24 aprile 2010

CINQUANTA TEOLOGI CHIEDONO LE DIMISSIONI DEL PAPA

Se in Italia le responsabilità di papa Ratzinger sullo scandalo pedofilia sono state sminuite e spesso occultate dalla stampa e da certa politica che beneficia a piane emani dell’appoggio della Chiesa, all’estero quest’aura di fiducia che protegge un papa ignaro e vittima non tiene, neanche all’interno dello stesso mondo ecclesiastico

da http://ilpuntorosso.webnode.com/home/
di Cecilia M. Calamani

50 teologi spagnoli dell’Associazione “Teologi di Giovanni XXIII” hanno aderito all’appello del teologo svizzero Hans Kung chiedendo, contestualmente, le dimissioni del papa: “Crediamo che il pontificato di Benedetto XVI si sia esaurito. Il Papa non ha l’età né la mentalità per rispondere adeguatamente ai gravi e urgenti problemi che la Chiesa cattolica si trova a dover affrontare. Pensiamo quindi, con il dovuto rispetto per la sua persona, che debba presentare le dimissioni dalla sua carica”.

Se negli Stati democratici una richiesta di dimissioni del premier di turno non fa neanche più effetto, in una teocrazia come il Vaticano è un attentato al cuore di un sistema che vede nel papa l’erede designato al soglio di Pietro, la guida spirituale scelta da Dio, l’anima e la sostanza stessa della religione.
Due soli, pare, i precedenti nella storia della Chiesa: Bendetto IX (due abdicazioni, non ben documentate, nel 1045 e nel 1048) e Celestino V (1294). Storie di potere, parentele e fazioni; storie oscure e lontane dal mondo contemporaneo in cui Benedetto XVI si muove.

Tuttavia, le dimissioni di un papa sono previste dal Diritto canonico: “Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti”.
Nel Bel Paese si urla al complotto contro la Chiesa, cercando di salvare l’utile alleato. Che colpa ha Bendetto XVI, in carica da soli cinque anni, della perpetrata copertura del crimine più orrendo di cui gli uomini si possano macchiare, l’abuso dell’infanzia? Il santo padre non sapeva, è addolorato, soffre accanto alle vittime, è lui stesso tradito nella sua missione!
Non è così. E se in Italia si fa finta di non saperlo, fuori dai confini che inglobano il Sacro Stato le responsabilità di Joseph Ratzinger nell’arco della sua carriera sono inconfutabili.
1980, Monaco di Baviera. Un prete sospettato di pedofilia viene trasferito in un’altra parrocchia della diocesi e il vicario generale informa per iscritto l’arcivescovo Ratzinger. Il prete continua a perpetrare i suoi crimini su altri minori tanto da essere condannato, nel 1986, dal Tribunale dell’Alta Baviera.

1981, Oakland. Un vescovo chiede alla Congregazione per la Dottrina della fede, guidata da Ratzinger, di ridurre allo stato laicale un prete pedofilo. Già riconosciuto colpevole dalla giustizia, è il prete stesso a chiedere di lasciare la tonaca. Ratzinger risponde quattro anni dopo, sconsigliando l’espulsione del prete e invitando il vescovo a tenere conto del “bene della Chiesa universale” e del danno (d’immagine) che potrebbe derivarne alla comunità parrocchiale.
1996, Milwaukee. Il vescovo chiede alla Congregazione per la Dottrina della fede, sempre guidata da Ratzinger, di aprire un processo canonico contro il prete pedofilo Murphy, che ha abusato di duecento minori sordomuti. Monsignor Bertone autorizza nel 1998 l’apertura del processo, che viene poi fermato per “dubbi sulla fattibilità e opportunità”.

Sorvolando sulla quantità di casi – di difficile enumerazione – coperti dal Vaticano a vari livelli, bastano solo questi a inchiodare Ratzinger a delle responsabilità indeclinabili. Lui c’era. Lui sapeva. Lui ha scelto.
Con quale attendibilità, ora, piange al fianco delle vittime degli abusi a Malta? Di questo si sono resi conto i teologi spagnoli che ne chiedono le dimissioni: Ratzinger non ha la credibilità per sanare quella ferita profonda e putrefatta che sta intaccando le fondamenta stesse della Chiesa. Non è lui, uno dei responsabili del silenzio che ha fatto sì che la piaga si infettasse, la figura che può operare il risanamento della Chiesa.

In ogni Paese civile – ad eccezione dell’Italia – un codice etico impone le dimissioni di un capo di governo che si macchi di colpe incompatibili con il suo ruolo. In uno Stato teocratico come il Vaticano – etico per eccellenza – ciò dovrebbe valere a maggior ragione. Ratzinger non ha solo tradito il suo mandato, ma la stessa religione che rappresenta, e con essa tutti i suoi fedeli.
Un paragone appare tristemente inevitabile. Lo scorso febbraio Margot Kaeßmann, la prima donna vescovo a capo della Chiesa protestante tedesca, si è dimessa dal suo ruolo perché guidava con un tasso alcolico in corpo superiore a quello consentito dalla legge.
Da una parte un bicchiere di troppo. Dall’altra, il tradimento dell’infanzia.

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