15 aprile 2010

censura in rai?

Cosa succede in Italia? Premessa: il 15 ottobre 2009, non era ancora mezzanotte, quando al Parco degli acquedotti, a Tor Pignattara, quartiere popolare di Roma, un giovane, Stefano Cucchi, viene fermato dai carabinieri che gli trovano pochi grammi di cannabis e lo conducono in carcere. Il 22 ottobre Stefano muore

di Gianluca Liguori
da http://scrittoriprecari.wordpress.com/

I familiari lo rivedranno all’obitorio in condizioni disumane: col volto devastato, tumefatto, con l’occhio sinistro fuori dall’orbita, lividi, rigonfiamenti ed ecchimosi dappertutto. Una storia incredibile, dove lo Stato, ancora una volta, ammazza i suoi figli.

Luca Moretti e Toni Bruno ne ripercorrono le vicende in una splendida graphic novel, Non mi uccise la morte, edita da Castelvecchi, di cui abbiamo pubblicato la settimana scorsa sceneggiature e tavole qui.

Giovedì sera, i due autori, erano ospiti in diretta di TG3 Linea Notte, qui sotto l’estratto video:




Avete notato niente di strano?

Appare evidente che c’è stato un taglio alle parole di Luca Moretti in postproduzione.

Ritornate indietro e prestate bene attenzione al min. 3:42.

Notato niente?

Ricopio le parole di Luca:

Il libro nasce appunto dall’analisi della vicenda, perché, come tutti sappiamo, la famiglia di Cucchi ha reso disponibile tutta la documentazione clinica, a parte le foto che sono tristemente note a tutti quanti… è diviso in tre parti: la parte iniziale, che è un saggio, ripercorre la violenza subita. Sono importanti le parole della sorella, il caso Cucchi è tristemente esemplare, perché oltre alla violenza subita da parte delle forze dell’or… t-tum… un menefreghismo successivo da parte della sanità, tra virgolette…

Quali parole sono state omesse dal discorso di Luca Moretti applicando una censura in postproduzione?

A quanto ricordo, in diretta, Luca aveva parlato dell’assurdità che l’Istituzione abbia lasciato Stefano solo, non soltanto nella figura delle forze dell’ordine, che non sarebbe il primo caso, ma anche in quelle del personale medico, che è la cosa più grave. Inoltre, sempre se la memoria non mi inganna, aveva detto anche che queste pratiche violente da parte di chi è pagato con i nostri soldi per garantire la nostra sicurezza, sono sempre più frequenti… ripeto, la memoria potrebbe ingannarmi, ma avendo visto da casa il programma in diretta e, successivamente, il filmato qui sopra, posso dire senza paura di smentite che una pratica censoria c’è stata. Non esiste in un paese democratico.

Il problema è quanto democratico sia ancora il nostro paese e quanto sia ancora vigente nei fatti lo stato di diritto. Ma in un paese come il nostro dove avvengono vicende disumane e inconcepibili come quella accaduta a Stefano non so quanto le parole democrazia e diritto abbiano ancora valore.

La centrale della morte Enel di Civitavecchia

Alla centrale Enel di Civitavecchia sono morti finora tre ragazzi, ne manca all'appello ancora uno per le statistiche. La madre di un ragazzo vittima un grave infortunio, avvenuto prima degli incidenti mortali, testimonia la mancanza cronica di minime misure di sicurezza. Dalle reti di protezione, agli strumenti di lavoro legati al polso per evitarne la caduta. Il prossimo morto, il quarto, è già condannato a morte, ma non lo sa ancora. Comunque, nessuno pagherà per il suo omicidio come per quelli precedenti.

Cronaca di un incidente

Questa è la centrale Enel di Civitavecchia, siamo all’ingresso di Torre Val d’Aliga nord, qui a destra invece abbiamo Torre Val d’Aliga sud, questo posto mi ricorda circa 6 anni fa l’incidente che ha avuto mio figlio, è stato uno dei primi incidenti accorsi sul lavoro in questa centrale. Mio figlio stava camminando a terra, quando a un altro operaio di un’altra ditta sfuggì dalle mani un martello da un’altezza di circa 14 metri, il martello pesava circa 2 chili e lo prese sulla schiena, lui riportò una frattura alla spinosa D4, è la quarta vertebra dorsale, spalla destra. Lui non venne soccorso, arrivano degli operai, delle persone che erano lì a lavorare, il capocantiere, il responsabile della sicurezza gli dissero di andare a casa, di riposarsi e poi l’indomani sarebbe tornato sul posto di lavoro. Mio figlio mi chiamò, mi disse: "mamma, sto male, ho avuto un incidente sul lavoro, non andare a lavorare, aspettami che mi porti al pronto soccorso, vediamo cosa è successo perché ho un dolore lancinante".
E’ arrivato, l’ho portato in ospedale, lì in ospedale appena entrato al pronto soccorso gli hanno fatto subito una radiografia e gli hanno detto che era un trauma cervicale, la diagnosi è stata di 3 giorni per trauma cervicale, gli hanno messo il collarino e gli hanno detto che dopo 3 giorni lui poteva tranquillamente rientrare a lavoro. La notte è stato trattenuto presso l’ospedale in osservazione, ma il ragazzo stava male, ho chiesto di dargli un antidolorifico ma mi è stato risposto dall’infermiere di turno che non dovevo rompere le scatole. Sono uscita, sono andata a casa, ho preso l’Aulin, gliel’ho portato, sono stata con lui fino a una certa ora e poi in tarda notte sono tornata a casa. Continua a leggere

Il nuovo terrorismo

Il caso della piccola Rachel e i silenzi colpevoli

di Riccardo Orioles
da ucuntu.org

Rachel Odiase, tredici mesi, nigeriana, figlia dell'operaio Tommy Odiase, morta per mancanza di cure poco dopo essere stata respinta dall'ospedale di Cernusco, Italia, è a tutti gli effetti una vittima del terrorismo. La vita non le è stata tolta per ignoranza, o per superficialità colpevole, o per "incidente": è stata respinta perchè non in regola coi documenti. Suo padre da tredici anni lavorava in Italia con tutti i permessi possibili: il Pil di noi italiani bianchi è fatto dagli anni di lavoro di operai come questo. Un mese e mezzo fa, per la "crisi", il padrone l'aveva licenziato: il permesso di soggiorno, che va rinnovato (e pagato) ogni sei mesi, in questi casi richiede tutta una serie complessa di documenti, che certo a un operaio come Odiase nessuno si cura molto di consegnare in tempo. Senza documenti del Reich, senza accettazione, senza permesso, la piccola Rachel è stata praticamente condannata a morte.

Questo, che noi sappiamo, è il primo caso eclatante di eliminazione legale di un piccolo immigrato. Ma c'erano già le storie dei piccoli buttati fuori dalle mense scolastiche, lasciati col piatto vuoto davanti ai compagnucci dell'asilo, semplicemente perché erano poveri e non avevano pagato in tempo la retta. E i piccolissimi zingari bruciati - anche questo è successo - nelle loro tende a Opera, Lombardia; e vivi per miracolo, non certo per pietà dei razzisti; e quelli cacciati via dalle squadracce mafiose a Rosarno, a Poggioreale, a Milano dalla guardia civica cittadina.

Nessuno di questi episodi è casuale. Così come i piccoli ebrei, germe del male e seme di Ubermensch, dovevano essere sradicati dalla terra per il bene della razza ariana, così gli immigrati più piccoli vanno cacciati - o uccisi - per primi e in fretta: prima che diventino uomini, uomini di razza nemica.
Il terrorismo nei confronti dell'immigrazione (le "cannonate in pancia" di Bossi, il gioco "affonda un immigrato" di suo figlio) è stato apertamente, nel nostro silenzio colpevole, teorizzato. La strategia è di fare paura, l'Italia deve apparire un paese terribile, da cui tenersi lontano. Non è vero, onorevole Bossi? Non è vero, onorevole Borghezio, sindaco Tosi, sindaco Gentilini?

In nulla si differisce il terrorismo, che ormai crea le sue vittime, di costoro da quello dei Nar o dalle Brigate Rosse. Va contrastato a ogni costo, con mezzi moderati se possibile, con ogni altro mezzo se occorre. Quanto a parlare coi terroristi, a "dialogare" coi loro alleati, a cercare non dico collaborazioni ma trattative con essi, è un'idea che dovrebbe far vergognare chi anche lontanamente ce l'abbia in mente.

12 aprile 2010

Articolo 21 e il no al soccorso rosso in Sicilia

Pd siciliano: le ragioni indefettibili di un no Il no della segreteria nazionale del Pd a qualunque ipotesi di partecipazione del partito siciliano al governo dell’isola presieduto dall’autonomista Raffaele Lombardo è chiaro, netto, inequivocabile

di Pino Finocchiaro
da http://pinofinocchiaro.blogspot.com/

Eppure c’è ancora chi ama discutere sull’eziologia di un no. Un fatto sorprendente per gli elettori progressisti che pure hanno attribuito un mandato preciso ai loro consiglieri regionali. Fare opposizione.

“Per quanto mi riguarda – dice Maurizio Migliavacca, coordinatore della segreteria nazionale del Pd – non mi sembra che ci siano le condizioni per fare passi politici ulteriori”. Dello stesso parere il segretario siciliano del Pd, Giuseppe Lupo, e Rita Borsellino, non iscritta al partito ma autentica icona dei progressisti siciliani che vogliono rompere col passato, con qualsivoglia sentore di intesa con ambienti politici sensibili ai poteri forti e in particolare al più forte tra tutti in Sicilia, la borghesia mafiosa.

La posizione ufficiale è chiara: nessun soccorso rosso per la giunta Lombardo che deve fare i conti con lo scontro interno al centrodestra. Scettici molti dirigenti di An, guerra fratricida tra i promotori del Partito del sud, Lombardo e Micciché contro i berlusconiani doc Alfano e Firrarello.

L’inviato di Bersani ritiene impossibile un qualsivoglia sostegno politico alla giunta Lombardo, in particolare il voto su Bilancio e Finanziaria che per Migliavacca è “un passaggio che ha valenza politica”.

La realtà però vede in giunta o consulenti di Lombardo tre autocrati storicamente vicini al Pd e ai progressisti: Mario Centorrino, lo studioso universitario di economia mafiosa, che sembra veleggiare nel più sicuro approdo del movimento lombardiano, Mpa, dove redige i Quaderni dell’Autonomia; il responsabile dell’Industria, Marco Venturi e Piercarmelo Russo incaricato di far piazza pulita negli Ato.

Il Pd siciliano, si riscopre così partito di lotta e di governo.

Il che fa imbestialire la base. Fatta salva l’adesione di numerosi principi del voto e baroni della conoscenza che si preparano a tagliare i ponti col Pd per aderire alle iniziative autonomiste di Lombardo, magari attraverso il movimento degli Innovatori.

E certo novità sarebbe, scorgere tra cotanti innovatori anche la figura di Beppe Lumia, già presidente della Commissione Antimafia, il parlamentare che con Nichi Vendola si battè per far luce sul verminaio di Messina e sul patto del Tavolino col quale mafia e borghesia mafiosa si spartivano gli appalti.

Ora, da cronista militante nell’antimafia, da socio fondatore di Articolo 21, da siciliano, non posso che condividere il no di Migliavacca, Lupo e Borsellino. Non foss’altro che per aver io stesso pronunciato forte e chiaro questo no di fronte a Beppe Lumia nel mese di dicembre durante le celebrazioni per l’uccisione del mio ex direttore e maestro di cronisti, Pippo Fava.

Concordo con Migliavacca. Non è un no dettato dalle vicissitudini investigative di Raffaele Lombardo. La politica non può sostituirsi alla magistratura. Ma la politica ha il dovere di non attendere i tempi della magistratura per maturare le proprie opzioni.

La politica è l’arte della scelta.

L’arte, per esprimersi al meglio necessita di autori e protagonisti autentici. Guitti e figuranti si astengano.

Mentre cardinali e gran maestri dei pacchetti di voti calano scialuppe in mare pronti ad abbandonare la vecchia nave madre che li ha eletti e/o ne ha eletto figli, nipoti e famigli, gli elettori sinceri, i protagonisti autentici del progressismo siciliano non piangeranno per la loro dipartita né per il loro diverso ma ben più congeniale approdo.

Migliavacca, Lupo e Borsellino contino sui ragazzi del Rita Exspress, emigrati al nord in cerca di studi e lavoro negati nell’isola che li vide nascere, crescere, sperare.

Lotti il Pd, lotti Bersani – e con loro Di Pietro e Vendola - affinché nessuno rubi più a quei ragazzi, ormai adulti, la speranza.

Talvolta sento dire che non si trovano nomi, non si trovano persone. Eppure, ogni volta che scendo in Sicilia e parlo con quei ragazzi dagli occhi lucidi incontro autenticità, capacità di scelta, impegno; li vedo coltivar l’arte non di arrangiarsi ma meditare prima della scelta.

Vorrei fare tanti nomi. Ne citerò uno che Pierluigi Bersani dovrebbe scolpirsi in mente. Uno che non tornerà. Uno che ha preferito il suicidio sociale all’indifferenza.

Adolfo Parmaliana. Ordinario di chimica e ambientalista. Ecologista che poggiava su solide basi scientifiche l’arte della scelta. Coraggioso nei no, generoso nei sì.

Credeva nell’Ulivo, credeva nel Pd. La solitudine lo ha ucciso. Il vuoto fatto attorno dagli indifferenti. Dalla neghittosità della magistratura. Dall’offesa all’onestà dell’uomo saggio e probo.

Probità fastidiosa, quella di Adolfo Parmaliana. Al punto da risultar minaccia all’arte d’arrangiarsi di mafiosi e borghesi, faccendieri e politici locali. Al punto da volerlo uccidere con la calunnia e l’oblio.

Parmaliana si è lanciato da un viadotto di quello scandalo immanente che è l’autostrada Messina – Palermo. Eppure, è più vivo di tanti compagni, colleghi e amici di partito che svendono il loro nome per ritagliarsi un posto nella scialuppa.

Ecco, il prossimo no, Migliavacca lo dedichi al compagno Parmaliana.

Non importa quanti saremo i siciliani, progressisti, lavoratori a dir di no. Purché sia un no autentico, meditato, incontrovertibile.

Ho letto che Raffaele Lombardo, in aula a Palermo, farà i nomi dei politici legati alla mafia. Bene, così finalmente potrà parlare della sua amicizia personale e politica con Paolo Rizzo, sindaco disciolto per mafia nel ’92 a Niscemi, nonché cognato del boss Gianfranco Giugno. Forse Lombardo parlerà dei suoi rapporti con i movimenti dei disoccupati a Palermo e del suo ruolo di vicesindaco nel grande dissesto del Comune di Catania.

Forse ci dirà, finalmente, di quei file apparsi in rete nei quali la sua segreteria affastellava raccomandazioni per far diventare agenti segreti alcuni carabinieri o favorire qualche consigliere regionale dei ds e i suoi clienti. Forse ci parlerà di quel poveretto che invocava una raccomandazione per ottenere il trapianto di un rene.

Francamente, da siciliano, da cronista, da attivista per le libertà, quella dell’articolo 21 tra le prime, non so cosa voglio dalla politica. Non so cosa fare. Per dirla con Montale: “Sappiamo ciò che non siamo, ciò che non vogliamo”.

Non voglio un futuro per gli ex ragazzi del Rita Express nel quale si debba arrancare trafelati verso il castello del signorotto di turno per invocare un contratto part time o un’assunzione nelle categorie protette per il figlio diversamente abile.

Non voglio, né per me né per loro, un mondo in cui qualcuno implori il principe per ottenere un rene che gli salvi la vita. Perché, dopo, quella vita non varrà più nulla.