24 aprile 2010

Diffondiamo l'articolo che non si voleva far leggere

Un caso senza precedenti in Italia. Un editoriale oscurato due volte su due siti diversi

da Ossigeno per l'informazione
di Alberto Spampinato

"Il serial killer della memoria e della libera informazione" è il titolo di un acuto editoriale di Roberto Morrione, presidente della Fondazione Libera Informazione, in cui si criticano le accuse di Silvio Berlusconi a Roberto Saviano e agli autori di serie televisive sulla mafia come "La piovra" ricordando che non è la prima volta che il presidente del Consiglio lancia simili invettive prendendo di mira invece dei mafiosi e delle loro losche imprese, scrittori e giornalisti che ne parlano. Non ci sarebbe che da consentire o dissentire su questa o quella affermazione di Morrione, se nei giorni scorsi il suo articolo non fosse inopinatamente divenuto il bersaglio di un atto di intimidazione e di oscuramento finora senza precedenti in Italia.

Alla fine della scorsa settimana, c'è stata una effrazione notturna alla redazione di Articolo 21, a Roma, ed il furto di sette computer e con essi della chiave di accesso al sito web della stessa associazione. Poi è stato manomesso il notiziario online di Articolo 21. Con un intervento di chirurgia informatica è stato cancellato l'articolo di Morrione. Al suo posto gli hacker hanno messo l'immagine di un teschio, e un link ad un sito pornografico. Il giorno dopo lo stesso attacco, allo stesso editoriale di Morrione, è stato ripetuto sul sito della Fondazione Libera Informazione, collegato al sito di Articolo 21.

Gli episodi hanno suscitato grande allarme. Ci sono state attestazioni di solidarietà del sindacato dei giornalisti e di altri. I fatti sono stati riferiti dalle agenzie di stampa e da comunicati di Articolo 21 e di Libera diffusi in rete. Ma la notizia sull'accaduto non ha raggiunto le pagine dei giornali e il grande pubblico dei lettori dei quotidiani e dei telespettatori. Non c'è da stupirsi più di tanto. Gli episodi di oscuramento dell'informazione, le intimidazioni a giornali e giornalisti, purtroppo non fanno notizia nei giornali, e anche per questo atti così gravi suscitano così poca solidarietà. Queste notizie restano inedite. Nelle redazioni si dice che non interessano i lettori, non si tiene conto della loro importanza sociale: cioè che l'informazione deve assolvere la funzione di servizio pubblico facendo conoscere ai cittadini "anche" queste notizie, il fatto che un giornale, che esprime opinioni senza peli sulla lingua su qualche potente - in questo caso sugli interessi del presidente del Consiglio - non può stare tranquillo neppure quando ha chiuso a chiave a doppia mandata la porta della redazione.

Se avvengono fatti così gravi, bisogna farlo sapere ai cittadini.

I nostri giornali di solito parlano di queste cose solo quando capitano in casa propria, nella propria redazione, ai propri giornalisti. E' un criterio assurdo che non rispetta i canoni del giornalismo e neppure il diritto dei cittadini a sapere cosa accade di rilevante. Io credo che i giornali devono invece trovare lo spazio per riferire queste cose, a costo di tagliare qualche riga di gossip, qualche notizie di intrattenimento, qualche finto retroscena della politica, o qualche chicca da interviste-fiume auto-celebrative che straripano. Inoltre credo che i giornali devono reagire coralmente in casi come questo, di fronte all'oscuramento di un articolo specifico, e nel solo modo efficace: pubblicando la notizia dell'abuso e ripubblicando nelle proprie pagine, per esteso, o per sintesi, lo stesso articolo che si vuole oscurare.

Solo così si possono scoraggiare i prepotenti e i violenti a ricorrere ad attacchi di questo tipo: facendo vedere che non producono l'oscuramento ma l'amplificazione e la propagazione di una notizia o di un commento critico. In questi casi, ripubblicare non significa condividere e sottoscrivere il contenuto, circostanza che può essere specificata con una premessa esplicita, per dire che ciò che condividiamo e vogliamo difendere è il diritto di ognuno di dire la sua, di esprimere opinioni e critiche nei confronti di chiunque. In questi casi ripubblicare un articolo significa mettersi al fianco del giornale e del giornalista colpito. Significa fare la scorta mediatica.

CINQUANTA TEOLOGI CHIEDONO LE DIMISSIONI DEL PAPA

Se in Italia le responsabilità di papa Ratzinger sullo scandalo pedofilia sono state sminuite e spesso occultate dalla stampa e da certa politica che beneficia a piane emani dell’appoggio della Chiesa, all’estero quest’aura di fiducia che protegge un papa ignaro e vittima non tiene, neanche all’interno dello stesso mondo ecclesiastico

da http://ilpuntorosso.webnode.com/home/
di Cecilia M. Calamani

50 teologi spagnoli dell’Associazione “Teologi di Giovanni XXIII” hanno aderito all’appello del teologo svizzero Hans Kung chiedendo, contestualmente, le dimissioni del papa: “Crediamo che il pontificato di Benedetto XVI si sia esaurito. Il Papa non ha l’età né la mentalità per rispondere adeguatamente ai gravi e urgenti problemi che la Chiesa cattolica si trova a dover affrontare. Pensiamo quindi, con il dovuto rispetto per la sua persona, che debba presentare le dimissioni dalla sua carica”.

Se negli Stati democratici una richiesta di dimissioni del premier di turno non fa neanche più effetto, in una teocrazia come il Vaticano è un attentato al cuore di un sistema che vede nel papa l’erede designato al soglio di Pietro, la guida spirituale scelta da Dio, l’anima e la sostanza stessa della religione.
Due soli, pare, i precedenti nella storia della Chiesa: Bendetto IX (due abdicazioni, non ben documentate, nel 1045 e nel 1048) e Celestino V (1294). Storie di potere, parentele e fazioni; storie oscure e lontane dal mondo contemporaneo in cui Benedetto XVI si muove.

Tuttavia, le dimissioni di un papa sono previste dal Diritto canonico: “Nel caso che il Romano Pontefice rinunci al suo ufficio, si richiede per la validità che la rinuncia sia fatta liberamente e che venga debitamente manifestata, non si richiede invece che qualcuno la accetti”.
Nel Bel Paese si urla al complotto contro la Chiesa, cercando di salvare l’utile alleato. Che colpa ha Bendetto XVI, in carica da soli cinque anni, della perpetrata copertura del crimine più orrendo di cui gli uomini si possano macchiare, l’abuso dell’infanzia? Il santo padre non sapeva, è addolorato, soffre accanto alle vittime, è lui stesso tradito nella sua missione!
Non è così. E se in Italia si fa finta di non saperlo, fuori dai confini che inglobano il Sacro Stato le responsabilità di Joseph Ratzinger nell’arco della sua carriera sono inconfutabili.
1980, Monaco di Baviera. Un prete sospettato di pedofilia viene trasferito in un’altra parrocchia della diocesi e il vicario generale informa per iscritto l’arcivescovo Ratzinger. Il prete continua a perpetrare i suoi crimini su altri minori tanto da essere condannato, nel 1986, dal Tribunale dell’Alta Baviera.

1981, Oakland. Un vescovo chiede alla Congregazione per la Dottrina della fede, guidata da Ratzinger, di ridurre allo stato laicale un prete pedofilo. Già riconosciuto colpevole dalla giustizia, è il prete stesso a chiedere di lasciare la tonaca. Ratzinger risponde quattro anni dopo, sconsigliando l’espulsione del prete e invitando il vescovo a tenere conto del “bene della Chiesa universale” e del danno (d’immagine) che potrebbe derivarne alla comunità parrocchiale.
1996, Milwaukee. Il vescovo chiede alla Congregazione per la Dottrina della fede, sempre guidata da Ratzinger, di aprire un processo canonico contro il prete pedofilo Murphy, che ha abusato di duecento minori sordomuti. Monsignor Bertone autorizza nel 1998 l’apertura del processo, che viene poi fermato per “dubbi sulla fattibilità e opportunità”.

Sorvolando sulla quantità di casi – di difficile enumerazione – coperti dal Vaticano a vari livelli, bastano solo questi a inchiodare Ratzinger a delle responsabilità indeclinabili. Lui c’era. Lui sapeva. Lui ha scelto.
Con quale attendibilità, ora, piange al fianco delle vittime degli abusi a Malta? Di questo si sono resi conto i teologi spagnoli che ne chiedono le dimissioni: Ratzinger non ha la credibilità per sanare quella ferita profonda e putrefatta che sta intaccando le fondamenta stesse della Chiesa. Non è lui, uno dei responsabili del silenzio che ha fatto sì che la piaga si infettasse, la figura che può operare il risanamento della Chiesa.

In ogni Paese civile – ad eccezione dell’Italia – un codice etico impone le dimissioni di un capo di governo che si macchi di colpe incompatibili con il suo ruolo. In uno Stato teocratico come il Vaticano – etico per eccellenza – ciò dovrebbe valere a maggior ragione. Ratzinger non ha solo tradito il suo mandato, ma la stessa religione che rappresenta, e con essa tutti i suoi fedeli.
Un paragone appare tristemente inevitabile. Lo scorso febbraio Margot Kaeßmann, la prima donna vescovo a capo della Chiesa protestante tedesca, si è dimessa dal suo ruolo perché guidava con un tasso alcolico in corpo superiore a quello consentito dalla legge.
Da una parte un bicchiere di troppo. Dall’altra, il tradimento dell’infanzia.

Attentato delle ‘ndrine contro trivella del Ponte sullo Stretto

In attesa del via ai lavori di realizzazione del Ponte sullo Stretto di Messina, le cosche criminali sperimentano il proprio arsenale di guerra dando fuoco alla trivella di una ditta palermitana incaricata dalla Società concessionaria di effettuare i sondaggi geologici dell’area di Cannitello

da terrelibere.org
di Antonio Mazzeo

(provincia di Reggio Calabria) dove andrà interrato uno dei piloni della megainfrastruttura di collegamento stabile Calabria-Sicilia. La notizia dell’attentato è stata denunciata telefonicamente al Commissariato di Pubblica Sicurezza di Villa San Giovanni stamani intorno alle 9,45. La trivella si trovava parcheggiata nel quartiere di Cannitello Case Alte, nei pressi della stazione di servizio ovest dell’autostrada Salerno-Reggio Calabria.

Appena un mese fa il ministero dell’Interno, la Società Stretto di Messina, il general contractor “Eurolink” a cui è affidata la progettazione e la costruzione del Ponte, e le organizzazioni sindacali Cgil, Cisl e UIl avevano sottoscritto un “protocollo di legalità” per prevenire i tentativi d’infiltrazione da parte della criminalità nei lavori della cosiddetta Variante di Cannitello, consistenti nello spostamento a monte della stazione e della linea ferroviaria per evitare le “interferenze” con i futuri cantieri del Ponte. Il protocollo prevede l’implementazione di misure di controllo quali la «tracciabilità dei flussi finanziari», la «definizione di una white list delle aziende con i requisiti in regola», una «Banca Dati a cui avranno accesso tutti i soggetti istituzionali interessati alle attività di monitoraggio sulle opere e sulle procedure di reclutamento della manodopera».

Il piano per la Variante di Cannitello è stato indicato con sin troppo entusiasmo dal ministro Maroni come «lo scudo che il Governo mette in campo per proteggere i cantieri del Ponte dalla ‘ndrangheta» e «il laboratorio su cui lavorare per bonificare in via definitiva il settore dei lavori pubblici da appetiti malavitosi». L’attentato di stamani prova tuttavia che ‘ndrine e cosche non devono essere rimaste particolarmente impressionate dai contenuti delle nuove misure anti-infiltrazione. E comunque sino ad oggi il Viminale si è guardato bene di specificare quando e quali risorse finanziarie verranno messe in campo per rendere operativi gli interventi pro-legalità nella criticissima area dello Stretto di Messina.

I lavori ferroviari di Cannitello, per un valore di circa 26 milioni di euro, sono stati affidati ad “Eurolink”, l’associazione temporanea d’imprese guidata da Impregilo che si è aggiudicata la gara per la realizzazione del Ponte. Presentati dalla Società Stretto di Messina come «propedeutici» alla costruzione del manufatto, i lavori per la nuova tratta ferroviaria di Cannitello sono stati duramente stigmatizzati dalla Rete No Ponte e da alcune delle maggiori associazioni ambientaliste (Fondo Ambiente Italia, Italia Nostra, Legambiente e WWF). In un documento congiunto, il progetto di variante viene descritto come «estremamente schematico e stringato e del tutto inadeguato all’opera che si intende realizzare». «Del resto - si aggiunge - i documenti progettuali sembrano l’ovvia conseguenza delle carenze di analisi e di programmazione territoriale e ambientale che connotano tutta l’operazione e che è riscontrabile nelle anomalie procedurali».

Per il WWF Italia, in particolare, la “bretellina di Cannitello” (appena 1,1 km di linea ferroviaria) è «una grottesca rappresentazione da cui i cittadini di Calabria e Sicilia non ne ricaveranno alcun vantaggio, mentre l’aver avocato a Stretto di Messina (SDM) SpA, e quindi al General Contractor “Eurolink” la realizzazione della variante, affidata originariamente (com’era logico) a RFI SpA, quale opera funzionale al ponte, darà al GC, ancor prima dell’approvazione del progetto definitivo, una formidabile arma di ricatto nei confronti dello Stato”. Secondo il contratto tra la concessionaria pubblica e il general contractor, infatti, dal momento in cui verrà aperto anche un solo cantiere in qualche modo collegato al ponte, quest’ultimo potrà chiedere, nel caso non venga poi realizzata l’infrastruttura, penali che vanno da un minimo di 390 milioni di euro (10% del valore di aggiudicazione di gara) ad un massimo di oltre 630 milioni di euro (10% del costo totale dell’investimento).

Quello odierno non è il primo tentativo da parte delle organizzazioni criminali d’inserirsi “militarmente” nei sondaggi idrogeologici propedeutici ai lavori del Ponte. Secondo quanto emerso in occasione del processo Olimpia 4, condotto contro alcuni dei gruppi ‘ndranghetisti responsabili di una serie di episodi delittuosi nella provincia di Reggio Calabria, a fine anni ’80 il presunto boss di Campo Piale, Ciccio Ranieri, avrebbe sottoposto ad estorsione i responsabili della ATP - Giovanni Rodio Spa, la società di Milano incaricata delle trivellazioni per gli studi di fattibilità del Ponte. Per questa estorsione, Ciccio Ranieri è stato condannato in appello a tre anni e quattro mesi di reclusione; ad accusarlo, il pentito di mafia Maurizio Marcianò, che ha pure identificato i dirigenti della società che gli avevano versato alcuni milioni di lire.

Un importante collaboratore di giustizia, il messinese Gaetano Costa, a capo della cosca locale durante tutti gli anni ’80, ha inoltre riferito di un incontro tenutosi a Roma intorno all’82-83 tra il suo ex braccio destro Domenico “Mimmo” Cavò, poi assassinato, e il boss di Porta Nuova, Pippo Calò, mente economica della mafia e vero e proprio ambasciatore di Cosa Nostra nella capitale. «Il tramite di quell’incontro fu Michelangelo Alfano», ha raccontato Costa. «Si doveva discutere una questione concernente l’inserimento della mafia nella gestione di alcune somme che dovevano essere stanziate per realizzare alcuni sondaggi geologici in vista della possibile realizzazione del Ponte di Messina. Mimmo Cavò mi raccontò che grazie sempre alle garanzie di Michelangelo era riuscito ad ottenere la consegna di grosse partite di eroina da parte dello stesso Leonardo Greco». Trent’anni dopo, il Ponte mantiene inalterata la sua vocazione criminale e criminogena.

Bentornato Enzo, adesso sorridi in pace

Identificati i resti di Enzo Baldoni riportati in Italia da qualche settimana

di Pino Finocchiaro
da http://pinofinocchiaro.blogspot.com/

Enzo Baldoni è tornato in Italia. Col suo stile. In punta di piedi. Con quel sorriso curioso riservato a pochi.

Poveri resti e una grande anima recuperati da carabinieri e agenti segreti in Iraq che hanno pazientemente ricostruito le fasi del suo assassinio. Il Dna studiato dagli scienziati forensi del Ris conferma, quelle ossa sparse tra la sabbia appartengano a quel ficcanaso di Enzo.

"Sì, siamo stati avvertiti e ora abbiamo avuto anche la conferma che quei resti sono quelli di mio marito. Siamo tutti emozionati". Conferma Giusy Bonsignore, vedova di Enzo Baldoni. "Sapevamo che ad ucciderlo erano stati quelli dell'Esercito islamico in Iraq e siamo contenti che siano stati individuati anche gli esecutori materiali"

Collega per pochi di noi, Collega per quelli che non si accontentano dei take di agenzia, collega non certamente di quelli che lo hanno diffamato anche da morto.

C’è chi narra la vita e chi la morte.

Noi di ARTICOLO 21 vogliamo ricordarlo con le parole di uno dei blog, balene che hanno consentito agli italiani di non dimenticarlo, in questi lunghi anni di limbo.

“Non c'è niente da fare: quando uno è ficcanaso, è ficcanaso. E' insopprimibilmente curioso, gli interessano i lebbrosi, quelli che vivono nelle fogne, i guerriglieri. E poi non gli basta fare il pubblicitario, deve occuparsi anche di critica di fumetti, di traduzioni, di temi civili e perfino di robbe un sacco zen. Ma soprattutto di ficcare il naso dove i governi non vorrebbero: dal Chiapas alle fogne di Bucarest, dallo sterminio dei Karen birmani ai massacri di Timor Est, dal lebbrosario di Kalaupapa ai dissidenti cubani fino alle montagne della Colombia dove si annida il più potente esercito guerrigliero del mondo: le FARC(…)”.

Insomma, come spiegano le agenzie, I resti del corpo di Enzo Baldoni, il freelance rapito il 24 agosto 2004 e ucciso il 27 agosto dello stesso anno a Latifia (Iraq), sono giunti nei giorni scorsi a Roma. Dagli esami effettuati dal Ris dei carabinieri, in particolare dalla comparazione del profilo genotipico, è arrivata la certezza che si tratta proprio del corpo del giornalista assassinato. Non solo, attraverso la collaborazione dei servizi segreti dell'Aise, i carabinieri del Ros, coordinati dal pool antiterrorismo della procura di Roma hanno definitivamente individuato gli esecutori materiali del sequestro e dell'omicidio di Baldoni, tutti appartenenti al gruppo "Esercito Islamico in Iraq".


Questa la fredda cronaca. Quel che importa. L’impareggiabile narratore di ribelli e umanità afflitta è tornato tra noi. Adesso può ridere in pace di noi, dei nostri timori e delle nostre incongruenze. Enzo ha dato la vita da uomo libero in un mondo di oppressi. Ridi Enzo. Ridi. Bentornato in Italia.

Baldoni e la condanna delle pallottole di carta 18 aprile 2008

15 aprile 2010

censura in rai?

Cosa succede in Italia? Premessa: il 15 ottobre 2009, non era ancora mezzanotte, quando al Parco degli acquedotti, a Tor Pignattara, quartiere popolare di Roma, un giovane, Stefano Cucchi, viene fermato dai carabinieri che gli trovano pochi grammi di cannabis e lo conducono in carcere. Il 22 ottobre Stefano muore

di Gianluca Liguori
da http://scrittoriprecari.wordpress.com/

I familiari lo rivedranno all’obitorio in condizioni disumane: col volto devastato, tumefatto, con l’occhio sinistro fuori dall’orbita, lividi, rigonfiamenti ed ecchimosi dappertutto. Una storia incredibile, dove lo Stato, ancora una volta, ammazza i suoi figli.

Luca Moretti e Toni Bruno ne ripercorrono le vicende in una splendida graphic novel, Non mi uccise la morte, edita da Castelvecchi, di cui abbiamo pubblicato la settimana scorsa sceneggiature e tavole qui.

Giovedì sera, i due autori, erano ospiti in diretta di TG3 Linea Notte, qui sotto l’estratto video:




Avete notato niente di strano?

Appare evidente che c’è stato un taglio alle parole di Luca Moretti in postproduzione.

Ritornate indietro e prestate bene attenzione al min. 3:42.

Notato niente?

Ricopio le parole di Luca:

Il libro nasce appunto dall’analisi della vicenda, perché, come tutti sappiamo, la famiglia di Cucchi ha reso disponibile tutta la documentazione clinica, a parte le foto che sono tristemente note a tutti quanti… è diviso in tre parti: la parte iniziale, che è un saggio, ripercorre la violenza subita. Sono importanti le parole della sorella, il caso Cucchi è tristemente esemplare, perché oltre alla violenza subita da parte delle forze dell’or… t-tum… un menefreghismo successivo da parte della sanità, tra virgolette…

Quali parole sono state omesse dal discorso di Luca Moretti applicando una censura in postproduzione?

A quanto ricordo, in diretta, Luca aveva parlato dell’assurdità che l’Istituzione abbia lasciato Stefano solo, non soltanto nella figura delle forze dell’ordine, che non sarebbe il primo caso, ma anche in quelle del personale medico, che è la cosa più grave. Inoltre, sempre se la memoria non mi inganna, aveva detto anche che queste pratiche violente da parte di chi è pagato con i nostri soldi per garantire la nostra sicurezza, sono sempre più frequenti… ripeto, la memoria potrebbe ingannarmi, ma avendo visto da casa il programma in diretta e, successivamente, il filmato qui sopra, posso dire senza paura di smentite che una pratica censoria c’è stata. Non esiste in un paese democratico.

Il problema è quanto democratico sia ancora il nostro paese e quanto sia ancora vigente nei fatti lo stato di diritto. Ma in un paese come il nostro dove avvengono vicende disumane e inconcepibili come quella accaduta a Stefano non so quanto le parole democrazia e diritto abbiano ancora valore.

La centrale della morte Enel di Civitavecchia

Alla centrale Enel di Civitavecchia sono morti finora tre ragazzi, ne manca all'appello ancora uno per le statistiche. La madre di un ragazzo vittima un grave infortunio, avvenuto prima degli incidenti mortali, testimonia la mancanza cronica di minime misure di sicurezza. Dalle reti di protezione, agli strumenti di lavoro legati al polso per evitarne la caduta. Il prossimo morto, il quarto, è già condannato a morte, ma non lo sa ancora. Comunque, nessuno pagherà per il suo omicidio come per quelli precedenti.

Cronaca di un incidente

Questa è la centrale Enel di Civitavecchia, siamo all’ingresso di Torre Val d’Aliga nord, qui a destra invece abbiamo Torre Val d’Aliga sud, questo posto mi ricorda circa 6 anni fa l’incidente che ha avuto mio figlio, è stato uno dei primi incidenti accorsi sul lavoro in questa centrale. Mio figlio stava camminando a terra, quando a un altro operaio di un’altra ditta sfuggì dalle mani un martello da un’altezza di circa 14 metri, il martello pesava circa 2 chili e lo prese sulla schiena, lui riportò una frattura alla spinosa D4, è la quarta vertebra dorsale, spalla destra. Lui non venne soccorso, arrivano degli operai, delle persone che erano lì a lavorare, il capocantiere, il responsabile della sicurezza gli dissero di andare a casa, di riposarsi e poi l’indomani sarebbe tornato sul posto di lavoro. Mio figlio mi chiamò, mi disse: "mamma, sto male, ho avuto un incidente sul lavoro, non andare a lavorare, aspettami che mi porti al pronto soccorso, vediamo cosa è successo perché ho un dolore lancinante".
E’ arrivato, l’ho portato in ospedale, lì in ospedale appena entrato al pronto soccorso gli hanno fatto subito una radiografia e gli hanno detto che era un trauma cervicale, la diagnosi è stata di 3 giorni per trauma cervicale, gli hanno messo il collarino e gli hanno detto che dopo 3 giorni lui poteva tranquillamente rientrare a lavoro. La notte è stato trattenuto presso l’ospedale in osservazione, ma il ragazzo stava male, ho chiesto di dargli un antidolorifico ma mi è stato risposto dall’infermiere di turno che non dovevo rompere le scatole. Sono uscita, sono andata a casa, ho preso l’Aulin, gliel’ho portato, sono stata con lui fino a una certa ora e poi in tarda notte sono tornata a casa. Continua a leggere

Il nuovo terrorismo

Il caso della piccola Rachel e i silenzi colpevoli

di Riccardo Orioles
da ucuntu.org

Rachel Odiase, tredici mesi, nigeriana, figlia dell'operaio Tommy Odiase, morta per mancanza di cure poco dopo essere stata respinta dall'ospedale di Cernusco, Italia, è a tutti gli effetti una vittima del terrorismo. La vita non le è stata tolta per ignoranza, o per superficialità colpevole, o per "incidente": è stata respinta perchè non in regola coi documenti. Suo padre da tredici anni lavorava in Italia con tutti i permessi possibili: il Pil di noi italiani bianchi è fatto dagli anni di lavoro di operai come questo. Un mese e mezzo fa, per la "crisi", il padrone l'aveva licenziato: il permesso di soggiorno, che va rinnovato (e pagato) ogni sei mesi, in questi casi richiede tutta una serie complessa di documenti, che certo a un operaio come Odiase nessuno si cura molto di consegnare in tempo. Senza documenti del Reich, senza accettazione, senza permesso, la piccola Rachel è stata praticamente condannata a morte.

Questo, che noi sappiamo, è il primo caso eclatante di eliminazione legale di un piccolo immigrato. Ma c'erano già le storie dei piccoli buttati fuori dalle mense scolastiche, lasciati col piatto vuoto davanti ai compagnucci dell'asilo, semplicemente perché erano poveri e non avevano pagato in tempo la retta. E i piccolissimi zingari bruciati - anche questo è successo - nelle loro tende a Opera, Lombardia; e vivi per miracolo, non certo per pietà dei razzisti; e quelli cacciati via dalle squadracce mafiose a Rosarno, a Poggioreale, a Milano dalla guardia civica cittadina.

Nessuno di questi episodi è casuale. Così come i piccoli ebrei, germe del male e seme di Ubermensch, dovevano essere sradicati dalla terra per il bene della razza ariana, così gli immigrati più piccoli vanno cacciati - o uccisi - per primi e in fretta: prima che diventino uomini, uomini di razza nemica.
Il terrorismo nei confronti dell'immigrazione (le "cannonate in pancia" di Bossi, il gioco "affonda un immigrato" di suo figlio) è stato apertamente, nel nostro silenzio colpevole, teorizzato. La strategia è di fare paura, l'Italia deve apparire un paese terribile, da cui tenersi lontano. Non è vero, onorevole Bossi? Non è vero, onorevole Borghezio, sindaco Tosi, sindaco Gentilini?

In nulla si differisce il terrorismo, che ormai crea le sue vittime, di costoro da quello dei Nar o dalle Brigate Rosse. Va contrastato a ogni costo, con mezzi moderati se possibile, con ogni altro mezzo se occorre. Quanto a parlare coi terroristi, a "dialogare" coi loro alleati, a cercare non dico collaborazioni ma trattative con essi, è un'idea che dovrebbe far vergognare chi anche lontanamente ce l'abbia in mente.

12 aprile 2010

Articolo 21 e il no al soccorso rosso in Sicilia

Pd siciliano: le ragioni indefettibili di un no Il no della segreteria nazionale del Pd a qualunque ipotesi di partecipazione del partito siciliano al governo dell’isola presieduto dall’autonomista Raffaele Lombardo è chiaro, netto, inequivocabile

di Pino Finocchiaro
da http://pinofinocchiaro.blogspot.com/

Eppure c’è ancora chi ama discutere sull’eziologia di un no. Un fatto sorprendente per gli elettori progressisti che pure hanno attribuito un mandato preciso ai loro consiglieri regionali. Fare opposizione.

“Per quanto mi riguarda – dice Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria nazionale del Pd – non mi sembra che ci siano le condizioni per fare passi politici ulteriori”. Dello stesso parere il segretario siciliano del Pd, Giuseppe Lupo, e Rita Borsellino, non iscritta al partito ma autentica icona dei progressisti siciliani che vogliono rompere col passato, con qualsivoglia sentore di intesa con ambienti politici sensibili ai poteri forti e in particolare al più forte tra tutti in Sicilia, la borghesia mafiosa.

La posizione ufficiale è chiara: nessun soccorso rosso per la giunta Lombardo che deve fare i conti con lo scontro interno al centrodestra. Scettici molti dirigenti di An, guerra fratricida tra i promotori del Partito del sud, Lombardo e Micciché contro i berlusconiani doc Alfano e Firrarello.

L’inviato di Bersani ritiene impossibile un qualsivoglia sostegno politico alla giunta Lombardo, in particolare il voto su Bilancio e Finanziaria che per Migliavacca è “un passaggio che ha valenza politica”.

La realtà però vede in giunta o consulenti di Lombardo tre autocrati storicamente vicini al Pd e ai progressisti: Mario Centorrino, lo studioso universitario di economia mafiosa, che sembra veleggiare nel più sicuro approdo del movimento lombardiano, Mpa, dove redige i Quaderni dell’Autonomia; il responsabile dell’Industria, Marco Venturi e Piercarmelo Russo incaricato di far piazza pulita negli Ato.

Il Pd siciliano, si riscopre così partito di lotta e di governo.

Il che fa imbestialire la base. Fatta salva l’adesione di numerosi principi del voto e baroni della conoscenza che si preparano a tagliare i ponti col Pd per aderire alle iniziative autonomiste di Lombardo, magari attraverso il movimento degli Innovatori.

E certo novità sarebbe, scorgere tra cotanti innovatori anche la figura di Beppe Lumia, già presidente della Commissione Antimafia, il parlamentare che con Nichi Vendola si battè per far luce sul verminaio di Messina e sul patto del Tavolino col quale mafia e borghesia mafiosa si spartivano gli appalti.

Ora, da cronista militante nell’antimafia, da socio fondatore di Articolo 21, da siciliano, non posso che condividere il no di Migliavacca, Lupo e Borsellino. Non foss’altro che per aver io stesso pronunciato forte e chiaro questo no di fronte a Beppe Lumia nel mese di dicembre durante le celebrazioni per l’uccisione del mio ex direttore e maestro di cronisti, Pippo Fava.

Concordo con Migliavacca. Non è un no dettato dalle vicissitudini investigative di Raffaele Lombardo. La politica non può sostituirsi alla magistratura. Ma la politica ha il dovere di non attendere i tempi della magistratura per maturare le proprie opzioni.

La politica è l’arte della scelta.

L’arte, per esprimersi al meglio necessita di autori e protagonisti autentici. Guitti e figuranti si astengano.

Mentre cardinali e gran maestri dei pacchetti di voti calano scialuppe in mare pronti ad abbandonare la vecchia nave madre che li ha eletti e/o ne ha eletto figli, nipoti e famigli, gli elettori sinceri, i protagonisti autentici del progressismo siciliano non piangeranno per la loro dipartita né per il loro diverso ma ben più congeniale approdo.

Migliavacca, Lupo e Borsellino contino sui ragazzi del Rita Exspress, emigrati al nord in cerca di studi e lavoro negati nell’isola che li vide nascere, crescere, sperare.

Lotti il Pd, lotti Bersani – e con loro Di Pietro e Vendola - affinché nessuno rubi più a quei ragazzi, ormai adulti, la speranza.

Talvolta sento dire che non si trovano nomi, non si trovano persone. Eppure, ogni volta che scendo in Sicilia e parlo con quei ragazzi dagli occhi lucidi incontro autenticità, capacità di scelta, impegno; li vedo coltivar l’arte non di arrangiarsi ma meditare prima della scelta.

Vorrei fare tanti nomi. Ne citerò uno che Pierluigi Bersani dovrebbe scolpirsi in mente. Uno che non tornerà. Uno che ha preferito il suicidio sociale all’indifferenza.

Adolfo Parmaliana. Ordinario di chimica e ambientalista. Ecologista che poggiava su solide basi scientifiche l’arte della scelta. Coraggioso nei no, generoso nei sì.

Credeva nell’Ulivo, credeva nel Pd. La solitudine lo ha ucciso. Il vuoto fatto attorno dagli indifferenti. Dalla neghittosità della magistratura. Dall’offesa all’onestà dell’uomo saggio e probo.

Probità fastidiosa, quella di Adolfo Parmaliana. Al punto da risultar minaccia all’arte d’arrangiarsi di mafiosi e borghesi, faccendieri e politici locali. Al punto da volerlo uccidere con la calunnia e l’oblio.

Parmaliana si è lanciato da un viadotto di quello scandalo immanente che è l’autostrada Messina – Palermo. Eppure, è più vivo di tanti compagni, colleghi e amici di partito che svendono il loro nome per ritagliarsi un posto nella scialuppa.

Ecco, il prossimo no, Migliavacca lo dedichi al compagno Parmaliana.

Non importa quanti saremo i siciliani, progressisti, lavoratori a dir di no. Purché sia un no autentico, meditato, incontrovertibile.

Ho letto che Raffaele Lombardo, in aula a Palermo, farà i nomi dei politici legati alla mafia. Bene, così finalmente potrà parlare della sua amicizia personale e politica con Paolo Rizzo, sindaco disciolto per mafia nel ’92 a Niscemi, nonché cognato del boss Gianfranco Giugno. Forse Lombardo parlerà dei suoi rapporti con i movimenti dei disoccupati a Palermo e del suo ruolo di vicesindaco nel grande dissesto del Comune di Catania.

Forse ci dirà, finalmente, di quei file apparsi in rete nei quali la sua segreteria affastellava raccomandazioni per far diventare agenti segreti alcuni carabinieri o favorire qualche consigliere regionale dei ds e i suoi clienti. Forse ci parlerà di quel poveretto che invocava una raccomandazione per ottenere il trapianto di un rene.

Francamente, da siciliano, da cronista, da attivista per le libertà, quella dell’articolo 21 tra le prime, non so cosa voglio dalla politica. Non so cosa fare. Per dirla con Montale: “Sappiamo ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Non voglio un futuro per gli ex ragazzi del Rita Express nel quale si debba arrancare trafelati verso il castello del signorotto di turno per invocare un contratto part time o un’assunzione nelle categorie protette per il figlio diversamente abile.

Non voglio, né per me né per loro, un mondo in cui qualcuno implori il principe per ottenere un rene che gli salvi la vita. Perché, dopo, quella vita non varrà più nulla.

03 aprile 2010

Mentre vietate il kebab, la `ndrangheta si sta mangiando la `Padania`

Dopo il trionfo elettorale della Lega, proseguirà al Nord il delirio securitario, già avviato con ordinanze anticostituzionali e provvedimenti da tempo di guerra. Ma anche norme ridicole - come quelle sulle panchine - o assurdamente razziste

di Claudio Metallo e Antonello Mangano
da http://www.terrelibere.org/terrediconfine/index.php

Nel frattempo, le organizzazioni criminali di tipo mafioso si sono installate stabilmente: non si limitano al riciclaggio ma puntano a controllare il territorio, gli appalti, gli enti locali. Nessun politico “padano” parla di emergenza ‘ndrangheta. Il pericolo vero – per i leghisti e i loro imitatori - sono i venditori di cibo etnico.

Letizia Moratti ha chiesto al ministro Maroni un decreto legge per permettere di perquisire le case dei migranti. Anche senza mandato, per individuare i “clandestini”. Siamo ritornati a un clima da nazifascismo e alle leggi razziali che creano ghetti e schiavi. L’ordinanza “antidegrado” per via Padova prevede la chiusura alle 22 per le rivendite di kebab e i phone center, cioè luoghi in cui si comunica con i paesi d’origine, di diverso fuso orario, e che spesso stanno aperti a qualunque ora. Per i “centri massaggi” il coprifuoco scatta alle 20, alle 2 per le discoteche, alle 24 per i ristoranti. Norme da tempo di guerra, ma anche gli ultimi di una lunga serie di provvedimenti e proposte di stampo nazista. Autisti ATM italiani. Vagoni del metro riservati agli stranieri. Autobus con le grate ai finestrini usati per rinchiudere migranti senza documenti.

Curiosamente, il sindaco di Milano, come il ministro Maroni e il presidente della regione Formigoni, non si preoccupa minimamente delle mafie che in “Padania” ormai sono entrate negli appalti e nelle forniture pubbliche e che hanno preso residenza nei comuni attorno a Milano, Varese, Brescia. Che spesso impongono il pizzo ai negozianti, senza che siano nate associazioni antiracket. Anzi, si risponde che la mafia non esiste al Nord. Il problema mafioso non è entrato nella campagna elettorale delle elezioni regionali. E’ chiaro che al Sud il problema è gigantesco, ma non bisogna sottovalutare le candidature e la pulizia delle liste in nessuna parte d’Italia Continua a leggere

Berlusconi Show, ecco il documentario della Bbc: la Rete vince ancora

Berlusconi Show, il documentario della Bbc firmato Mark Franchetti, trasmesso su Bbc 2 il 17 marzo scorso è visibile in tutto il mondo

da http://www.net1news.org/

La Rete si è attivata immediatamente e poche ore dopo che Net1News ha rimandato la notizia del documentario e della mancata possibilità di poterlo vedere fuori dal Regno Unito (sottolineata in un articolo del sito YesPolitical.Wordpress.com), ecco il documentario della televisione pubblica britannica sul nostro Presidente del Consiglio, in particolare sugli eventi del 2009.

Tante le interviste a giornalisti e personaggi italiani, da Marco Travaglio a Beppe Grillo, tante le vicende toccate, dal processo dell'Utri allo scandalo delle escort, il tutto con l'obiettività, la professionalità e l'autorevolezza di una delle più importanti televisioni al mondo. Spazio, ovviamente, anche alle voci che invece sostengono il capo del governo italiano.

Qui sotto trovate pubblicato l'intero documentario - che dura circa un'ora - in sette video ordinati dal numero 1 al numero 7.

The Berlusconi Show - Documentario BBC - parte 1 di 7:
http://www.youtube.com/user/luca2479

Buona visione da Net1News.

L’inchiesta della Procura di Catania. Tutto è cominciato dal programma de La 7 "Exit” sul mercato del voto alle elezioni 2008

Ma insomma cosa c’è nelle migliaia di pagine del resoconto di indagini dei carabinieri del ROS consegnate alla Procura della Repubblica di Catania?

di Ignazio Panzica
da http://www.siciliainformazioni.com/

L’inchiesta, che avendo interessato Lombardo, potrebbe “spingere” la Regione Siciliana in una nuova avventurosa elezione regionale anticipata.

E’ stato lo stesso Procuratore capo, Vincenzo D’Agata, in una sua nota di ieri, a riferire che la “ponderosa” documentazione è da poco tempo al vaglio di una sorta di pool di magistrati della Dda catanese, composto dai sostituti Giuseppe Gennaro, Agata Santonocito, Iole Boscarino e Antonino Fanara. Parimenti, D’Agata ha ammesso che il Presidente della Regione, tramite il suo avvocato Carmelo Galati, ha chiesto di essere ascoltato al più presto dagli inquirenti al fine di “potere rendere dichiarazioni e fornire chiarimenti”.


La richiesta di Lombardo ha fatto seguito alle notizie trapelate sui giornali che lo hanno indicato come indagato dai magistrati catanesi per un suo presunto concorso esterno mafioso al boss catanese Enzo Aiello reggente del clan Santapaola . Parrebbe altrettanto certo che nelle indagini del Ros sarebbero pure incappati altri tre politici catanesi : il deputato nazionale MPA Angelo Lombardo (fratello del Presidente della Regione), ed i deputati regionali Fausto Fagone dell’UDC e Giovanni Cristaudo del PDL-Sicilia.

Da quando e da cosa sarebbero partite le indagini dei carabinieri ? A dar credito ai boatos, pubblici ed incontrollabili, che montano a Catania, lo spunto investigativo originario dell’Arma sarebbe scattato a seguito della messa in onda, nella prima settimana di maggio 2008, di un servizio televisivo su “La 7” (all’incirca una ventina di minuti) nel corso della trasmissione “Exit” di Ilaria D’Amico, dedicato al “mercato elettorale dei voti” nei quartieri disagiati di Catania, in occasione delle elezioni nazionali e regionali dell’Aprile 2008. Continua a leggere