo: facendo vedere che non producono l'oscuramento ma l'amplificazione e la propagazione di una notizia o di un commento critico. In questi casi, ripubblicare non significa condividere e sottoscrivere il contenuto, circostanza che può essere specificata con una premessa esplicita, per dire che ciò che condividiamo e vogliamo difendere è il diritto di ognuno di dire la sua, di esprimere opinioni e critiche nei confronti di chiunque. In questi casi ripubblicare un articolo significa mettersi al fianco del giornale e del giornalista colpito. Significa fare la scorta mediatica.

CINQUANTA TEOLOGI CHIEDONO LE DIMISSIONI DEL PAPA

Se in Italia le responsabilità di papa Ratzinger sullo scandalo pedofilia sono state sminuite e spesso occultate dalla stampa e da certa politica che beneficia a piane emani dell’appoggio della Chiesa, all’estero quest’aura di fiducia che protegge un papa ignaro e vittima non tiene, neanche all’interno dello stesso mondo ecclesiastico

da http://ilpuntorosso.webnode.com/home/
di Cecilia M. Calamani

50 teologi spagnoli dell’Associazione “Teologi di Giovanni XXIII” hanno aderito all’appello del teologo svizzero Hans Kung chiedendo, contestualmente, le dimissioni del papa: “Crediamo che il pontificato di Benedetto XVI si sia esaurito. Il Papa non ha l’età né la mentalità per rispondere adeguatamente ai gravi e urgenti problemi che la Chiesa cattolica si trova a dover affrontare. Pensiamo quindi, con il dovuto rispetto per la sua persona, che debba presentare le dimissioni dalla sua carica”.

Se negli Stati democratici una richiesta di dimissioni del premier di turno non fa neanche più effetto, in una teocrazia come il Vaticano è un attentato al cuore di un sistema che vede nel papa l’erede designato al soglio di Pietro, la guida spirituale scelta da Dio, l’anima e la sostanza stessa della religione.
Due soli, pare, i precedenti nella storia della Chiesa: Bendetto IX (due abdicazioni, non ben documentate, nel 1045 e nel 1048) e Celestino V (1294). Storie di potere, parentele e fazioni; storie oscure e lontane dal mondo contemporaneo in cui Benedetto XVI si muove.

Tuttavia, le dimissioni di un papa sono previste dal Diritto canonico: “Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti”.
Nel Bel Paese si urla al complotto contro la Chiesa, cercando di salvare l’utile alleato. Che colpa ha Bendetto XVI, in carica da soli cinque anni, della perpetrata copertura del crimine più orrendo di cui gli uomini si possano macchiare, l’abuso dell’infanzia? Il santo padre non sapeva, è addolorato, soffre accanto alle vittime, è lui stesso tradito nella sua missione!
Non è così. E se in Italia si fa finta di non saperlo, fuori dai confini che inglobano il Sacro Stato le responsabilità di Joseph Ratzinger nell’arco della sua carriera sono inconfutabili.
1980, Monaco di Baviera. Un prete sospettato di pedofilia viene trasferito in un’altra parrocchia della diocesi e il vicario generale informa per iscritto l’arcivescovo Ratzinger. Il prete continua a perpetrare i suoi crimini su altri minori tanto da essere condannato, nel 1986, dal Tribunale dell’Alta Baviera.

1981, Oakland. Un vescovo chiede alla Congregazione per la Dottrina della fede, guidata da Ratzinger, di ridurre allo stato laicale un prete pedofilo. Già riconosciuto colpevole dalla giustizia, è il prete stesso a chiedere di lasciare la tonaca. Ratzinger risponde quattro anni dopo, sconsigliando l’espulsione del prete e invitando il vescovo a tenere conto del “bene della Chiesa universale” e del danno (d’immagine) che potrebbe derivarne alla comunità parrocchiale.
1996, Milwaukee. Il vescovo chiede alla Congregazione per la Dottrina della fede, sempre guidata da Ratzinger, di aprire un processo canonico contro il prete pedofilo Murphy, che ha abusato di duecento minori sordomuti. Monsignor Bertone autorizza nel 1998 l’apertura del processo, che viene poi fermato per “dubbi sulla fattibilità e opportunità”.

Sorvolando sulla quantità di casi – di difficile enumerazione – coperti dal Vaticano a vari livelli, bastano solo questi a inchiodare Ratzinger a delle responsabilità indeclinabili. Lui c’era. Lui sapeva. Lui ha scelto.
Con quale attendibilità, ora, piange al fianco delle vittime degli abusi a Malta? Di questo si sono resi conto i teologi spagnoli che ne chiedono le dimissioni: Ratzinger non ha la credibilità per sanare quella ferita profonda e putrefatta che sta intaccando le fondamenta stesse della Chiesa. Non è lui, uno dei responsabili del silenzio che ha fatto sì che la piaga si infettasse, la figura che può operare il risanamento della Chiesa.

In ogni Paese civile – ad eccezione dell’Italia – un codice etico impone le dimissioni di un capo di governo che si macchi di colpe incompatibili con il suo ruolo. In uno Stato teocratico come il Vaticano – etico per eccellenza – ciò dovrebbe valere a maggior ragione. Ratzinger non ha solo tradito il suo mandato, ma la stessa religione che rappresenta, e con essa tutti i suoi fedeli.
Un paragone appare tristemente inevitabile. Lo scorso febbraio Margot Kaeßmann, la prima donna vescovo a capo della Chiesa protestante tedesca, si è dimessa dal suo ruolo perché guidava con un tasso alcolico in corpo superiore a quello consentito dalla legge.
Da una parte un bicchiere di troppo. Dall’altra, il tradimento dell’infanzia.