16 luglio 2010

Le mafie nel pallone

Dossier di Libera sulle infiltrazioni mafiose nel calcio italiano: 30 clan coinvolti e affari milionari

di Cesare Piccitto
da liberainformazione.org

Scommesse, partite truccate, presidenti boss, riciclaggio di soldi, le mani sul calcio minore le voci del nuovo affare targato criminalità. Oggi, in una conferenza stampa presso la Bottega dei sapori e dei saperi della legalità di Libera a Roma, una anticipazione del libro che sarà disponibile a partire da settembre. “Le mafie nel pallone” curato da Daniele Poto, edito dal gruppo Abele, è una disamina precisa e puntuale degli interessi malavitosi che ruotano dentro e fuori il mondo dei football italiano. Dalla Lombardia al Lazio, abbracciando la Campania, la Basilicata, Calabria, toccando la Puglia, con sospetti in Abruzzo e con un radicamento profondo in Sicilia. E con il nord Italia che appare non immune da questa onda di illegalità calcistica. Nella spartizione della torta c’è dentro tutto il gotha della mafia, dai Lo Piccolo ai Casalesi, dai Mallardo ai Pelle’, dai Misso alla cosca dei Pesce a quella dei Santapaola. Oggi i clan guardano al mondo del calcio, controllano il calcio scommesse, condizionano le partite, usano questo sport per cimentare legami della politica, riciclando soldi. A fare gli onori di casa, presso la Bottega, il giornalista Valerio Piccione che ha introdotto tra i primi l’autore -giornalista Daniele Poto: “Questo lavoro nasce dalla volontà di parlare di un affare silenzioso ed invisibile che tranne rare e poche eccezioni non ha trovato spazio nei rapporti della “direzione antimafia” degli ultimi tre anni. Abbiamo cercato di portare alla luce un lavoro investigativo producendo un voluminoso testo lungo centinaia di pagine di approfonditi report”. Nella mappatura fatta dal testo il caso emblematico, per ciò che riguarda il grado di infiltrazione e di condizionamento delle dinamiche agonistiche, è sicuramente quello che riguarda il Potenza Calcio.

Entra a piè pari proprio sulla vicenda del Potenza anche Marcello Cozzi, referente di Libera in Basilicata e ufficio di presidenza dell'associazione. “A Potenza c’è un binomio ormai acclarato tra calcio-camorra – dichiara Cozzi.. Il Potenza è il caso-limite del sistema calcio mafioso e di un micro-sistema nel pallone. Una cronistoria criminale che ha come protagonista il giovane presidente della squadra Giuseppe Postiglione. Quest’ultimo –prosegue Cozzi - forma una triade con un dirigente di lungo corso Luca Evangelisti ed un mafioso Antonio Cossidente, potentino di nascita e campano di adozione criminale, punto di contatto tra camorra e clan dei Basilischi”. Testimonianza d’eccezione quella del presidente della Lega calcio professionisti, Salvatore Lombardo, che si riallaccia al caso Potenza, affermando: “il potenza calcio è fuori dalla federazione calcio, per tutte le varie irregolarità amministrative e per i fatti investigativi emersi. L’episodio – prosegue – ha penalizzato il calcio in genere ma soprattutto la lega calcio nonostante stiamo cercando di mettere in atto diverse misure tecniche per evitare che situazioni del genere si ripetino in futuro”. A chiudere la mattinata l’intervento di Don Luigi Ciotti, presidente di Libera, che si sofferma sul drammatico quadro che viene fuori dal libro di Poto, ma che nello stesso tempo sottolinea che esistono tante altre società che si contraddistinguono per trasparenza e scelta di legalità. “I boss scelgono di investire soprattutto nelle piccole squadre nelle basse categorie – commenta Ciotti - perché lo ritengono un fattore di prestigio, potere, e soprattutto una maniera per controllare ed esser riconoscibile nel territorio”. Il presidente di Libera conclude ribadendo la necessità di riportare l’etica dentro il pallone. Sorvegliare, denunciare ma soprattutto scelte concertate con tutte le istituzioni coinvolte per poter dare una ripulita efficace e definitiva al mondo del calcio.

14 luglio 2010

Una “talpa” della camorra

Un poliziotto in servizio a Formia “informava”i boss delle indagini in corso

di Cesare Piccitto
da liberainformazione.org

Aver rivelato informazioni riservate in possesso degli inquirenti ai boss del clan dei casalesi. Questa è l’accusa, formalizzata dai magistrati della Direzione Distrettuale Antimafia di Napoli. Si è tenuto questa mattina (14 luglio) davanti al gip di Napoli l’interrogatorio del poliziotto in servizio al commissariato di Formia, Aniello Landino. Il sovrintendente di Polizia di 51 anni, si trova, al momento, agli arresti domiciliari e dovrà fornire al giudice per le indagini preliminari, Marina Cimma, la sua versione dei fatti. Secondo la DDa di Napoli Landino accedeva alla banca dati del Ministero per rivelare al figlio di Sandokan, Nicola Schiavone (arrestato il 15 giugno) e gli altri uomini del clan, notizie sulle inchieste in corso che li riguardavano.

Il legale del poliziotto, l’avvocato Raffaele Gaetano Crisileo, ha anticipato: “il mio assistito è pronto a spiegare tutto”. Lo hanno «incastrato» le telefonate con la sorella e, soprattutto, le rivelazioni di Raffaele Piccolo, ex fedelissimo di «Sandokan» Schiavone ed oggi collaboratore di giustizia. Lui, Aniello Landino, 51enne sovrintendente di Polizia, in servizio al Commissariato di Formia, è stato arrestato il 9 luglio mattina dagli agenti del nucleo criminalità organizzata della Squadra Mobile di Caserta. Secondo quanto emerso nel corso dell’indagine, avviata dai Carabinieri e poi passata nelle mani della Polizia, si introdusse più volte nella banca dati delle forze dell’ordine per raccogliere informazioni «sensibili» da passare al cognato, Giovan Battista Papa, marito (separato in casa) della sorella Rita Landino ed attore dell’industria delle estorsioni in salsa casalese. Papa oggi non c’è più.

Il suo cadavere è stato rinvenuto crivellato di colpi insieme a quello di Modestino Minutolo e Francesco Buonanno. Secondo gli inquirenti, fu una punizione della camorra per essersi messi a chiedere il pizzo ad un caseificio, di fatto, riferibile a Paolo e Luigi Schiavone, figli del boss Francesco Schiavone, soprannominato «Cicciariello». Per quel delitto, l’ordine sarebbe venuto dal figlio di «Sandokan», Nicola Schiavone. Convinto di essere ricercato dopo un tentativo di estorsione andato a vuoto, Modestino Minutolo si era dato alla macchia rifugiandosi presso la casa di Rita Landino, sorella del poliziotto. Il sovrintendente in servizio al Commissariato di Formia consultò più volte la banca dati delle forze di polizia per accertare se c’era un provvedimento a carico del cognato e ne parlò più volte al telefono con la sorella. Non solo. Il pentito Raffaele Piccolo, nel corso delle dichiarazioni rese nell’inchiesta per il triplice omicidio, parlò di cene avvenute a Formia alla presenza del poliziotto, ignorando di riferire che, all’epoca, era sottoposto alla misura della sorveglianza speciale con obbligo di soggiorno nel comune di Trentola Ducenta. Ad ogni modo, il collaboratore di giustizia fu in grado di fornire particolari sul teatro dei summit conviviali, un ristorante vicino al porto di Formia. Lì, lui e Landino, avrebbero partecipato a cene con personaggi dell’entourage casalese.

Purtroppo non è la prima “talpa” che riguarda la regione Lazio. A raccontarcelo è Antonio Turri, referente di Libera per il Lazio. ”Non è il primo servitore dello stato che è ho oggetto di simili provvedimenti – dichiara Turri. Questi casi ci dimostrano inequivocabilmente l’enorme capacità di penetrazione dei casalesi in ogni ambiente della società italiana, fino ad arrivare a coinvolgere uomini dello stato con determinate specificità e soprattutto in prima linea nella lotta al crimine”