9 marzo 2010

Peppino e la sua radio fanno ancora paura

Peppino Impastato e Radio AutUn messaggio nella notte: il furto delle attrezzature indispensabili per la messa in onda proprio alla vigilia della ripresa delle trasmissioni

da http://www.cronache.org/


Dopo mesi di prove, Radio 100 Passi avrebbe dovuto tornare in onda oggi (8 marzo) con un palinsesto strutturato e invece ignoti si sono introdotti nel Centro polifunzionale di Piazza Tavola Tonda a Palermo che ospita varie associazioni, tra cui la radio, e nella notte hanno rubato tutta l’attrezzatura.

Un messaggio chiaro, un attentato alla libertà d’informazione, ma anche un incredibile segnale di paura, di debolezza: Cosa Nostra, le mafie e il loro blocco di potere – per quanto potenti – temono ancora ogni voce di dissenso, per piccola che sia, ogni strumento capace di informare davvero, di dare notizie, raccontare fatti, risvegliare le coscienze. A Radio 100 Passi e a tutte le associazioni colpite la solidarietà mia e quella dei lettori di questo blog.

Aggiornamento del 9 marzo Stamane leggendo i giornali nazionali non ho trovato neanche un trafiletto sulla vicenda di Radio 100 Passi: è così che i colleghi della carta stampata difendono la libertà di informazione.

7 marzo 2010

Tg Emme del 01.03.2010

TG Emme: Vere verità, veramente!
Conduce: Marco Giandomenico
Redazione: Marco Giandomenico, Adriano Buongiorno, Marco Maracci, Arnaldo Funaro, Daniela Ranieri.
Musica: M° Maracci
Rubrica dello show "Volevo fare i LEGO..." e delle trasmissioni "TLT - Tana Libera Tutti" e "Un Derby Lungo un Anno" sui 101.5 FM di CentroSuonoSport
(Il TG Emme va in onda il Lun - Mer - Ven intorno alle 17.30 e in replica intorno alle 22)

Il video: http://www.youtube.com/watch?v=B920NF9aqsY

Sequestrato l'impero del "cassiere" della mafia

Il “cassiere” della mafia castellammarese, ma anche il “ministro” dei Lavori Pubblici e delle “Finanze” delle cosche di Castellammare ed Alcamo

da liberainfrmazione.org

Questo secondo i giudici che lo hanno condannato in via definitiva è stato l’imprenditore Mariano Saracino, 63 anni, che adesso è stato raggiunto da un provvedimento di sequestro di beni per 20 milioni di euro. L’esecuzione è legata al pronunciamento del Tribunale delle misure di prevenzione di Trapani, a censire i beni e a provarne la provenienza illecita sono state le indagini della Dia (direzione investigativa antimafia) di Trapani, coordinate dalla Procura antimafia di Palermo. Saracino era stato raggiunto da due distinte richieste di sequestro, quella per l’appunto della sezione di Trapani della Dia e l’altra avanzata dal pool di magistrati della Dda di Palermo che fanno parte del dipartimento di criminalità economica coordinato dal procuratore aggiunto Roberto Scarpinato.

Il sequestro ha riguardato ditte individuali e società di capitali, appezzamenti di terreno, fabbricati, veicoli industriali, autovetture, denaro liquido posto su conti correnti. Cemento, edilizia, immobili, residenze estive, costituivano l’impero dell’imprenditore che è in carcere dal 2004, da quando è diventata definitiva la sua condanna a 10 anni per associazione mafiosa.I sigilli sono stati apposti al 30 per cento del capitale sociale non chè al complesso dei beni aziendali della Calcestruzzi Castellammare srl, di Castellammare del Golfo; al capitale sociale e al complesso dei beni delle società Scopello Costruzioni, Cosi e Del Ponte, tutte operanti nel settore delle costruzioni edili di Castellammare del Golfo; al 49 per cento della società Cereve snc, operante nel settore della revisione e riparazione di veicoli industriali; l’intero patrimonio della società Maxim’s Bar di Filippazzo G. & c. snc di Castellammare del Golfo (somministrazione alimentare); alle imprese intestate allo stesso Saracino e alla moglie Caterina Sottile operanti nei settori edile e agricolo; ad otto appartamenti, dieci unità immobiliari destinate ad attività commerciali ed uffici ubicati a Castellammare nonchèp a venti unità immobiliari destinati a magazzini e depositi di vario genere detenuti in diverse località del trapanese, ed ancora sei villini che si trovano nella zona residenziale di Scopello, 30 terreni molti con destinazione urbanistica edificabile tra Castellammare, Scopello e Guidaloca. Del sequestro fanno altresì parte fondi agricoli con fabbricati rurali sempre nel circondario castellammarese, venti veicoli e conti correnti presso diversi istituti di credito.

Il nome dell’imprenditore Mariano Saracino è legato a diverse indagini antimafia nel tempo condotte nel trapanese (in particolare Arca e Tempesta), finito con il trovarsi a capo di una cordata di imprenditori che dapprima con il sostegno e poi in rappresentanza di Cosa Nostra hanno dato nel tempo l’”assalto” ai lavori pubblici, ma anche garantito alla mafia una serie di copertura, a proposito di latitanze come quelle del calibro dell’ex capo mafia di San Giuseppe Jato Giovanni Brusca

Iran, arrestato Jafar Panahi con moglie e figlia "Preparava un documentario sulle proteste

TEHERAN - E' stato arrestato ieri sera insieme alla figlia e a 15 ospiti invitati nella sua residenza di Teheran. Il regista iraniano Jafar Panahi, una delle voci più critiche dell'opposizione al presidente Ahmadinejad, è stato prelevato con la moglie, la figlia e altre 15 persone (tra cui anche attori e registi), da agenti dei servizi di sicurezza iraniani. L'uomo, autore di "Il Cerchio" e "Oro rosso", due film denuncia sull'Iran, è stato sequestrato dopo aver richiesto alle autorità un visto di uscita per partecipare, il mese prossimo, a una conferenza sul cinema iraniano a Berlino. Secondo alcune fonti del ministero dell'intelligence "l'arresto è stato eseguito perché Panahi era impegnato nella realizzazione di un film documentario sulle recenti proteste antigovernative scoppiate in Iran dopo le contestate elezioni presidenziali di giugno". Panahi non avrebbe avuto il permesso per girare a Teheran le immagini del suo nuovo film.

Secondo quanto sostengono queste fonti, Panahi non avrebbe avuto il permesso per girare a Teheran le immagini del suo nuovo film (Continua a leggere)

Aldrovandi, condannati gli agenti dell'«inchiesta bis»

Condannati. I poliziotti responsabili delle indagini sul caso della morte di Federico Aldrovandi hanno tentato di insabbiare l'accaduto, e di coprire i loro colleghi

da ilmanifesto.it
di C. G.

FERRARA - Condannati. I poliziotti responsabili delle indagini sul caso della morte di Federico Aldrovandi hanno tentato di insabbiare l'accaduto, e di coprire i loro colleghi. Di questo, in sostanza, erano accusati i tre poliziotti della questura di Ferrara condannati ieri nella cosiddetta «inchiesta bis», con cui il pm Nicola Proto - dopo la condanna di quattro poliziotti della questura per «omicidio colposo» per la morte del ragazzo diciottenne - ha voluto mettere sotto la lente di ingrandimento la conduzione delle indagini. Il gup Monica Bighetti ha condannato l'ufficiale di polizia giudiziaria Marco Pirani a 8 mesi per omissione di atti d'ufficio, l'ex capoturno della centrale operativa della questura Marcello Bulgarelli a 10 mesi per omissione di atti d'ufficio e favoreggiamento (prosciolto invece per il reato falsa testimonianza) e l'ex dirigente dell'ufficio volanti Paolo Marino a 1 anno per omissione di atti d'ufficio.

Dovranno inoltre pagare le provvisionali di 10 mila euro alle parti civili (i genitori di Federico e il fratello). Rinvio a giudizio per Luca Casoni, l'addetto all'ufficio denunce il giorno della morte del ragazzo (avvenuta il 25 settembre 2005) che non ha scelto il rito abbreviato.
L'inchiesta bis partì quando il pm, nell'ambito delle indagini sulla morte di Federico, entrò in possesso (per puro caso) dei brogliacci originali su cui erano stati segnati gli interventi delle quattro pattuglie che la notte del 25 settembre erano in servizio a Ferrara. Guarda caso, l'intervento delle due volanti che fermarono Federico (da cui nacque una colluttazione che portò alla morte di Federico) erano posticipate di cinque minuti.

Altra questione - che riguarda Casoni e che sarà approfondita nel processo che si apre il 21 aprile - riguarda una famosa telefonata tra lui e Bulgarelli. Casoni era sul luogo del delitto: «Che è successo?», chiese Bulgarelli. La risposta di Casoni fu «stacca», chiedendo cioè al collega di staccare la registrazione. Evidentemente doveva dare una versione dei fatti che non sarà quella seguita nelle indagini successive della questura, tutte mirate a dimostrare che Federico era un drogato e aveva aggredito al polizia. «Questa sentenza è un monito - ha detto l'avvocato delle parti civili Fabio Anselmo - per tutti coloro che anziché tutelare la giustizia coprono i loro colleghi».