29 agosto 2010

Mc Donald's, Mc Puddu's e il problema dei Mc culurgiones

Il signor Puddu chiama Mc Puddu's il suo negozio e Mc Donald's lo diffida: scoppia la polemica contro i grandi grossi e cattivi. Interviene la Regione Sardegna

di Giampiero Zoffoli

Il 22 agosto l'agenzia di stampa Ansa ha battuto una notizia che ha fatto il giro d'Italia e un po' anche del mondo (è stata infatti ripresa dal "Guardian" inglese e anche da un paio di siti e blog coreani): McPuddu's sfida McDonald's. Insomma Davide, rappresentato da un piccolo imprenditore sardo (che vantava anche l'invenzione di McFruttu's) con un negozio a Santa Maria Navarrese era stato diffidato nientemeno che da Golia McDonald's. Solidarietà a Davide e fischi (con la sordina, non si sa mai) alla multinazionale dei fast food.

La storia finisce (o inizia) con la Regione Sardegna che prende posizione e pare difenderà nei tribunali il diritto di Puddu di chiamare il suo negozio McPuddu's basandosi anche sul fatto che "i culurgiones esistono da molto più tempo dei cheeseburger" come ha dichiarato l'assessore regionale dell'Agricoltura Andrea Prato. Il signor Puddu copre però con la scritta "censored" il "Mc" e lo sostituisce con un più italico e sardo "De Puddu's". A prescindere che i culurgiones ogliastrini (eccellenti ravioloni cuciti a mano di patate e formaggio) esistono forse dalla notte dei tempi è chiaro che aggiungere il prefisso Mc ad un servizio di ristorazione (oltretutto veloce) è un azzardo, visto che il marchio commerciale vale la "vita" di un prodotto e per una multinazionale rappresenta un valore quasi religioso.

"Non volevo sfruttare il marchio USA ma valorizzare il modo di mangiare veloce alla sarda a base di prodotti della nostra terra come i culurgiones (ravioli) in versione da passeggio", dichiara all'Ansa il giovane imprenditore sardo.

La Riforma Gelmini cancella "storia dell'arte"

La protesta degli insegnenti di Storia dell'Arte che hanno visto cancellare la materia dagli istituti tecnici e professionali. Chi curerà il patrimonio artistico italiano?

Gli insegnanti di STORIA DELL’ARTE della provincia di Varese
da http://www3.varesenews.it/

La Riforma Gelmini approvata qualche settimana fa dal Governo ha fortemente penalizzato la scuola italiana, soprattutto nell’ambito tecnico e professionale, andando a ridimensionare, accorpare o addirittura a cancellare intere discipline.
In questa politica di tagli, troppo spesso sconsiderati, è stata fortemente penalizzata anche la STORIA DELL’ARTE, quando invece gli organi istituzionali dell’UE ne hanno ormai riconosciuto la valenza formativa sul piano legislativo.

Con i nuovi quadri orari è stato purtroppo confermato quanto previsto nelle precedenti bozze: la decurtazione radicale della materia negli Istituti Professionali Turistici e negli Istituti Tecnici Grafici. Sembra incredibile ma tale disciplina è stata completamente eliminata in due tipologie di scuole che fino ad oggi la comprendevano nel proprio profilo formativo per un buon numero di ore (3 per ogni anno nel quinquennio del “Professionale Grafico” e 3+2+2 nel “Professionale Turistico”).

Da settembre i nuovi iscritti non avranno più la possibilità di vedere inserita questa materia nel proprio curriculum scolastico. Ci chiediamo quindi il perché. Quale logica abbia mosso il Ministro a optare per questo tipo di scelta.
Ci chiediamo come si possa eliminare in un istituto ad indirizzo turistico una materia volta a promuovere il patrimonio culturale che il nostro Paese possiede, considerato, tra l’altro, che il PIL del turismo culturale copre il 33% del PIL dell’economia turistica italiana per un valore di circa 54 miliardi di euro (Rapporto presentato da Federturismo Confindustria il 29 febbraio 2009).

A fronte dunque di una politica di rilancio del territorio, promossa, come si è visto recentemente anche dai cosiddetti bonus vacanze, il Governo non intende però formare degli operatori di settore sufficientemente preparati, impedendo agli studenti di acquisire gli strumenti basilari per questo tipo di attività. Quale valida accoglienza turistica potrà quindi offrire un “nuovo diplomato Gelmini” senza la conoscenza delle bellezze artistiche del proprio Paese?

Cancellare la STORIA DELL’ARTE significherà togliere un’opportunità qualificante per tutti gli studenti, slegare la scuola dal territorio e creare quindi figure professionali con forti deficit culturali e scarse competenze. Le stesse considerazioni si potrebbero fare per i nuovi Istituti Grafici.
La cancellazione di questa disciplina sicuramente avrà una ricaduta sulla preparazione globale degli studenti alla fine del percorso quinquennale. Il valore dell’arte, che da sempre in questo ambito di studi costituisce uno stimolo alla fantasia, all’originalità e alla creatività, è stato completamente disconosciuto. E’ stato infatti un grave errore di superficialità pensare di garantire solo con una formazione meramente tecnica una preparazione qualificante. Questi due ambiti non possono essere scissi.

Lo studio della STORIA DELL’ARTE non può essere eliminato da un indirizzo scolastico orientato ad uno sbocco artistico. Ancora una volta questa scelta ci è apparsa quanto mai inspiegabile. Non solo agli insegnanti, però, questi tagli sono sembrati insensati.
In difesa della disciplina sono intervenuti qualche mese fa il FAI, la Redazione del TG3 nazionale, l’Onorevole Paola Frassinetti nella VII Commissione Cultura per la Riforma della Scuola, l’Associazione nazionale degli Insegnanti di Storia dell’arte chiamata in audizione presso la VII Commissione Cultura della Camera dei Deputati e perfino il Presidente della Repubblica.

Nessuna voce è mai stata ascoltata. Nonostante le 4268 firme dell’appello rivolto al Ministro dell’Istruzione nessun cambiamento è stato apportato rispetto alle prime bozze della Riforma.
Il nostro patrimonio artistico/culturale vale davvero così poco da poter essere trascurato anche nelle scuole che dovrebbero conservarlo e tutelarlo come radice culturale profonda della Nazione?

Catania: Experia un anno dopo lo sgombero

Quasi un anno dopo lo sgombero dell'ex cinema occupato Experia, i locali utilizzati dai militanti del centro popolare restano abbandonati

di Gregorio Romeo
Contributo fotografico di Laura Carli

Lo spazio dell'Antico Corso dove erano organizzati corsi di palestra, doposcuola, momenti di aggregazione per i giovani del quartiere, ora è un edificio fantasma. Ma l'attività del centro popolare Experia continua, fra le strade del quartiere e nel cortile della chiesetta in via Idria. Con la speranza che in autunno si possa trovare una soluzione definitiva.

Il video: http://www.youtube.com/watch?v=h5ZcGDdp2Bo

Elezioni anticipate. Il piano di Berlusconi per mettere il bavaglio alla Rai

Berlusconi vuole davvero andare al voto subito? Probabilmente si, e noi di Blitz siamo in grado di svelarvi una parte del piano attorno al quale sta lavorando con i suoi fedelissimi

di Giuseppe Giulietti
da http://www.blitzquotidiano.it/

Berlusconi, come è noto, è in primo luogo un grande organizatore ed un imprenditore delle tv, per queste ragioni ha già messo a punto un piano per mettere in azione “le squadre d’azione Berlusconi” sul territorio e contestualmente ha definito le mosse per mettere sotto controllo le principali piazzi mediatiche.

Nei primi giorni di settembre si svolgerà il Consiglio di amministrazione della rai, al direttore Masi è stato assegnato il compito di cacciare il direttore di Rai News Mineo e di portare in dote alle camice verdi di Bossi questa testata come pegno di un rinnovato patto di amore e di fedeltà
.Nella stessa seduta sarà liquidato persino il direttore di Rai due Liofredi , un grande amico di Fedele Confalonieri, per mettere al suo posto la signora Petruni, già inviata al seguito di Berlusconi del tg1, a lei e alla sua squadra sarà assegnato il compito di chiudere Anno Zero o di cacciare gli odiati Santoro, Ruotolo, Vauro, Travaglio.

Contestualmente saranno messe in atto tutte le misure possibili per bloccare il lavoro di Rai tre e per colpire i programmi della Gabanelli, di Fazio, di Floris, di Lucarelli, di Iacona.
Se tutto ciò non dovesse bastare già si pensa ad un bis del regolamento della commissione di vigilanza, quello che oscurò tutte le trasmissioni durante la campagna elettorale per le recenti amministrative, anzi se il voto dovesse essere fissato per il prossimo novembre è molto probabile che di quelle trasmissioni i cittadini non potranno più vedere neanche la prima puntata.

Per impedire brutte sorprese nella sede della commissione di vigilanza parlamentare sulla Rai stanno anche studiando come impedire l’ingresso in commissione dei due parlamentari che, come previsto dai regolamenti, dovrebbero essere assegnati al nuovo gruppo che fa capo al presidente Fini e, di conseguenza, sottratti al Pdl. Una simile modifica, per altro obbligatoria, costringerebbe i berlusconiani a ricercare altrove i voti necessari a far passare questa nuova edizione della legge bavaglio.

Ne inventeranno una al giorno pur di contrastare l’applicazione del regolamento e di lasciare lo spazio dovuto ai rappresentatnti di Futuro e libertà.
A questo progetto sta lavorando uno specifico gruppo di lavoro, che mantiene saldi rapporti con figure chiave delle autorità di garanzia e con il Ministero delle comunicazioni, in modo tale da mettere a punto una micidiale macchina di propaganda, capace di dare sempre e comunque la parola al capo supremo e di eliminare o di ridurre al minimo tutte quelle voci che potrebbero creare disturbo ed ostacolare la vittoria finale.
Ai cinici, ai distratti, a quelli che non si sono mai occupati del conflitto di interessi ricordiamo solo che Berluscono i suoi miracoli politici ed elettorali li ha sempre realizzati nelle ultime tre settimane delle sfide elettorali.

Le opposizioni, comprese quelle di destra, faranno bene a non trascurare questo”piccolo particolare” e a definire, almeno su questo punto, una strategia comune, altrimenti, primarie o non primarie, neppure il mago Merlino potrebbe avere la minima possibilità di battere il mago Silvio.

13 agosto 2010

Dell’Utri partecipa a Ferragosto in carcere. I Radicali: “Grazie Marcello”

Il pluricondannato esponente del PdL partecipa all’iniziativa di mezz’estate del Partito Radicale. Direttamente dal Consiglio d’Europa arriva la critica: “Non partecipino parlamentari che in carcere ci dovrebbero stare”. Ma per Rita Bernardini, la sua partecipazione è “più che opportuna”

da http://www.giornalettismo.com/

Un ferragosto diverso (e meritorio), quello che per il secondo anno consecutivo propongono i Radicali Italiani. Passare il giorno di mezza estate in uno dei carceri italiani per sincerarsi delle reali condizioni dei detenuti , questa l’intenzione. Oltre 200 fra parlamentari e altri rappresentanti che hanno aderito, e si recheranno fra domani e dopodomani (c’è un rigidissimo planning, elaborato dal partito) in visita in tutti le strutture carcerarie del nostro paese.

TROVA L’INTRUSO -Ci sarebbe da partire con gli applausi. Ma c’è un problema (e non lo solleviamo noi): da Bruxelles arriva una critica pesante, quella di Mauro Palma, Presidente del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura. Insomma un’istituzione molto vicina alle battaglie radicali, che hanno, unici, presentato la proposta di legge per l’istituzione del reato di tortura, grande assente nel nostro codice penale. Ma non divaghiamo: Palma, nel commentare l’iniziativa radicale, che definisce “forte” e opportuna, non rinuncia a sottolineare che sarebbe stato meglio “evitare di includere nel gruppo di autorevoli visitatori del carcere coloro che, stando alle sentenze, potrebbero esservi ospitati”.

DENTRO E FUORI – Di chi parla? Ma di Marcello Dell’Utri, che stando al planning visite si recherà ad ispezionare il carcere di Como sabato 14 mattina. Una situazione invero paradossale, se pensiamo che Dell’Utri è stato condannato in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa (dunque non definitivamente: ma, dopo l’appello, il merito è accertato, e in Cassazione non viene più discusso – come a dire che il reato è provato, anche se il processo, in ipotesi, fosse poi annullato) per fatti commessi almeno fino al 1992; inoltre ha patteggiato due anni e tre mesi per false fatture e frodi fiscali: due anni e tre mesi di reclusione, beninteso, dunque da passarsi dietro le sbarre. Lui, invece, sarà dall’altro lato, ad ispezionare le carceri. Come dicevamo, paradossale.

GRAZIE, MARCELLO – Ma i Radicali, in proposito, non fanno una grinza. Rita Bernardini, da noi raggiunta telefonicamente per commentare il fatto, ci tiene anzi a ribadire: “Lo scriva pure tre volte, se vuole. Grazie, grazie, grazie Marcello Dell’Utri per la sua partecipazione all’iniziativa”.

Onorevole, volevamo avere da lei un parere sulla partecipazione dell’On. Dell’Utri a ‘Ferragosto in Carcere’, ci sono delle agenzie molto critiche….

Beh, i parlamentari possono visitare le carceri nell’ambito del loro sindacato ispettivo, senza bisogno di autorizzazione. A Dell’Utri, tuttora parlamentare, non mi risulta che questo sia impedito.

Sì, ma sotto il profilo dell’opportunità politica?

E’ più che opportuno, anzi, lo ringraziamo.

Avrà letto però le dichiarazioni di Mauro Palma, che sostiene appunto che sarebbe stato meglio non avere condannati in questa delegazione di parlamentari…

Ma a Palma, che è così legalista, risulta forse che al Sen. Dell’Utri siano state tolte le prerogative che gli spettano? Realizzare questo sindacato ispettivo nelle nostre carceri è un atto di grande importanza, poichè le carceri realizzano quella funzione rieducativa della pena che è consacrata nella nostra Costituzione. Noi abbiamo invitato tutti i parlamentari a partecipare a “Ferragosto in carcere”, e ringraziamo di cuore tutti quelli che hanno aderito.

Catania collusa, nazione infetta

Quando parlo di ‘Caso Catania‘ non mi riferisco a polemiche calcistiche nè a bollette della luce pagate dallo Stato invece che dal Comune, ma a quello ‘scandalo’ politico-giudiziario ‘scoppiato’ (anzi, soffocato sul nascere) alla fine del 2000. Uno scandalo che sembra del tutto dimenticato e del quale nessuno parla più

da http://www.soniaalfano.it/

Nel 2006 tentarono di riportare alla luce questa storia Marco Travaglio, Flores d’Arcais e Giuseppe Giustolisi, che furono ripagati da uno dei principali protagonisti, il magistrato Giuseppe Gennaro, con una querela per diffamazione a mezzo stampa, da cui è nato un processo tuttora in corso davanti al Tribunale di Roma.
Il Caso Catania assunse dimensione pubblica grazie al coraggio ed alla dirittura morale di Giambattista Scidà, allora presidente del Tribunale per i minorenni di Catania, che ebbe modo anche di riferire al riguardo in Commissione Antimafia nel dicembre del 2000.

I media hanno tentato sempre di ‘insabbiare’ il caso sia a livello locale che a livello nazionale, occultandone del tutto l’esistenza. Forse perchè in questa storia sono coinvolte troppe ‘personalità’ e l’argomento è piuttosto scottante. Si tratta infatti delle vicende di un sistema di potere, quello catanese, quasi perfetto, nel quale hanno parte la più potente lobby giudiziaria d’Italia, esponenti politici, detentori delle leve dell’informazione locale e nazionale, esponenti mafiosi e apparati imprenditoriali.

Coinvolti, chi più chi meno, alcuni potenti personaggi catanesi, ma ad essere particolarmente interessante è la posizione di due di loro: il Dott. Giuseppe Gennaro, eletto in passato a capo dell’Anm dopo essere stato membro del Csm, e la dalemiana capogruppo al Senato del PD Anna Finocchiaro (già magistrato in servizio proprio alla Procura di Catania). Altrettanto interessante è il coinvolgimento dell’appena eletto vice-presidente del Csm Michele Vietti, che faceva parte anche di quel Csm che nel 2001 insabbiò il Caso Catania.

Il dott. Gennaro, oggi leader indiscusso della corrente Unicost, a lungo Procuratore Aggiunto presso il Tribunale di Catania, già membro del Csm (1994-1998), e due volte Presidente dell’Anm (1999 e 2006), nel 1991 acquistò casa da un’impresa legata (ne era socia la moglie) all’imprenditore mafioso Carmelo Rizzo di San Giovanni La Punta, prestanome del clan Laudani. Di lui hanno parlato diversi pentiti, sottolineando gli sconti che l’imprenditore riservava a magistrati e politici cui vendeva villette lussuose in quel di San Giovanni La Punta, paese alle pendici dell’Etna permeato di infiltrazioni mafiose a tutti i livelli, tanto che la sua amministrazione comunale fu due volte sciolta per infiltrazioni mafiose.

Secondo Giambattista Scidà, magistrato la cui levatura morale e intellettuale non è mai stata messa in discussione nemmeno dai suoi avversatori, il silenzio dei media negli ultimi trent’anni è sempre stato funzionale a nascondere le responsabilità delle amministrazioni pubbliche succedutesi nel comprensorio catanese e le responsabilità della mancata repressione della criminalità politica da parte delle Procure della Repubblica. E soprattutto ad occultare il ruolo centrale avuto nello stesso periodo da Catania negli eventi criminali e nel destino della Nazione, fin dagli omicidi di Carlo Alberto Dalla Chiesa e di Giuseppe Fava.

Nell’articolo per cui furono denunciati Travaglio, d’Arcais e Giustolisi, si descrissero i ruoli dei protagonisti della vicenda e si fece anche riferimento alla simulazione dell’atto di vendita a Gennaro (per non far figurare il nome della società legata a Rizzo come venditrice diretta della casa).

I rapporti tra Rizzo e il clan Laudani sono noti fin dai primi anni ottanta, eppure Gennaro, così come il cognato di Anna Finocchiaro (anche lui acquirente di una villa), sembrò non esserne a conoscenza. Così il magistrato acquistò una bifamiliare, nel 1991, ottenendo anche una sanatoria dal Comune di San Giovanni La Punta, poichè parte dell’immobile era abusivo.

Nell’atto di compravendita non risultano i nomi della “Di Stefano” (ditta di cui è azionista la moglie del mafioso Rizzo) nè dello stesso Carmelo Rizzo. Si preferì far comparire come venditore il signor Arcidiacono, che, sentito dagli investigatori, ammise a verbale che si era trattato di un contratto simulato nel quale egli aveva avuto solo la funzione di prestanome, per evitare che venditrice apparisse la società che aveva edificato la villa.

Nel 1993 il Prefetto di Catania ottenne lo scioglimento del Comune per mafia. Responsabile di tali infiltrazioni negli uffici dell’amministrazione fu proprio quel Carmelo Rizzo che costruiva le villette. Nel frattempo, lo stesso, finito nel 1996 sotto processo per mafia, fece sapere di essere in procinto di collaborare con la giustizia. Per questo motivo, nel febbraio 1997, la mafia lo uccise. La Procura di Catania, però, non mostrò alcuna “passione” nelle indagini su questo assassinio.
Di Rizzo si è tornato a parlare nel processo a carico dell’imprenditore Sebastiano Scuto, laddove sono emersi inquietanti particolari sui rapporti tra mafia, politica e imprenditoria in quel di San Giovanni La Punta. Durante questo processo è stato ascoltato un ispettore di Polizia militante dei Ds, che raccontò di aver conosciuto Anna Finocchiaro e di averle segnalato il pericolo che il dott. Gennaro acquistasse una casa da una ditta in odor di mafia. La senatrice, visibilmente sorpresa dalla rivelazione, affermò che avrebbe avvertito il giudice. Sappiamo già tutti come andò a finire: sia il giudice che il cognato dell’onorevole Finocchiaro acquistarono casa da quell’impresa legata al mafioso Rizzo. L’ispettore, invece, ricevette minacce direttamente in Questura, dove lavorava.

Terribile anche l’esperienza del pm Nicolò Marino, che, come Scidà, ha denunciato le nefandezze del Caso Catania, attirandosi le ire della lobby giudiziaria catanese rappresentata dal blocco maggioritario della corrente Unicost guidata da Gennaro. Marino è stato ‘spedito’ due volte davanti al Csm. Una volta per un procedimento disciplinare, l’altra per un trasferimento per pretesa incompatibilità ambientale (indagava troppo e, alle volte, su personaggi troppo vicini, e perfino parenti, rispetto ai colleghi della Procura). La prima voltà sarà assolto, la seconda sarà lui stesso a chiedere di essere trasferito, e andrà a lavorare a Caltanissetta. Le sue dichiarazioni sul caso, però, servirono a smuovere le torbide acque catanesi, e nel 2003 il consigliere del Csm Ronco chiese il trasferimento del dott. Gennaro per incompatibilità ambientale, proprio a seguito della vicenda che lo vide protagonista nel 1991. Peccato che questa presa di coscienza non colpisca altri che Ronco. Gennaro infatti rimase al suo posto, dove tuttora si trova, in trepidante attesa di assumere la guida della Procura, al momento in cui l’attuale Procuratore capo Vincenzo D’Agata andrà in pensione.

Quando Scidà e Marino accusarono Gennaro di aver acquistato casa da un mafioso, Gennaro portò al Csm l’atto notarile in cui il venditore risulta essere quel brav’uomo del sig. Arcidiacono, e quindi i due magistrati finirono per apparire come dei calunniatori. A difendere strenuamente il dott. Gennaro fu, fra gli altri, Michele Vietti, oggi vice-presidente del Csm, dal quale aspetto ancora delle risposte in merito alla sua appartenenza/vicinanza alla massoneria. La Procura di Messina comunque indagò Gennaro e altri magistrati catanesi per concorso esterno in associazione mafiosa e per altri reati. Nel 2004 tutto venne archiviato, ma gli stessi pm messinesi riconobbero che Gennaro avesse mentito negando di conoscere Carmelo Rizzo. Gennaro, infatti, ben conosceva il mafioso Rizzo. In Italia, però, se si è indagati non costituisce reato dire bugie, per cui finì con un nulla di fatto.

Certo, da magistrati che acquistano case da mafiosi e da politicanti che difendono l’indifendibile Salvo Andò, che invitano a dibattiti politici gli avvocati del premier promotori di svariate leggi-vergogna, e che pongono la sua veneranda età come unico ostacolo per l’ascesa di Andreotti ai vertici dello Stato, glissando invece sulle sue vicende giudiziarie di politico-mafioso, non potevamo aspettarci che sostegno a personaggi altrettanto preoccupanti come Michele Vietti, compagno di partito di Salvatore Cuffaro, Saverio Romano e Domenico Miceli.

Il Csm infangò se stesso apprestando protezione all’imbarazzante operato del dott. Gennaro e delegittimando Scidà e Marino, e continua oggi a infangare se stesso con l’elezione di Vietti a vice-presidente, con una linea di continuità che non fa sperare nulla di buono, soprattutto ai cittadini che vorrebbero finalmente scoperchiato il vaso di Pandora del Caso Catania.

Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) è un organo di rilevanza costituzionale. Esso è l’organo di autogoverno della Magistratura ordinaria. Ha lo scopo di garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato, in particolare da quello esecutivo. Sarà vero?

Se la stampa, locale e nazionale, si occupasse del Caso Catania e si preoccupasse di rivolgere a Michele Vietti e Anna Finocchiaro le domande che io stessa ho formulato, forse potremmo iniziare a intravedere una risposta al quesito principe: cos’è il partito unico che domina quella città, in un abbraccio che racchiude potere giudiziario, editoria, esponenti politici del centrosinistra (Anna Finocchiaro, Enzo Bianco, Giovanni Burtone…) e del centrodestra (Giuseppe Firrarello, Giuseppe Castiglione…)?
Insomma, perché Catania ha un ruolo così importante nelle sorti della Nazione?

Ardizzone si libera del Giornale di Sicilia L’editore Ciancio in pole position

Ottanta milioni di euro, più una trentina per le strutture immobiliari. È la cifra che dovrà sborsare chi vorrà acquistare Il Giornale di Sicilia. Il più antico quotidiano dell'Isola, che ha esordito in edicola con in prima pagina la notizia dell'arrivo a Palermo delle Camice Rosse di Garibaldi, è in vendita

di Domenico Valter Rizzo
(Da l'Uniità del 9 agosto 2010 - pagina 17)

La famiglia Ardizzone, che controlla il quotidiano sin dalla fondazione, sarebbe infatti pronta a lasciare. Da oltre un anno la voce circolava e non solo in Sicilia, ma adesso la faccenda è entrata in una fase concreta. Sia per l'infittirsi dei contatti, ma soprattutto per la definizione del valore dell'azienda: ottanta milioni di euro appunto. A rivelare gli ultimi sviluppi di quello che potrebbe essere l'affare destinato sconvolgere i delicatissimi assetti di potere che regolano la vita politica ed imprenditoriale in Sicilia, è stato il mensile «I Love Sicilia» con un servizio che non è stato smentito.

Sono molti i possibili acquirenti, ma il primo – anche se ufficialmente non è stato ancora fatto alcun passo – è sicuramente il potente editore catanese Mario Ciancio Sanfilippo, padrone assoluto dei media in Sicilia orientale che con l'acquisto del quotidiano palermitano e delle emittenti televisive e radiofoniche ad esso collegate, assumerebbe il controllo assoluto di ogni mezzo di comunicazione in una delle più grandi regioni italiane. Ciancio, oltre ad essere l'unico proprietario del quotidiano La Sicilia che si stampa a Catania, ha una quota del 11,5 % nel terzo quotidiano siciliano, La Gazzetta del Sud e controlla le principali emittenti televisive regionali. Fuori resta il Giornale di Sicilia appunto e poco altro. Ma Ciancio ha già un piede dentro Il Sicilia, come i palermitani chiamano il quotidiano della loro città. Ne possiede infatti una quota di poco superiore all'8%, acquistata praticamente in contemporanea con uno dei "quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa" Carmelo Costanzo che si aggiudicò una quota equivalente. L'ingresso di Ciancio nel pacchetto azionario – secondo il racconto, ancora top secret, di Massimo Ciancimino – sarebbe stato "benedetto" da Don Vito Ciancimino in persona. Un racconto inquietante quello di Ciancimino Jr, tutto da dimostrare ovviamente, ma che si incrocia con altri fatti e con altri racconti che parlano di relazioni pericolose mai del tutto chiarite.

Una storia quella di Ciancio che ancora è in gran parte tutta da scrivere e che intreccia il controllo dei media con il cemento, con i centri commerciali e con le grandi speculazioni condotte spregiudicatamente insieme al suo socio Ennio Virlinzi, attualmente finito sotto processo per l'affare dei parcheggi sotterranei a Catania. Un affare quello dei parcheggi dentro il quale c'è anche una società di Ciancio che però è riuscito a scansare i guai giudiziari per una questione procedurale. Tentare il colpo Mario Ciancio dunque potrebbe partire proprio da quell'8% per tentare il colpo che per lui sarebbe una sorta di Grande Slam nell'editoria siciliana. Per far cassa e avere dunque la liquidità pronta, Ciancio sarebbe sul punto di cedere agli Angelucci il controllo della Gazzetta del Mezzogiorno. Un affare milionario che porterebbe nelle casse di Ciancio risorse più che sufficienti per accaparrasi il quotidiano palermitano. Ma sul Giornale di Sicilia non sono puntati solo gli occhi di Ciancio. Il quotidiano fa gola anche ad altri soggetti come Francesco Gaetano Caltagirone, il proprietario del Mattino e del Messaggero, ma anche a suo cugino Pietro Bellavista Caltagirone, che controlla la società Acqua Marcia e da tempo ha interessi anche nell'Isola. Ma non solo, si sarebbe mostrato interessato anche il banchiere ed imprenditore vinicolo Zonin, anche lui ormai da tempo radicato in Sicilia. Interesse anche da parte del gruppo Class, che ha già messo piede a Palermo con la redazione locale di Milano Finanza e da parte persino di Sergio Zuncheddu, l'editore dell'Unione Sarda, che sarebbe pronto ad attraversare il Tirreno per sbarcare a Palermo.