13 agosto 2010

Dell’Utri partecipa a Ferragosto in carcere. I Radicali: “Grazie Marcello”

Il pluricondannato esponente del PdL partecipa all’iniziativa di mezz’estate del Partito Radicale. Direttamente dal Consiglio d’Europa arriva la critica: “Non partecipino parlamentari che in carcere ci dovrebbero stare”. Ma per Rita Bernardini, la sua partecipazione è “più che opportuna”

da http://www.giornalettismo.com/

Un ferragosto diverso (e meritorio), quello che per il secondo anno consecutivo propongono i Radicali Italiani. Passare il giorno di mezza estate in uno dei carceri italiani per sincerarsi delle reali condizioni dei detenuti , questa l’intenzione. Oltre 200 fra parlamentari e altri rappresentanti che hanno aderito, e si recheranno fra domani e dopodomani (c’è un rigidissimo planning, elaborato dal partito) in visita in tutti le strutture carcerarie del nostro paese.

TROVA L’INTRUSO -Ci sarebbe da partire con gli applausi. Ma c’è un problema (e non lo solleviamo noi): da Bruxelles arriva una critica pesante, quella di Mauro Palma, Presidente del Comitato Europeo per la prevenzione della tortura. Insomma un’istituzione molto vicina alle battaglie radicali, che hanno, unici, presentato la proposta di legge per l’istituzione del reato di tortura, grande assente nel nostro codice penale. Ma non divaghiamo: Palma, nel commentare l’iniziativa radicale, che definisce “forte” e opportuna, non rinuncia a sottolineare che sarebbe stato meglio “evitare di includere nel gruppo di autorevoli visitatori del carcere coloro che, stando alle sentenze, potrebbero esservi ospitati”.

DENTRO E FUORI – Di chi parla? Ma di Marcello Dell’Utri, che stando al planning visite si recherà ad ispezionare il carcere di Como sabato 14 mattina. Una situazione invero paradossale, se pensiamo che Dell’Utri è stato condannato in secondo grado per concorso esterno in associazione mafiosa (dunque non definitivamente: ma, dopo l’appello, il merito è accertato, e in Cassazione non viene più discusso – come a dire che il reato è provato, anche se il processo, in ipotesi, fosse poi annullato) per fatti commessi almeno fino al 1992; inoltre ha patteggiato due anni e tre mesi per false fatture e frodi fiscali: due anni e tre mesi di reclusione, beninteso, dunque da passarsi dietro le sbarre. Lui, invece, sarà dall’altro lato, ad ispezionare le carceri. Come dicevamo, paradossale.

GRAZIE, MARCELLO – Ma i Radicali, in proposito, non fanno una grinza. Rita Bernardini, da noi raggiunta telefonicamente per commentare il fatto, ci tiene anzi a ribadire: “Lo scriva pure tre volte, se vuole. Grazie, grazie, grazie Marcello Dell’Utri per la sua partecipazione all’iniziativa”.

Onorevole, volevamo avere da lei un parere sulla partecipazione dell’On. Dell’Utri a ‘Ferragosto in Carcere’, ci sono delle agenzie molto critiche….

Beh, i parlamentari possono visitare le carceri nell’ambito del loro sindacato ispettivo, senza bisogno di autorizzazione. A Dell’Utri, tuttora parlamentare, non mi risulta che questo sia impedito.

Sì, ma sotto il profilo dell’opportunità politica?

E’ più che opportuno, anzi, lo ringraziamo.

Avrà letto però le dichiarazioni di Mauro Palma, che sostiene appunto che sarebbe stato meglio non avere condannati in questa delegazione di parlamentari…

Ma a Palma, che è così legalista, risulta forse che al Sen. Dell’Utri siano state tolte le prerogative che gli spettano? Realizzare questo sindacato ispettivo nelle nostre carceri è un atto di grande importanza, poichè le carceri realizzano quella funzione rieducativa della pena che è consacrata nella nostra Costituzione. Noi abbiamo invitato tutti i parlamentari a partecipare a “Ferragosto in carcere”, e ringraziamo di cuore tutti quelli che hanno aderito.

Catania collusa, nazione infetta

Quando parlo di ‘Caso Catania‘ non mi riferisco a polemiche calcistiche nè a bollette della luce pagate dallo Stato invece che dal Comune, ma a quello ‘scandalo’ politico-giudiziario ‘scoppiato’ (anzi, soffocato sul nascere) alla fine del 2000. Uno scandalo che sembra del tutto dimenticato e del quale nessuno parla più

da http://www.soniaalfano.it/

Nel 2006 tentarono di riportare alla luce questa storia Marco Travaglio, Flores d’Arcais e Giuseppe Giustolisi, che furono ripagati da uno dei principali protagonisti, il magistrato Giuseppe Gennaro, con una querela per diffamazione a mezzo stampa, da cui è nato un processo tuttora in corso davanti al Tribunale di Roma.
Il Caso Catania assunse dimensione pubblica grazie al coraggio ed alla dirittura morale di Giambattista Scidà, allora presidente del Tribunale per i minorenni di Catania, che ebbe modo anche di riferire al riguardo in Commissione Antimafia nel dicembre del 2000.

I media hanno tentato sempre di ‘insabbiare’ il caso sia a livello locale che a livello nazionale, occultandone del tutto l’esistenza. Forse perchè in questa storia sono coinvolte troppe ‘personalità’ e l’argomento è piuttosto scottante. Si tratta infatti delle vicende di un sistema di potere, quello catanese, quasi perfetto, nel quale hanno parte la più potente lobby giudiziaria d’Italia, esponenti politici, detentori delle leve dell’informazione locale e nazionale, esponenti mafiosi e apparati imprenditoriali.

Coinvolti, chi più chi meno, alcuni potenti personaggi catanesi, ma ad essere particolarmente interessante è la posizione di due di loro: il Dott. Giuseppe Gennaro, eletto in passato a capo dell’Anm dopo essere stato membro del Csm, e la dalemiana capogruppo al Senato del PD Anna Finocchiaro (già magistrato in servizio proprio alla Procura di Catania). Altrettanto interessante è il coinvolgimento dell’appena eletto vice-presidente del Csm Michele Vietti, che faceva parte anche di quel Csm che nel 2001 insabbiò il Caso Catania.

Il dott. Gennaro, oggi leader indiscusso della corrente Unicost, a lungo Procuratore Aggiunto presso il Tribunale di Catania, già membro del Csm (1994-1998), e due volte Presidente dell’Anm (1999 e 2006), nel 1991 acquistò casa da un’impresa legata (ne era socia la moglie) all’imprenditore mafioso Carmelo Rizzo di San Giovanni La Punta, prestanome del clan Laudani. Di lui hanno parlato diversi pentiti, sottolineando gli sconti che l’imprenditore riservava a magistrati e politici cui vendeva villette lussuose in quel di San Giovanni La Punta, paese alle pendici dell’Etna permeato di infiltrazioni mafiose a tutti i livelli, tanto che la sua amministrazione comunale fu due volte sciolta per infiltrazioni mafiose.

Secondo Giambattista Scidà, magistrato la cui levatura morale e intellettuale non è mai stata messa in discussione nemmeno dai suoi avversatori, il silenzio dei media negli ultimi trent’anni è sempre stato funzionale a nascondere le responsabilità delle amministrazioni pubbliche succedutesi nel comprensorio catanese e le responsabilità della mancata repressione della criminalità politica da parte delle Procure della Repubblica. E soprattutto ad occultare il ruolo centrale avuto nello stesso periodo da Catania negli eventi criminali e nel destino della Nazione, fin dagli omicidi di Carlo Alberto Dalla Chiesa e di Giuseppe Fava.

Nell’articolo per cui furono denunciati Travaglio, d’Arcais e Giustolisi, si descrissero i ruoli dei protagonisti della vicenda e si fece anche riferimento alla simulazione dell’atto di vendita a Gennaro (per non far figurare il nome della società legata a Rizzo come venditrice diretta della casa).

I rapporti tra Rizzo e il clan Laudani sono noti fin dai primi anni ottanta, eppure Gennaro, così come il cognato di Anna Finocchiaro (anche lui acquirente di una villa), sembrò non esserne a conoscenza. Così il magistrato acquistò una bifamiliare, nel 1991, ottenendo anche una sanatoria dal Comune di San Giovanni La Punta, poichè parte dell’immobile era abusivo.

Nell’atto di compravendita non risultano i nomi della “Di Stefano” (ditta di cui è azionista la moglie del mafioso Rizzo) nè dello stesso Carmelo Rizzo. Si preferì far comparire come venditore il signor Arcidiacono, che, sentito dagli investigatori, ammise a verbale che si era trattato di un contratto simulato nel quale egli aveva avuto solo la funzione di prestanome, per evitare che venditrice apparisse la società che aveva edificato la villa.

Nel 1993 il Prefetto di Catania ottenne lo scioglimento del Comune per mafia. Responsabile di tali infiltrazioni negli uffici dell’amministrazione fu proprio quel Carmelo Rizzo che costruiva le villette. Nel frattempo, lo stesso, finito nel 1996 sotto processo per mafia, fece sapere di essere in procinto di collaborare con la giustizia. Per questo motivo, nel febbraio 1997, la mafia lo uccise. La Procura di Catania, però, non mostrò alcuna “passione” nelle indagini su questo assassinio.
Di Rizzo si è tornato a parlare nel processo a carico dell’imprenditore Sebastiano Scuto, laddove sono emersi inquietanti particolari sui rapporti tra mafia, politica e imprenditoria in quel di San Giovanni La Punta. Durante questo processo è stato ascoltato un ispettore di Polizia militante dei Ds, che raccontò di aver conosciuto Anna Finocchiaro e di averle segnalato il pericolo che il dott. Gennaro acquistasse una casa da una ditta in odor di mafia. La senatrice, visibilmente sorpresa dalla rivelazione, affermò che avrebbe avvertito il giudice. Sappiamo già tutti come andò a finire: sia il giudice che il cognato dell’onorevole Finocchiaro acquistarono casa da quell’impresa legata al mafioso Rizzo. L’ispettore, invece, ricevette minacce direttamente in Questura, dove lavorava.

Terribile anche l’esperienza del pm Nicolò Marino, che, come Scidà, ha denunciato le nefandezze del Caso Catania, attirandosi le ire della lobby giudiziaria catanese rappresentata dal blocco maggioritario della corrente Unicost guidata da Gennaro. Marino è stato ‘spedito’ due volte davanti al Csm. Una volta per un procedimento disciplinare, l’altra per un trasferimento per pretesa incompatibilità ambientale (indagava troppo e, alle volte, su personaggi troppo vicini, e perfino parenti, rispetto ai colleghi della Procura). La prima voltà sarà assolto, la seconda sarà lui stesso a chiedere di essere trasferito, e andrà a lavorare a Caltanissetta. Le sue dichiarazioni sul caso, però, servirono a smuovere le torbide acque catanesi, e nel 2003 il consigliere del Csm Ronco chiese il trasferimento del dott. Gennaro per incompatibilità ambientale, proprio a seguito della vicenda che lo vide protagonista nel 1991. Peccato che questa presa di coscienza non colpisca altri che Ronco. Gennaro infatti rimase al suo posto, dove tuttora si trova, in trepidante attesa di assumere la guida della Procura, al momento in cui l’attuale Procuratore capo Vincenzo D’Agata andrà in pensione.

Quando Scidà e Marino accusarono Gennaro di aver acquistato casa da un mafioso, Gennaro portò al Csm l’atto notarile in cui il venditore risulta essere quel brav’uomo del sig. Arcidiacono, e quindi i due magistrati finirono per apparire come dei calunniatori. A difendere strenuamente il dott. Gennaro fu, fra gli altri, Michele Vietti, oggi vice-presidente del Csm, dal quale aspetto ancora delle risposte in merito alla sua appartenenza/vicinanza alla massoneria. La Procura di Messina comunque indagò Gennaro e altri magistrati catanesi per concorso esterno in associazione mafiosa e per altri reati. Nel 2004 tutto venne archiviato, ma gli stessi pm messinesi riconobbero che Gennaro avesse mentito negando di conoscere Carmelo Rizzo. Gennaro, infatti, ben conosceva il mafioso Rizzo. In Italia, però, se si è indagati non costituisce reato dire bugie, per cui finì con un nulla di fatto.

Certo, da magistrati che acquistano case da mafiosi e da politicanti che difendono l’indifendibile Salvo Andò, che invitano a dibattiti politici gli avvocati del premier promotori di svariate leggi-vergogna, e che pongono la sua veneranda età come unico ostacolo per l’ascesa di Andreotti ai vertici dello Stato, glissando invece sulle sue vicende giudiziarie di politico-mafioso, non potevamo aspettarci che sostegno a personaggi altrettanto preoccupanti come Michele Vietti, compagno di partito di Salvatore Cuffaro, Saverio Romano e Domenico Miceli.

Il Csm infangò se stesso apprestando protezione all’imbarazzante operato del dott. Gennaro e delegittimando Scidà e Marino, e continua oggi a infangare se stesso con l’elezione di Vietti a vice-presidente, con una linea di continuità che non fa sperare nulla di buono, soprattutto ai cittadini che vorrebbero finalmente scoperchiato il vaso di Pandora del Caso Catania.

Il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) è un organo di rilevanza costituzionale. Esso è l’organo di autogoverno della Magistratura ordinaria. Ha lo scopo di garantire l’autonomia e l’indipendenza della magistratura dagli altri poteri dello Stato, in particolare da quello esecutivo. Sarà vero?

Se la stampa, locale e nazionale, si occupasse del Caso Catania e si preoccupasse di rivolgere a Michele Vietti e Anna Finocchiaro le domande che io stessa ho formulato, forse potremmo iniziare a intravedere una risposta al quesito principe: cos’è il partito unico che domina quella città, in un abbraccio che racchiude potere giudiziario, editoria, esponenti politici del centrosinistra (Anna Finocchiaro, Enzo Bianco, Giovanni Burtone…) e del centrodestra (Giuseppe Firrarello, Giuseppe Castiglione…)?
Insomma, perché Catania ha un ruolo così importante nelle sorti della Nazione?

Ardizzone si libera del Giornale di Sicilia L’editore Ciancio in pole position

Ottanta milioni di euro, più una trentina per le strutture immobiliari. È la cifra che dovrà sborsare chi vorrà acquistare Il Giornale di Sicilia. Il più antico quotidiano dell'Isola, che ha esordito in edicola con in prima pagina la notizia dell'arrivo a Palermo delle Camice Rosse di Garibaldi, è in vendita

di Domenico Valter Rizzo
(Da l'Uniità del 9 agosto 2010 - pagina 17)

La famiglia Ardizzone, che controlla il quotidiano sin dalla fondazione, sarebbe infatti pronta a lasciare. Da oltre un anno la voce circolava e non solo in Sicilia, ma adesso la faccenda è entrata in una fase concreta. Sia per l'infittirsi dei contatti, ma soprattutto per la definizione del valore dell'azienda: ottanta milioni di euro appunto. A rivelare gli ultimi sviluppi di quello che potrebbe essere l'affare destinato sconvolgere i delicatissimi assetti di potere che regolano la vita politica ed imprenditoriale in Sicilia, è stato il mensile «I Love Sicilia» con un servizio che non è stato smentito.

Sono molti i possibili acquirenti, ma il primo – anche se ufficialmente non è stato ancora fatto alcun passo – è sicuramente il potente editore catanese Mario Ciancio Sanfilippo, padrone assoluto dei media in Sicilia orientale che con l'acquisto del quotidiano palermitano e delle emittenti televisive e radiofoniche ad esso collegate, assumerebbe il controllo assoluto di ogni mezzo di comunicazione in una delle più grandi regioni italiane. Ciancio, oltre ad essere l'unico proprietario del quotidiano La Sicilia che si stampa a Catania, ha una quota del 11,5 % nel terzo quotidiano siciliano, La Gazzetta del Sud e controlla le principali emittenti televisive regionali. Fuori resta il Giornale di Sicilia appunto e poco altro. Ma Ciancio ha già un piede dentro Il Sicilia, come i palermitani chiamano il quotidiano della loro città. Ne possiede infatti una quota di poco superiore all'8%, acquistata praticamente in contemporanea con uno dei "quattro cavalieri dell'apocalisse mafiosa" Carmelo Costanzo che si aggiudicò una quota equivalente. L'ingresso di Ciancio nel pacchetto azionario – secondo il racconto, ancora top secret, di Massimo Ciancimino – sarebbe stato "benedetto" da Don Vito Ciancimino in persona. Un racconto inquietante quello di Ciancimino Jr, tutto da dimostrare ovviamente, ma che si incrocia con altri fatti e con altri racconti che parlano di relazioni pericolose mai del tutto chiarite.

Una storia quella di Ciancio che ancora è in gran parte tutta da scrivere e che intreccia il controllo dei media con il cemento, con i centri commerciali e con le grandi speculazioni condotte spregiudicatamente insieme al suo socio Ennio Virlinzi, attualmente finito sotto processo per l'affare dei parcheggi sotterranei a Catania. Un affare quello dei parcheggi dentro il quale c'è anche una società di Ciancio che però è riuscito a scansare i guai giudiziari per una questione procedurale. Tentare il colpo Mario Ciancio dunque potrebbe partire proprio da quell'8% per tentare il colpo che per lui sarebbe una sorta di Grande Slam nell'editoria siciliana. Per far cassa e avere dunque la liquidità pronta, Ciancio sarebbe sul punto di cedere agli Angelucci il controllo della Gazzetta del Mezzogiorno. Un affare milionario che porterebbe nelle casse di Ciancio risorse più che sufficienti per accaparrasi il quotidiano palermitano. Ma sul Giornale di Sicilia non sono puntati solo gli occhi di Ciancio. Il quotidiano fa gola anche ad altri soggetti come Francesco Gaetano Caltagirone, il proprietario del Mattino e del Messaggero, ma anche a suo cugino Pietro Bellavista Caltagirone, che controlla la società Acqua Marcia e da tempo ha interessi anche nell'Isola. Ma non solo, si sarebbe mostrato interessato anche il banchiere ed imprenditore vinicolo Zonin, anche lui ormai da tempo radicato in Sicilia. Interesse anche da parte del gruppo Class, che ha già messo piede a Palermo con la redazione locale di Milano Finanza e da parte persino di Sergio Zuncheddu, l'editore dell'Unione Sarda, che sarebbe pronto ad attraversare il Tirreno per sbarcare a Palermo.