19 novembre 2011

L'Orizzonte degli Eventi: R per realismo

A vent'anni si scende in piazza per protestare contro i banchieri cattivi, forti di quell'entusiasmo che ti illude di poter cambiare il mondo solo cacciando un urlo un po' più forte

L'Orizzonte degli Eventi: R per realismo

A cinquanta invece ci si domanda se, per evitare di ritrovarsi con i risparmi di una vita tramutati in carta straccia, con la prospettiva di dover rinunciare ad una vecchiaia serena e magari dover ricorrere in extremis alla cartuccia da cinghiale per porre fine alle proprie sofferenze, non sia il caso di lasciar fare ai banchieri. Che anche loro, in fondo, se perdono i clienti rimangono fregati.

E' incredibile la lucidità ed il senso di realismo che si ottengono invecchiando.

P.S. Poi magari hanno ragione i giovani e i banchieri sono veramente dei perfidi agenti del Male che si sono inventati la crisi per ridurci in schiavitù e falliremo lo stesso. E non potremo nemmeno concederci il lusso di essere folli perché saremo troppo affamati.

La cantonata di Rai News 24

Ieri sera leggo notizia a sorpresa sul sito di Rai News 24: "Hacker nel sito del Ministero dell'Istruzione. Vado sul sito ufficiale, quello del MIUR, e non trovo nulla. Allora seguo il link indicato da Rai News e trovo questo sito

di Sandro
da Agoravox
18 nov. 2011

Rai News aveva dato per certa la notizia, indicando i due siti come alternativi uno all'altro. Ammetto che inizialmente sono stato un po' precipitoso e ci stavo cascando e ho riportato la notizia, anche se molti dubbi permanevano: perché quel sito istituzionale era aggiornato al 2009? Perché nelle ore successive nessun altro riprendeva la notizia? Perché non c'era alcun comunicato sul sito del MIUR o su altri organi di stampa?

Prima, però, di affermare che fosse una bufala volevo essere sicuro e quindi ho utilizzato il condizionale per far capire che non era poi una cosa così certa e assodata come sembrava da Rai News 24.

Cercando cercando ho trovato conferme al fatto che si trattasse effettivamente di una bufala: in pratica è una protesta contro la legge Gelmini del 2009 (motivo per cui quel sito non è aggiornato oltre). In pratica non c'è alcun hacker nel sito del Ministero, motivo per cui nessuno riprendeva la notizia.

Secondo voi, a Rai News 24 ammetteranno l'errore?

Fassino e Sel privatizzano l'acqua

Fassino e Sel privatizzano l'acqua,continua lo spregio alla volonta' espressa con il referendum

di Checchino Antonini

Polemica sulla vendita del 40%, con voto favorevole di Sel, della Finanziaria Comunale che si chiamerebbe “Beni Comuni Torino”; ma la cui gestione avverrebbe tramite le fondazioni bancarie e l’azionariato diffuso.

Ennesima polemica tra il partito di Vendola e i referendari. Stavolta succede a Torino dove Sel, nella battaglia politica sulla “maxy holding” ha deciso di votare a favore della vendita del 40% di azioni Amiat, Trm e Gtt. E il comitato locale per l’acqua bene comune ha bocciato a sua volta il documento e gli emendamenti di Sel - alla cui redazione ha partecipato anche uno dei giuristi estensori dei quesiti referendari - perché sono «un insieme di affermazioni alternative e di concrete concessioni ai poteri forti e al mercato. La Finanziaria Comunale si chiamerebbe “Beni Comuni Torino”; ma la gestione partecipativa avverrebbe tramite le fondazioni bancarie e l’azionariato diffuso - «con il paradossale risultato di far comprare ai cittadini ciò che è già di loro proprietà». Una proposta esplicitamente rifiutata dal Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua nell’assemblea di luglio, quella che ha indetto la manifestazione del prossimo 26 novembre a cui il partito del governatore delle Puglie aderisce.

La contropartita che Sel domanda a Fassino è la trasformazione di Smat in azienda di diritto pubblico come da anni chiede il movimento. Una scelta che avrebbe consentito di risparmiare 27 milioni di Ires che sarebbero restati all’azienda e alla città. Ma, per i referendari, a sinistra esistono «gravi ritardi culturali (non riuscire ad emanciparsi dall’ideologia dominante negli ultimi trent’anni) e politici (l’incapacità di cogliere una mutazione lenta ma profonda del senso comune)» che stanno facendo perdere la battaglia contro la privatizzazione delle aziende comunali di servizi. «Purtroppo anche Sel, a Torino come in Puglia, non riesce a sottrarsi a questa deriva. Questi motivi ci fanno pensare a una intrinseca debolezza politica di chi punta a un’ improbabile “riduzione del danno”.

Resta il fatto che i casi Torino e Puglia sono troppo rilevanti perchè il Forum non chieda a Sel una riaffermazione chiara ed esplicita delle posizioni pubblicamente assunte di aperto contrasto alla privatizzazione dei servizi pubblici locali». (per approfondire: www.acquapubblicatorino.org).

17 novembre 2011

Brucia vivo a Tian'anmen. Conferma dopo 26 giorni

Il 21 ottobre un uomo si è dato fuoco a piazza Tian'anmen. La notizia esite grazie a un lettore del Daily Telgraph, che si trovava lì e ha fatto delle foto. Cinque minuti dopo ogni traccia dell'accaduto era sparita

da China Files - 17-11-2011

La conferma del Beijing Public Security Bureau è solo del 16 novembre. Un uomo cinese si è dato fuoco in piazza Tian'anmen a Pechino in quello che è ritenuto essere il primo atto di autoimmolazione da oltre un decennio nello stesso luogo delle proteste pro-democrazia del 1989.

L'incidente - avvenuto il 21 ottobre – non è apparso in nessun dei media statali cinesi, tuttavia un lettore del Daily Telegraph, che ha fotografato quanto accaduto subito dopo, ha assistito alla scena, mentre la polizia cinese si precipitava a domare le fiamme con gli estintori.

"L'uomo l’ha fatto proprio davanti a me. Ha fatto un passo oltre la ringhiera bassa davanti alla pista ciclabile che passa davanti l'immagine del presidente Mao. Distava da me solo due o tre metri", ha ricordato Alan Brown, Ingegnere RAF in pensione da Somerton (Somerset, Gran Bretagna).

"Ha detto qualcosa rapidamente e un poliziotto nelle vicinanze si improvvisamente agitato, ma questo tizio ha tirato fuori un accendino e si è dato fuoco. Senza essere melodrammatico, guardò dritto verso di me e si è dato fuoco."

"Il poliziotto inizialmente ha fatto un balzo indietro e poi ha afferrato un estintore dalla sua moto e ha spento le fiamme", ha aggiunto il signor Brown, che si trovava in vacanza in Cina con la moglie Pamela.

Nonostante diverse centinaia di altri spettatori cinesi abbiano assistito alla scena, non vi è alcuna traccia o menzione dell'incidente né sui media cinesi di stato pesantemente censurati, né su Weibo, la versione cinese di Twitter, dove le notizie ritenute dallo Stato sensibili o indesiderabili spesso fuoriescono.

Tuttavia dopo che la fotografia è stata mostrato, l'incidente è stato confermato mercoledì dal dipartimento della stampa del Beijing Public Security Bureau (PSB) che è responsabile per il monitoraggio e mantenimento dell'ordine sociale in Cina.

"Verso le ore 11 del 21 ottobre, 2011, [un uomo soprannominato] Wang si è diretto verso l’area vicina al ponte Jinshui, e improvvisamente ha dato fuoco ai suoi abiti. I poliziotti sul posto hanno spento il fuoco in meno di dieci secondi e hnno inviato l'uomo in ospedale per le dovute cure," si legge in una dichiarazione inviata via fax.

"Ora sta meglio. In seguito all'indagine è emerso che Wang (maschio, 42 anni, residente nella città di Huanggang, provincia dello Hubei) ha intrapreso questa estrema azione a causa del malcontento per l'esito di un contenzioso civile in un tribunale locale."

L'autoimmolazione del signor Wang sembra essere il primo incidente di questo tipo noto dal 23 gennaio 2001, quando cinque persone, tra cui ragazzina di 12 anni, si sono dati fuoco presumibilmente per protestare contro la violenta repressione del movimento spirituale Falun Gong.

Due sono morti, tra cui la ragazzina, e tre sono rimasti gravemente sfigurati nell'incidente che rimane tuttora controverso, dopo che la leadership del Falun Gong ha accusato il governo cinese aver messo in scena l'episodio per giustificare la persecuzione dei membri del movimento.

Sebbene non siano nel maniera più assoluta comuni in Cina, gli incidenti di autoimmolazione sono segnalati almeno una o due volte l'anno, e spesso coinvolgono vittime di sentenze ingiuste, accaparramento di terre, dispute sulla proprietà con il governi locali o esempi estremi di corruzione.

Anche le autorità cinesi in Tibet hanno avuto a che fare con un'ondata di autoimmolazioni quest'anno, a partire dal mese di marzo, con 11 monaci e monache che si sono dati fuoco in segno di protesta contro il dominio cinese nella regione del Tibet.

Tuttavia, Piazza Tian'anmen, che 22 anni dopo gli omicidi del 1989 rimane il luogo più politicamente sensibile in Cina, è fortemente sorvegliata, affollata di poliziotti in borghese pronti a bloccare immediatamente ogni tentativo di protesta.

Brown, 59 anni, ha detto di esser rimasto colpito dalla velocità con cui le forze di sicurezza sono intervenuti per domare le fiamme e successivamente cancellare ogni traccia dell'incidente.

"C'erano un sacco di persone a scattare foto in quel momento, così sono rimasto sorpreso di non sentire circa l’accaduto nei notiziari, perciò ho ritenuto che almeno la vicenda dovesse venire alla luce.

Dopo che è successo, i netturbini si sono messi a lavoro quasi immediatamente.

Se qualcuno fosse arrivato cinque o dieci minuti dopo, non avrebbe visto nulla. Quando abbiamo raggiunto il balcone che si affaccia sulla piazza, non c'era traccia di quanto era accaduto. Tutto era svanito."

[Foto credit: Daily Telegraph]

23 ottobre 2011

Crimine organizzato e costruzione del Ponte di Messina

Il Padre di tutte le Grandi Opere, monumento-cattedrale allo spreco delle risorse e al consumo di territorio, delirio d’onnipotenza di una classe politica inetta e parassitaria

da http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/
di Antonio Mazzeo

È il Ponte sullo Stretto di Messina, l’Ecomostro i cui lavori dovrebbero iniziare entro la fine del prossimo anno e che ha già battuto tutti i possibili record: il progetto più costoso della storia dei lavori pubblici, il più lento mai partorito, quello che richiederà la più grande gittata di cemento e calcestruzzo e che avrà la campata unica più lunga del pianeta, 3.360 metri, 1.400 in più del gioiello tecnologico giapponese di Akashi Kaikyo.

Nell’incantevole scenario di Scilla e Cariddi, i mitologici mostri decantati da Omero, si chiede di realizzare due torri di cemento e acciaio alte 382,60 metri, formata ognuna da due piloni del diametro di oltre 50 metri, rette da quattro tiranti di acciaio per un peso totale di 166.600 tonnellate. Il volume delle fondazioni in Sicilia sarà di 86.000 metri cubi, mentre in Calabria di 72.000. Oltre al Ponte vero e proprio saranno realizzati 40 chilometri di raccordi stradali e ferroviari (2 km su viadotto e 20,6 km in galleria), mega-discariche, cave e strutture di raccordo. L’Opera investirà superfici territoriali vastissime nelle province di Messina e Reggio Calabria: la somma delle aree destinante ai cantieri ammonterà a 514.000 metri quadri, a cui si aggiungeranno le aree destinate a discariche finali, distanti anche più di 50 km dall’infrastruttura, per un valore complessivo di 764.500 mq.[1] t

La realizzazione del Ponte e delle opere connesse comporterà un fabbisogno complessivo di materiali pari a 3.540.000 metri cubi e una produzione di materiali provenienti dagli scavi per un totale di 6.800.000 mc. Altra insostenibile colata di cemento è programmata per completare alcune infrastrutture di “servizio” al Ponte (un centro direzionale, un centro commerciale con albergo, ristoranti, un anfiteatro e un museo in Calabria, un’area di servizio-ristoro in Sicilia) per altri 117.000 mc. Un affare stimato dalla Società Stretto di Messina Spa, concessionaria pubblica per la realizzazione del Ponte, in 8,5 miliardi di euro (perlomeno 10 secondo la rete No Ponte), che fa gola da più di trent’anni alle più efferate cosche criminali nazionali ed internazionali Continua a leggere

Roma, lo chef in pensione che sfama i clochard

Dino è lo chef ottantaduenne che sfama i clochard della Tuscolana e di altre stazioni romane

da http://www.iltempo.it/
di Erica Dellapasqua

Comincia tutto con un semplice caffè. In una domenica mattina come tante. Dino è in pensione, passeggiava per "passare il tempo" quando ha incrociato il clochard che avrebbe rivoluzionato l’ordine delle priorità nella sua vita e quella di altri cento disperati. «Mi dai qualcosa per la colazione?», si è sentito chiedere dallo sconosciuto. Gli ha messo tra le mani un euro. Portafoglio meno pesante, cuore più leggero, ha pensato.

Dino Impagliazzo, 82enne, pensionato Inps, la domenica successiva si è presentato alla stazione Tuscolana con venti panini formaggio e prosciutto: «Non so bene spiegare il perché, ma quel caffè mi ha fatto scoccare la scintilla». Sua moglie Fernanda, che lo conosce bene, quando l’ha visto bussare alle porte dei vicini di casa per chiedere se in frigo fosse rimasto qualcosa per "quei ragazzi della stazione", sapeva che quello sarebbe stato solo l’inizio: ha indossato il grembiule e cucinato del ragù. Oggi, trascorsi ben sei anni da quella "benedetta domenica", non andrebbe più bene, perché "molti della compagnia", come la chiamano loro, la carne non possono mangiarla.

La "compagnia" sono un esercito di trecento "invisibili", che ormai per mangiare contano su Dino e sui suoi amici. Miracolo nel IX Municipio? «Nessun miracolo - sorride a se stesso Dino - Ha presente il gioco del domino? Ho iniziato a far del bene, con me mia moglie, i vicini di casa e gli amici, ed abbiamo così scoperto di essere in tanti». Dino in pensione non riposa. Il calendario che si è imposto è serrato. Ogni sabato e domenica sera ha appuntamento alla stazione Tuscolana. Lunedì e martedì alla stazione Ostiense. Per cucinare si usa casa Impagliazzo. Ci abitano in due, ma il ripostiglio del soggiorno svela il "trucco". Pentoloni e mestoli in formato gigante, da sfamarci un esercito appunto. Quando il sugo è pronto e la pasta (venticinque chili) cotta, di corsa in auto fino alla stazione. Vicino ai binari poi ci si organizza come si può, piatti e stoviglie di plastica e mille grazie. I senzatetto, clochard, stranieri e romani, sanno che Dino li sta aiutando solo perché ha un cuore grande, non perché potrebbe permetterselo: «Non mi hanno mai mancato di rispetto e sono sempre stati leali.

Credo mi conoscano anche in Afghanistan, un giorno un gruppo appena arrivato ha chiesto di me, dicevano che avrei potuto aiutarli per i primi tempi». Il fatto che i commensali apprezzino, lo dimostra il passaparola: «Quando ho iniziato distribuendo loro i panini - confessa Dino - non mi sarei mai potuto aspettare una cosa simile». Di certo quello che sta succedendo a Dino non è più grande di lui, perché in questi anni, insieme ai senzatetto, ha trovato l’aiuto di tantizzimi scoprendo che c’è molta voglia di solidarietà tra le strade della Capitale. Non chiacchiere ma concretezza. Ci sono le braccia, delle parrocchie del Tuscolano, dei ragazzi della Misericordia, di tanti volontari, e risorse, come quelle offerte dalle catene di supermercati o le "buste" degli affezionati alla causa: «Un mio ex collega dell’Inps - conclude Dino prima di mettersi ai fornelli - ogni mese, da sei anni, mi dà 100 euro, sa quanto gli costo?».

Per la direttrice di Sud: "Smettila di scrivere o ti rompiamo le mani"

La lettera anonima è stata composta con caratteri ritagliati da un giornale, le è arrivata a casa in una busta con l’indirizzo vergato a mano. Fabiola Manidirettrice di “Sud” , free press di Catania, racconta

di Giorgio Ruta
da Ossigeno (osservatorio sui cronisti minacciati)

Modica - 10 ott 2011 - Per la giovane giornalista non è il primo avvertimento, ma è il più grave. «Alcuni – racconta - mi hanno intimato verbalmente di smetterla con le inchieste. Qualcuno, dopo aver letto cosa avevamo scritto sul suo conto, mi ha detto: non rompere più i coglioni. Le frasi più minacciose le hanno dette persone molto note di cui non voglio fare il nome. Proprio quelle persone dalle quali non te lo aspetteresti».

Sud è un quindicinale. E’ stampato in 20 mila copie e distribuito gratis in tutta la provincia di Catania. E’ caratterizzato da titoli forti, da colori accesi, pezzi brevi e molte foto: C’è anche il sito web del giornale , aggiornato con frequenza. Offre molte video-inchieste. La redazione e formata da quindici giornalisti molto giovani.

«I giovani sono i meno corrotti dal sistema di potere» spiega Fabiola. Dirigere Sud, dice, è un lavoraccio, un lavoro duro. “Mi arrivano tantissime diffide. Vorrei proprio avere un’assicurazione per affrontare le querele per diffamazione. Si può dire che ogni giorno arriva l’intima-zione dell’avvocato di turno».

Ma chi ha scritto quella brutta lettera anonima, recapitatale a fine settembre? In redazione nessuno riesce a formulare un’ipotesi. Le inchieste che il quindicinale ha pubblicato nell’edizione cartacea o nel sito sono tante, e riguardano vari settori ed argomenti. «Come ho detto ai Carabinieri, non posso dire che sospetto qualcuno in particolare. Mi occupo di tante cose: cronaca giudiziaria, cronaca nera, mafia, politica... Scriviamo molto di politica, e forse –dice la giornalista ridendoci sopra - se ci occupassimo più di mafia e meno di politica rischieremmo meno».

A Sud comunque il lavoro continua. I ragazzi-giornalisti si sono stretti intorno al direttore e cercano di riderci sopra per scaramanzia. «Non ti preoccupare, se ti tagliano le mani, scriveremo noi al posto tuo», le ha detto scherzosamente un redattore. E lei commenta: «I ragazzi mi hanno fatto sentire tutta la loro vicinanza e hanno continuato a lavorare come prima. Gli editori hanno fatto sapere che non si tirano indietro di fronte alle minacce, ma non nascondono la preoccupazione. «Avvertiamo il bisogno – afferma il presidente della Editori Indipendenti Pierluigi Di Rosa, -di richiamare l’attenzione delle autorità sul clima di intimidazione che abbiamo denunciato già da tempo e che,

evidentemente, mira ad impedire che in questa città cresca una voce di informazione autenticamente libera». Sotto la direzione della Foti da maggio di quest’anno, Sud ha fatto
alcune clamorose inchieste. L’ultima in ordine di tempo ha riguardato le condizioni di degrado dell’ospedale di Taormina. Molti articoli hanno presentato in termini critici i comportamenti di personaggi politici di primo piano.

Il giornale è ancora agli esordi, ma vanta già una storia travagliata. Fu fondato un anno fa. Direttore era un altro giovane giornalista, Antonio Condorelli, che adesso scrive per Esse e il Fatto Quotidiano. Il giornale fece subito clamore. Mise a segno uno scoop dietro l’altro. Uno dei più clamorosi fu quello su un certificato medico del governatore siciliano Raffaele Lombardo considerato falso. Ma Condorelli e gli editori non si intendevano. Dopo qualche mese il clima divenne teso e il giornalista catanese lasciò la direzione sbattendo la porta, portandosi dietro buona parte della redazione. Fu sostituito da Marco Benanti, che restò poco, e poi da Fabiola Foti.

19 ottobre 2011

Indignados italiani, ripartire dal 15 ottobre

Mentre nel calderone mediatico, riguardo la manifestazione romana del 15 ottobre ci si mette dentro di tutto, persino un improbabile Black Block vestito da kamikaze islamico, urge un'analisi attenta e ferma su ciò che è accaduto

di Cesare Piccitto

Precisiamo che la manifestazione del 15 ottobre non è paragonabile a nessun altra manifestazione, visto il particolare momento storico italiano in cui ci troviamo. Nel recente passato mai una manifestazione di piazza è stata stroncata sul nascere dalle violenze dei Black Bloc come in questa occasione.

Quella degli Indignados italiani è stata una grande mobilitazione bloccata, resa impossibile nello svolgimento dalle violenze di una minoranza, circa un migliaio, di violenti definiti dai media nei modi più disparati e coloriti. Unanime è l'accettazione di questa analisi da parte degli indignados, del Viminale e delle forze dell’ordine. Anche questa intesa è senza precedenti. Nonostante le violenze, questo nuovo movimento è riuscito a mobilitare una enorme manifestazione preceduta da un forte e radicato movimento di opinione. Non è il momento, dunque, di raccogliere i cocci e piangersi addosso anzi è il momento di prendere posizioni forti e inequivocabili.

Il movimento dovrebbe richiedere le immediate dimissioni del ministro degli interni Roberto Maroni? Il suo dicastero non è stato in grado di garantire quel minimo di ordine pubblico necessario per lo svolgimento di un diritto costituzionalmente sancito: manifestare pacificamente. La stragrande maggioranza dei manifestanti è stata costretta a fuggire, a nascosta nei bar senza riuscire a raggiungere Piazza San Giovanni, proprio a causa degli scontri.

Già nei giorni precedenti vi è stata una grande mobilitazione di forze dell’ordine ma evidentemente sono state gestite in maniera superficiale da non garantire l’adeguata sicurezza. Dalle notizie di stampa sembrano innumerevoli i rapporti dei servizi che segnalavano da tempo le infiltrazione, all’interno della mobilitazione, di violenti incappucciati e ben armati. E' mancata, dunque, la prevenzione necessaria affinché una manifestazione possa aver luogo.

Urge una netta condanna della violenza di piazza. Qualcuno lo ha già fatto nelle ore subito dopo la fine del corteo, chi, timidamente, alza la voce in rete. Serve una presa di posizione più forte che eviti le inutili e facili dietrologie che da sempre albergano in una piccola parte del movimentismo italiano. Giustificazioni del tipo “compagni che sbagliano” oppure “sono solo poliziotti infiltrati”, sono solo di comodo sganciandosi dalla realtà dei fatti.

Sarebbe corretto richiedere e organizzare altre manifestazioni con un più adeguato servizio d’ordine che per il futuro non permettere agli “spaccatutto” di fermare ed eliminare a livello mediatico una mobilitazione ben riuscita. Come dire più servizio d’ordine meno Bonghi.

A molti indignados è stato impedito di manifestare pacificamente e gioiosamente come avrebbe voluto. Sono doppiamente indignati perché avevano deciso di scendere in piazza per costruire non per distruggere. Nella manifestazione del 15 si è resa visibile quella generazione a cui sottraggono ogni giorno pezzi di futuro, è scesa in piazza con l’intento di immaginare insieme alle ragazze e ai ragazzi di tutta Europa una via d'uscita alla crisi che annienta le nostra energie migliori.

Gruppi di violenti hanno distrutto in un solo colpo Roma e i suoi giovani, ormai allibiti e amareggiati nell'assistere, impotenti, alla deriva di guerriglia urbana. Dedico agli “spaccatutto” l’intervento di Pasolini anche se dubito che tali violenti possano capire. Mi riferisco alle parole che utilizzò sulla rivolta di Valle Giulia, quella famosa poesia in cui affermò di schierarsi dalla parte dei celerini. Correva l’anno 1968:

«Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi quelli delle televisioni
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio delle università)
il culo. Io no, amici.
Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo)
ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di essere stati bambini e ragazzi
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera, la salvia rossa (in terreni altrui, lottizzati);
i bassi sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, etc. etc. »
«A Valle Giulia, ieri
si è così avuto un frammento
di lotta di classe: e voi amici
(benché dalla parte della ragione)
eravate i ricchi.
Mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri.
Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi
ai poliziotti si danno i fiori, amici»

7 ottobre 2011

Daniele Biacchessi: la Russia dei giornalisti morti ammazzati

In ricordo di Anna e degli altri giornalisti uccisi in Russia

Catania: Appello di Libera al CSM

In occasione dell'ultima nomina era stato rivolto un analogo appello, rimasto, purtroppo, inascoltato e vicende successive ci hanno dato ragione: Catania ha vissuto e vive un'ennesima stagione di veleni

Comunicato stampa

Il coordinamento provinciale catanese di Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, ha inviato al Consiglio superiore della magistratura un appello in cui si chiede che per la nomina del Procuratore della Repubblica sia scelto un candidato estraneo alla città.

E’ noto che la decisione del CSM è ormai prossima e che la rosa dei candidati è ristretta a tre nomi: quello del dott. Giuseppe Gennaro, Sostituto Procuratore presso la Procura di Catania, quello del dott. Giovanni Tinebra, Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Catania, e quello del dott. Giovanni Salvi, Sostituto Procuratore generale presso la Corte di Cassazione.

APPELLO AL CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA

Infiltrazioni mafiose nell’economia, corruzione diffusa, alto tasso di illegalità: di fronte a questa realtà la Procura di Catania appare, anche dopo il pensionamento del Procuratore D'Agata, divisa e lacerata da conflitti interni.

Il Coordinamento provinciale catanese di Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, rivolge un appello al CSM: senza voler esprimere alcuna valutazione sulla professionalità dei catanesi concorrenti per la nomina del Procuratore della Repubblica, chiediamo che, stavolta, sia scelto un candidato estraneo alla città.

In occasione dell'ultima nomina era stato rivolto un analogo appello, rimasto, purtroppo, inascoltato e vicende successive ci hanno dato ragione: Catania ha vissuto e vive un'ennesima stagione di veleni.

La Procura è il cuore pulsante dell'amministrazione della Giustizia, solo un capo libero da legami con la città e lontano dalle storie che hanno infangato la magistratura catanese potrà ridare l'autorevolezza indispensabile all'imparziale esercizio dell'azione penale cui Catania ha diritto.
Il Coordinamento provinciale di Libera- Catania

Giulio Andreotti si racconta ad Enzo Biagi, intervista del 1980

Indagato Melchiorre Fidelbo marito della senatrice Anna Finocchiaro

L'inchiesta riguarda la procedura che aveva portato all'affidamento, senza gara, dell'appalto per l'informatizzazione del Pta di Giarre alla Solsamb srl società guidata da Melchiorre Fidelbo marito della presidente dei senatori del Partito democratico Anna Finocchiaro

di Iena giudiziaria
da http://www.ienesiciliane.it/

Il procuratore capo della Repubblica di Catania facente funzioni, Michelangelo Patanè, continua a lavorare sodo, con dedizione e senso di responsabilità. Per lui parlano i fatti e le importanti indagini che ha portato a compimento negli ultimi mesi. Proprio oggi rimbalza la notizia degli avvisi di chiusura delle indagini preliminari, firmati per l'appunto dal procuratore Michelangelo Patanè e dal sostituto Alessandro La Rosa, notificati a Melchiorre Fidelbo, all'ex direttore amministrativo dell'Azienda sanitaria provinciale di Catania, Giuseppe Calaciura, al direttore amministrativo dell'Asp, Giovanni Puglisi, e alla responsabile del procedimento, Elisabetta Caponetto.

L'inchiesta riguarda la procedura amministrativa che aveva portato all'affidamento, senza gara, dell'appalto per l'informatizzazione del Presidio territoriale di assistenza (Pta) di Giarre assegnato alla Solsamb srl, società guidata da Melchiorre Fidelbo, marito della presidente dei senatori del Partito democratico Anna Finocchiaro.

L'ipotesi di reato per cui si procede sarebbe l'abuso d'ufficio. Al centro delle indagini vi sarebbe la delibera n. 1719 del 30 luglio del 20101 che autorizzava l'Asp di Catania a stipulare un convenzione con la Solsamb per il Pta di Giarre che, secondo l'accusa, sarebbe stata redatta "senza previo espletamento di una procedura ad evidenza pubblica e comunque in violazione del divieto di affidare incarichi di consulenza esterna", come prevede la normativa regionale.

Secondo la Procura, l'atto "avrebbe procurato un ingiusto vantaggio patrimoniale alle Solsamb, consistito nell'affidamento diretto alla società di una prima anticipazione di 175mila euro", somma "proveniente dalla quota del co-finanziamento Stato-Regione" previsto dalla Finanziaria dell'anno 2007. Per la Pubblica accusa Melchiorre Fidelbo, amministratore unico della Solsamb, avrebbe concorso "in qualità di determinatore o comunque di istigatore della condotta del Calaciura, del Puglisi e della Caponetto, predisponendo l'atto di convenzione allegato alla delibera e proponendo la stipula all'Asp di Catania".

19 settembre 2011

Sodano vince contro D’Alì

Mafia: il prefetto Sodano vince contro chi lo mandò via da Trapani. Il Tribunale respinge la richiesta di risarcimento danni avanzata dal senatore D’Alì

di Rino Giacalone
da http://www.narcomafie.it/

Nell’ottobre del 2005, il 5 ottobre per l’esattezza, Anno Zero di Michele Santoro mandò in onda un reportage firmato da Stefano Maria Bianchi su Trapani a poche settimane dalla conclusione degli atti preliminari della Coppa America. Qualcuno scrisse su un giornale locale che Trapani avrebbe fatto bene a cambiare canale perché non c’era nulla di vero e di buono in quel reportage, a scrivere così era un sacerdote, don Ninni Treppiedi, oggi finito in mezzo a mille guai col Vaticano quanto con la Giustizia a sentire alcune indiscrezioni. In quel reportage sotto accusa era finito l’allora sottosegretario all’Interno senatore D’Alì, assieme all’odierno sindaco di Trapani, Girolamo Fazio, e lo scandalo sfiorava anche il prefetto dell’epoca Giovanni Finazzo. Si parlava in quel reportage di appalti combinati, della mafia che aveva messo le mani sui lavori di allestimento per rendere il porto perfetto ad accogliere le barche a vela della Coppa America, c’era anche l’immagine malata dell’ex prefetto di Trapani Fulvio Sodano che a gesti raccontò al giornalista Stefano Maria Bianchi che lui nel 2003 da Trapani era stato mandato via nel giro di 24 ore, un giorno prima dal Viminale gli era stato assicurato che non era nella lista dei movimenti dei prefetti, l’indomani si ritrovò “sbattuto” ad Agrigento, per volere, disse del senatore Tonino D’Alì, oggi presidente della commissione Ambiente del Senato e indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Agli atti di questa indagine c’è anche il trasferimento da Trapani di Sodano col quale era entrato in contrasto a proposito della gestione dei beni confiscati alla mafia.

Trapani non cambiò canale quel giorno ma non ha mai premiato il prefetto Sodano rimasto in attesa di avere consegnata la cittadinanza onoraria della città deliberata nel dicembre 2005 dal Consiglio comunale all’indomani di una operazione antimafia della Polizia che dimostrò come Sodano da prefetto aveva respinto l’attacco diretto che i mafiosi insospettabili avevano portato fin dentro il suo ufficio quando volevano convincerlo a vendere la Calcestruzzi Ericina una azienda confiscata a Cosa Nostra trapanese e la cui presenza sul mercato, con la gestione dello Stato, faceva concorrenza alle imprese rimaste sotto il controllo degli imprenditori mafiosi. Il prefetto Sodano per quella intervista è stato citato in giudizio civile dal senatore D’Alì davanti al Tribunale di Roma, assieme alla Rai e ai giornalisti Michele Santoro e Stefano Maria Bianchi. Il Tribunale Civile ha respinto la richiesta di risarcimento dei danni, il senatore D’Alì non l’ha spuntata contro Sodano. Il prefetto Sodano difeso dall’avv. Giuseppe Gandolfo oggi ha ricevuto giusta ragione: “è un risultato importante per il prefetto – dice l’avv. Gandolfo – ma per tutti quelli che hanno sempre creduto nel lavoro onesto e coraggioso di Sodano, non meno rilevante è la circostanza che il fatto è incluso tra gli episodi contestati dalla Procura di Palermo al senatore D’Al’, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa”. Agli atti di questa indagine ci sono cinque pagine fitte fitte, il verbale di un interrogatorio su carta intestata della Procura della Repubblica di Trapani. In fondo, alla fine di quel verbale che reca la data del 22 luglio 2004, le firme di un magistrato, il pm Andrea Tarondo e quella del prefetto, Fulvio Sodano. Dentro c’è scritto il racconto di una storia, di un compito che è stato impedito di assolvere in pieno, fino in fondo, ossia la gestione e l’utilizzo dei beni confiscati, cosa che in provincia di Trapani forse non doveva andare come è andata, e dove alla fine quando era impossibile tornare indietro, qualcuno doveva pagare.

Fulvio Sodano fu “cacciato” via da Trapani nell’estate del 2003 dall’allora Governo Berlusconi, ministro dell’Interno Beppe Pisanu oggi presidente della commissione nazionale antimafia. La commissione che ha pure tentato nella passata legislatura e in quella prima ancora di affrontare la questione, ma non trovò unanimi visioni. “Signor prefetto ma lei sta favorendo troppo la Calcestruzzi Ericina”. Quella non era una impresa qualsiasi, era una ditta confiscata alla mafia, che era diventata patrimonio dello Stato. Favorire perciò la Calcestruzzi Ericina significava appoggiare lo Stato. E quella era la cosa che stava facendo a Trapani il prefetto Fulvio Sodano, massima espressione dello Stato non poteva fare altro. Chi gli si rivolse a lui dandogli del “favoreggiatore”, secondo il racconto di Fulvio Sodano al magistrato che andò a sentirlo, fu l’allora sottosegretario all’Interno senatore Antonio D’Alì.

Non è una storia nuova quella che si sta scrivendo. La faccenda è conosciuta. Un paio di processi sono stati celebrati, le sentenze hanno accertato una serie di cose accadute a Trapani tra il 2001 e il 2005. A 20 anni è stato condannato il capo mafia di Trapani “don” Ciccio Pace, 8 anni di carcere ha avuto inflitti il suo braccio destro l’imprenditore Vincenzo Mannina. Pace era quello che voleva togliere di mezzo la Calcestruzzi Ericina in un periodo in cui a Trapani stavano arrivando milioni di euro di finanziamenti per fare bello e moderno il porto e gli imprenditori mafiosi si vantavano di potere controllare quelle opere pubbliche in corso di appalto perché possedevano bandi e capitolati di gara ancora prima che venissero pubblicati. Non c’era bisogno sotto la “regia” di “don” Ciccio Pace che gli appalti venissero pilotati tutti, le imprese che se li aggiudicavano sapevano che prima di cominciare i lavori dovevano andare a bussare a certe porte, e che i materiali per i cantieri, gli inerti, sabbia e pietrisco, il ferro, il cemento solo da certe imprese doveva essere comprato. “Don” Ciccio Pace aveva la sua impresa, la Sicilcalcestruzzi, le quote le aveva comprate, ufficializzando così la sua presenza che esisteva già da anni sottobanco, con i soldi ottenuti per un risarcimento per ingiusta detenzione. Per vendere gli inerti c’era l’impresa di Vincenzo Mannina, per gli asfalti quella di un altro imprenditore che faceva parte della cupola, Tommaso Coppola. Il ferro lo vendeva in esclusiva Nino Birrittella, l’uomo che dopo l’arresto ha deciso di uscire da Cosa Nostra raccontando ogni segreto di quella cupola fatta di imprenditori: non ha accettato alcun programma di protezione, ha chiesto di rimettersi sulla corretta via rimettendosi a lavorare, pronto a saldare i suoi conti con la giustizia quando arriverà questo momento. Una storia del tutto diversa da quella per esempio seguita da Tommaso Coppola che, come di recente ha svelato l’operazione antimafia “Cosa Nostra resorts”, dal carcere ha cercato di continuare a gestire in modo truffaldino le sue imprese, ha cercato di continuare a colloquiare con i politici, a parlare attraverso intermediari col prefetto Giovanni Finazzo successore di Sodano a Trapani, perché le commesse alle sue aziende non venissero fermate.

Ma torniamo agli appalti e al cemento. Dopo la confisca la Calcestruzzi Ericina, era il 2000 cominciò a registrare un calo nelle commesse. Magicamente gli imprenditori che costruivano palazzi e realizzavano opere pubbliche non andavano più in quell’impianto a comprare cemento. Nessuno è mai venuto a dire che ci fu un ordine, un passaparola, ma è quello che avvenne senza suscitare tanto scandalo. Ecco il racconto al magistrato da parte del prefetto Fulvio Sodano comincia proprio da questo punto.

“Non appena assunte le funzioni di prefetto di Trapani mi resi conto che la situazione dell’amministrazione dei beni confiscati alla mafia era estremamente grave, nel senso che erano numerosissimi i beni confiscati ma mai assegnati e che molti di tali beni erano ancora nella materiale disponibilità dei soggetti mafiosi cui erano stati confiscati. Immediatamente mi attivai per promuovere incontri con tutti gli enti interessati per tentare di fare attivare le procedure burocratiche di assegnazione incontrando difficoltà ed inerzie, per asserita mancanza di personale”.

Il prefetto Sodano a quel punto cominciò ad incontrare gli amministratori dei beni confiscati. Fu quello il momento in cui ebbe a conoscere gli amministratori della Calcestruzzi Ericina, il dott. Luigi Miserendino e l’avv. Carmelo Castelli: “Mi rappresentarono l’immobilismo del Demanio rispetto alle loro richieste e mi dissero che nonostante l’ottima qualità di calcestruzzo prodotto, venduto ad un prezzo più basso degli altri concorrenti, incontravano fortissime difficoltà di mercato e il fatturato ogni giorno scendeva sempre di più. Mi dissero che l’azienda rischiava di chiudere”. Il prefetto Sodano comprese subito le conseguenze: “Decisi che un bene acquisito dallo Stato che aveva sia un forte valore simbolico sul territorio sia una incidenza importante in un settore strategico per la mafia quale quello del calcestruzzo, doveva essere salvato e diventare l’emblema della rivincita dello Stato sull’antistato”.

La prima persona con la quale il prefetto Sodano affrontò l’argomento fu con l’allora presidente dell’Associazione degli Industriali Marzio Bresciani: “Gli dissi che non capivo come mai a fronte di un prezzo e qualità migliori i suoi associati preferissero rifornirsi altrove, lasciai intendere che paventavo una possibile interferenza mafiosa. Quindi lo pregai anche in considerazione dell’economicità e della qualità del prodotto, di farsi portavoce presso i suoi associati, magari quelli che più gli erano vicini, di valutare la possibilità di rifornirsi anche presso la Calcestruzzi Ericina……Dopo alcuni giorni saputo che presso il porto erano in corso consistenti lavori contattati con le stesse motivazioni addotte nel colloquio con Bresciani il comandante del Porto Agate perché si facesse presente alla ditta appaltatrice la convenienza a comprare cemento dalla Calcestruzzi Ericina….Tempo dopo seppi che gli interventi avevano sortito un certo effetto gli amministratori della Calcestruzzi Ericina mi dissero che si era allontanato il rischio della chiusura”.

Il prefetto Fulvio Sodano però ancora non sa che quei suoi interventi avevano cominciato a sortire fastidio dentro Cosa Nostra trapanese, lui era diventato “tinto” e don Ciccio Pace cominciava a dire che quel prefetto doveva andare via. Nel giugno del 2002 l’editore di una emittente locale, Giuseppe Bologna, manager di Tele Scirocco, incontrandolo gli disse che giravano certe voci sul suo conto circa un possibile trasferimento: “Confidenzialmente mi disse di avere saputo che i principali referenti di Forza Italia nella provincia di Trapani avevano chiesto nel corso di un incontro l’allontanamento da Trapani del prefetto, del procuratore e del dirigente della squadra Mobile. Alla cosa non diedi peso”.

Il prefetto Sodano continuò la sua attività sui beni confiscati e a favore della Calcestruzzi Ericina. Nelle riunioni ufficiali però cominciarono ad emergere faccende strane: “Fu quando discutemmo con Comune di Favignana e Soprintendenza delle sorti dell’impianto di calcestruzzo che l’Ericina possedeva a Favignana. Quello era l’unico impianto. Mi colpì l’affermazione del rappresentante comunale che mi disse che una volta terminati i lavori di costruzione di una galleria non c’era più necessità di avere un impianto sull’isola”. Come se a Favignana nessuno avrebbe più costruito e usato cemento che a quel punto se l’impianto avesse chiuso doveva arrivare da Trapani con gli inevitabili costi maggiorati per il trasporto.

Il prefetto avvertì che c’era qualcosa di strano che si muoveva attorno alla Calcestruzzi Ericina. A porre ostacoli non erano malavitosi, mafiosi, imprenditori poco raccomandabili, si fanno avanti le istituzioni. Gli uomini potenti della politica: “Durante una manifestazione ufficiale in prefettura fui avvicinato dal senatore D’Alì Antonio, sottosegretario all’Interno, il quale mi chiese spiegazioni in ordine al mio comportamento relativamente al “favoreggiamento” operato nei confronti della Calcestruzzi Ericina che in base a notizie che aveva avuto da altri avrebbe alterato il libero mercato del calcestruzzo, determinando una sleale concorrenza alle altre aziende del comparto. Gli spiegai quali fossero le motivazioni del mio comportamento e anzi mi meravigliai di quelle doglianze perché in realtà il mio atteggiamento tendeva esclusivamente a contrapporre una azione forte dello Stato ai poteri mafiosi. In sostanza avrei voluto che un bene ormai di proprietà dello Stato potesse sopravvivere in maniera emblematica contro tutti i tentativi della mafia di riappropriarsene o di distruggerlo. Subito dopo il sottosegretario mi disse che se le cose stavano così non aveva altro da dirmi se non che per l’avvenire questi interventi li dovevo fare esclusivamente in prima persona (era successo che per i lavori al porto aveva delegato il suo vicario dott Sciara a colloquiare col comandante Agate ndr)”.

Ai mafiosi a fine 2002 balena l’idea di sollecitare la vendita della Calcestruzzi Ericina. Nel gennaio 2003 il prefetto Sodano racconta di avere ricevuto una visita. “Mi fu chiesto un incontro da parte del presidente di Assindustria Marzio Bresciani e del direttore Francesco Bianco. All’incontro si presentò anche l’imprenditore Vito Mannina. Mi fu consegnata la proposta per la nomina a cavaliere dello stesso Mannina. Durante la riunione incidentalmente fu avanzata la proposta di acquisizione da parte dell’impresa Mannina della Calcestruzzi Ericina con assorbimento da parte dell’impresa Mannina di manodopera e acquisizione dei beni aziendali. Feci presente che in questo interlocutore principale era l’Agenzia del Demanio, uno degli interlocutori, forse Bianco, mi fece presente che loro avevano già sentito il geometra Nasca che aveva già dato il suo assenso. Poiché ero a conoscenza che da alcuni mesi Nasca era stato sollevato dai suoi incarichi in materia di beni confiscati mi meravigliai con loro per essersi rivolti a tale soggetto, comunque rinviai ogni altra discussione ad altra seduta successiva, Per me portare avanti quella richiesta significava abdicare alle mie iniziali decisioni che andavo perseguendo, incarica il capo di gabinetto di contattare l’associazione degli industriali per dire che della loro proposta non se ne faceva nulla. Con l’Assindustria ebbi comunque un altro incontro, erano stati molto insistenti nel chiederlo, stavolta c’era presente il figlio di Vito Mannina, Vincenzo, fu l’occasione per manifestare di persona tutte le mie perplessità, ma feci presente che siccome la titolarità era del Demanio, potevano rivolgersi a quell’ente, feci loro capire che se fosse stato chiesto il mio parere sarebbe stato negativo”.

La Calcestruzzi Ericina non fu venduta. Gli imprenditori non ci provarono nemmeno a parlare con i funzionari dell’Agenzia del Demanio e con chi aveva tolto l’ex funzionario Nasca da quella poltrona. Il prefetto Sodano nel luglio del 2003 presiede in prefettura la sua ultima riunione da prefetto di Trapani. E’ una riunione che mette le basi perché i beni confiscati mai più restino inutilizzati. Al suo fianco c’è seduto il presidente di Libera Luigi Ciotti. Personalmente a me confidò: “Vado via per questa riunione”.

E’ a conoscenza dei motivi del suo trasferimento da Trapani ad Agrigento? Si trattava di un trasferimento già programmato? E’ questa l’ultima domanda rivolta al prefetto Sodano dal pm Tarondo durante quell’interrogatorio del luglio 2004. Sodano così risponde: “Ho avuto conoscenza del mio trasferimento nel tardo pomeriggio del giorno precedente la seduta del Consiglio dei Ministri. Mi telefonò il capo di gabinetto del ministro facendomi presente che l’indomani sarei stato nominato prefetto di Agrigento. Alle mie rimostranze basate sul mio momento non facile di salute, noto al ministero, e per il quale avevo chiesto di rimanere a Trapani almeno altri sei mesi, ebbe a dirmi che la distanza che rispetto ad Agrigento c’era con Palermo era identica a quella con Trapani, mi invitò a prendere servizio ad Agrigento perché l’amministrazione mi sarebbe stata vicina. Tutto questo avveniva mentre non molto tempo prima aveva avuto garanzia che per un po’ di tempo non sarei stato trasferito. All’epoca di quel mio trasferimento molti altri colleghi che avevano raggiunto le loro sedi in concomitanza con la mia assegnazione a Trapani erano ancora in quelle stessi sedi”.

Una sentenza quella che ha condannato “don” Ciccio Pace a 20 anni di carcere scrive che l’azione dei mafiosi fu rivolta contro un uomo valoroso e coraggioso, il prefetto Fulvio Sodano. Condannato a sette anni è stato anche l’ex funzionario del Demanio, Francesco Nasca. Adesso a favore del prefetto Sodano questo pronunciamento del Tribunale Civile. Che fa salvo anche il lavoro giornalistico di Stefano Maria Bianchi che fu oggetto di una dura contestazione in Consiglio provinciale quando presidente della Provincia era proprio il senatore d’Alì ed il prefetto Finazzo andava dicendo pubblicamente che lui non contestava i giornalisti venuti da Roma ma quelli che a Trapani erano stati le loro fonti. Anni dopo si dimostrò che quelle fonti avevano visto giusto, dietro gli appalti del porto e della Coppa America, sotto il controllo di Protezione civile, prefettura e Comune di Trapani, ad operare c’era una “cricca” del malaffare.

15 settembre 2011

Ignazio La Russa, l’amico degli americani

Lui è Ignazio La Russa, ministro della difesa dell’ultimo governo Berlusconi, leader politico cresciuto nelle organizzazioni di estrema destra. A farne un’icona del filo-americanismo in salsa tricolore sono invece i più alti funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti in Italia nei cablogrammi inviati a Washington, da qualche giorno on line sul sito di Wikileaks


da http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/
di Antonio Mazzeo

Un ministro da adulare, vezzeggiare, sostenere, consigliare, orientare. Una “rarità” di politico con un cuore tutto per Washington e gli interessi a stelle e strisce in Europa e nel mondo. Sacerdote del pensiero atlantico e strenuo paladino delle crociate contro il terrorismo in Africa e Medio oriente. Il più fedele dei Signorsì per piegare le ultime resistenze all’occupazione del territorio da parte di ecomostri e dispositivi di morte. Lui è Ignazio La Russa, ministro della difesa dell’ultimo governo Berlusconi, leader politico cresciuto nelle organizzazioni di estrema destra. A farne un’icona del filo-americanismo in salsa tricolore sono invece i più alti funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti in Italia nei cablogrammi inviati a Washington, da qualche giorno on line sul sito di Wikileaks.

Roma, 5 ottobre 2009. Fervono i preparativi per il viaggio del ministro La Russa negli States dove incontrerà il segretario della difesa Robert Gates. Il vertice è fissato per il 13 ottobre e l’ambasciata di via Veneto emette il cablo top secret, classificato 09ROME1132. Destinatario proprio mister Gates.“Il tuo incontro con Ignazio La Russa giunge in un momento cruciale, con l’Italia che ritiene possibili i tagli al budget destinato alle missioni militari all’estero”. L’establishment USA è preoccupato per i riflessi che ciò potrebbe avere sulla missione NATO-ISAF in Afghanistan, ma per fortuna a dirigere il ministero della difesa del paese partner c’è “un buon amico degli Stati Uniti, forte sostenitore dei comuni interessi per la sicurezza transatlantica”.

“La Russa – continua il cablo - a differenza di suoi molti colleghi di governo, è stato un rumoroso sostenitore di un forte sistema difensivo e di robuste operazioni all’estero, sin da quando il governo Berlusconi è giunto al potere nel maggio 2008. Sebbene non appartenga allo stretto circolo di Berlusconi, egli è un importante politico alla sua destra – la seconda figura più potente del partito di Alleanza Nazionale che recentemente si è incorporato nel Popolo della Liberta (PdL). Di professione avvocato, La Russa è un accorto stratega politico, il cui aspetto e comportamenti piuttosto bruschi nascondono un’intelligenza acuta e piena padronanza per i dettagli. Sebbene sia spesso accusato di essere più attento ai partiti politici che alle leadership militari, La Russa è uno strenuo difensore dell’aumento delle spese militari e di maggiori protezioni per le truppe italiane impegnate sul campo, ed è popolare tra le forze armate. Egli tiene tantissimo alla sua personale relazione con te e lo ha dimostrato nei passati meeting, negli incontri interministeriali e nelle dichiarazioni alla stampa”.

“La Russa, una rarità in Europa, è un grande sostenitore della missione NATO in Afghanistan e non teme di esporre pubblicamente la necessità di continuare l’impegno dell’Italia in questo paese. Grazie in buona parte alla sua ferma difesa pubblica, la missione ISAF rimane una priorità italiana di massimo livello. L’obiettivo principale della sua venuta a Washington è di ascoltare da te la posizione assunta dagli Stati Uniti sul futuro della missione in Afghanistan alla luce del report di McChrystal. Il vostro incontro gli darà l’orientamento e gli argomenti per continuare a sostenere efficacemente la causa in Parlamento, sulla stampa, e all’interno del governo. Subito dopo, dovrà ottenere il consenso in consiglio dei ministri per un nuovo decreto che finanzi l’attività all’estero di 9.000 militari italiani, 3.100 dei quali da destinare alla missione ISAF, 2.300 a UNIFIL e 1.900 a KFOR. Per ottenerlo, dovrà respingere le richieste del ministero delle finanze di maggiori tagli al bilancio della difesa e trattare con un partner minore della coalizione del presidente Berlusconi, Umberto Bossi, leader della Lega Nord, che ha espresso scetticismo sulla missione afgana a seguito dell’attentato del 17 settembre a Kabul in cui sono stati uccisi sei soldati italiani. La Russa vorrà essere rassicurato da te sul fatto che gli Stati Uniti hanno implementato una chiara strategia sulla scia delle valutazioni fatte da McChrystal, dato che dovrà sostenere l’aumento del numero dei militari italiani e delle risorse, come richiesto dalla NATO”.
Secondo i diplomatici statunitensi, il ministro potrebbe pure avere un ruolo importante per impedire il ritiro o il drastico ridimensionamento del contingente italiano schierato in Libano nell’ambito della missione UNIFIL. “La Russa – scrivono - come molti nel centro-destra italiano, tende a considerare UNIFIL come una missione “soft” ereditata dal governo Prodi di centro-sinistra, ma un tuo segnale che gli Stati Uniti non vogliono la riduzione della missione e preferirebbero che l’Italia mantenesse l’odierno livello delle truppe – anche se no al costo dell’impegno militare in Afghanistan – lo aiuterebbe a sostenere la causa in consiglio dei ministri. Con sufficienti volere politico e risorse finanziarie, l’Italia può continuare a mantenere in vita entrambe le missioni con la forza di oggi o meglio”.

La Russa viene inoltre ritenuto l’uomo chiave per conseguire gli obiettivi di potenziamento qualitativo e numerico delle installazioni militari USA presenti sul territorio italiano. “L’Italia è il nostro più importante alleato in Europa per proiettare la potenza militare nel Mediterraneo, in Nord Africa e in Medio oriente. I cinque maggiori complessi militari (Napoli, Sigonella, Camp Darby, Vicenza e Aviano) ospitano approssimativamente 13.000 tra militari statunitensi e personale civile del Dipartimento della difesa, 16.000 familiari e 4.000 impiegati italiani. Miglioramenti o cambiamenti di queste infrastrutture potrebbero generare controversie con i politici locali e noi contiamo sul sostegno politico ai più alti livelli, così com’è stato in passato”. “L’approvazione e il sostegno del governo italiano al progetto di espansione dell’aeroporto Dal Molin di Vicenza per consentire il consolidamento del 173rd Airborne Brigade Combat Team è un esempio positivo di questo tipo di collaborazione” prosegue il cablo. “A breve termine, possiamo richiedere l’aiuto di La Russa su una serie di problemi relativi alle basi militari, ad esempio per la nostra richiesta di riconoscimento formale, da parte del governo italiano, del sito di supporto US Navy a Gricignano (Napoli) quale base militare nell’ambito del NATO SOFA del 1951 (l’accordo sullo status delle forze militari straniere ospitate in un paese in ambito alleato) e del Bilateral Infrastructure Agreement del 1954, e per l’approvazione della costruzione del nuovo sistema di comunicazione globale satellitare Mobile User Objective System (MUOS) della marina militare USA all’interno del Navy Radio Transmitter Facility di Niscemi, in Sicilia. In passato La Russa ha fatto, su nostra richiesta, utili dichiarazioni pubbliche sulla questione MUOS. Un tuo segnale di apprezzamento per il suo sostegno su questo punto aiuterebbe a focalizzare la sua attenzione sulle arcane questioni tecniche e legali che ruotano attorno alla nostra presenza miliare in Italia”.
Il 22 gennaio 2010 è l’ambasciatore David H. Thorne a tessere in prima persona le lodi del ministro italiano in un secondo cablogramma inviato direttamente al segretario Gates in procinto di raggiungere l’Italia a febbraio.

“Mi sono incontrato con La Russa il 19 gennaio, poco prima che egli inviasse la portaerei Cavour ad Haiti con un carico di aiuti umanitari ed elicotteri per il loro trasporto. Il suo approccio sulla crisi di Haiti è tipica del suo stile: è un leader orientato all’azione che fa le cose con poco rumore o ostentazione”. “La Russa – aggiunge il diplomatico - è felice che tu abbia accettato il suo invito e sta lavorando alacremente per assicurare che il vostro meeting a Roma dia visibilità nel migliore dei modi la relazione bilaterale Italia-Stati Uniti nel campo della difesa che lui sta cercando di rafforzare ed espandere in tutti i modi. La Russa, con l’attivo supporto del ministro degli esteri Frattini, è stato il nostro campione nell’interazione con l’Italia (…) Egli è stato la voce più forte in consiglio dei ministri a favore dei nostri comuni interessi nell’ambito della sicurezza…”.
Thorne rileva che la vista di Gates “dimostrerà pubblicamente che l’Italia è all’interno del più stretto circolo dei nostri partner europei”, “faciliterà l’approvazione parlamentare per l’invio di altri 1.000-1.200 militari in Afghanistan” e “consentirà a La Russa di pronunciarsi su altri obiettivi chiave USA”. “Egli ha risposto immediatamante alla tua telefonata del 25 novembre per uno sforzo concertato in vista di un maggiore impegno delle truppe in Afghanistan. La Russa e il ministro Frattini hanno convinto il premier Berlusconi ad approvare ed annunciare l’aumento di 1.000 militari prima di aver consultato il Parlamento, assicurando in tal modo che l’Italia fosse il primo paese della NATO a farlo”.

Per l’ambasciatore, La Russa non si risparmierà pure nel sostenere le posizioni USA in merito al procedimento giudiziario contro il colonnello dell’aeronautica militare statunitense Joseph Romano, già comandante del 31st Security Forces Squadron di Aviano, implicato nel vergognoso affaire del rapimento CIA-servizi segreti italiani dell’ex imam di Milano, Abu Omar. “La Russa è stato di grande aiuto per persuadere il ministro della Giustizia a sostenere le nostre asserzioni affinché venga applicata la giurisdizione prevista dal NATO SOFA per il caso che vede imputato il colonnello Romano. La Russa, un avvocato di successo ed esperienza, in qualità di ministro della difesa non è un attore chiave nelle questioni giudiziarie e, come il resto del governo, ha pochissima influenza sul potere giudiziario italiano, assai indipendente. Noi abbiamo sollevato ripetutamente la nostra posizione con i leader italiani più importanti e La Russa comprende che la questione continua a essere rilevante per i militari USA. La Russa ti vorrà offrire l’aiuto che può dare, ma potrebbe riconoscere la propria impotenza di fronte ad un ordinamento giudiziario testardo che resta rinchiuso in un amaro e lungo conflitto con il presidente del consiglio Berlusconi per vecchi casi di corruzione”.

A conclusione del lungo cablogramma, Mister Thorne auspica che il viaggio in Italia del segretario Gates possa essere l’occasione per risolvere le due questioni che stanno più a cuore ai comandi USA ospitati in Italia, lo status giuridico della nuova stazione US Navy di Gricignano e il progetto del MUOS di Niscemi. “Sentire che le consideri come due importanti priorità per gli Stati Uniti d’America conferirà a La Russa il potere di fare il meglio per la loro risoluzione”, scrive il diplomatico. “Abbiamo investito più di 500 milioni di dollari per realizzare a Gricignano, che è l’hub di supporto logistico per tutti i comandi US Navy nel Mediterraneo, la sede del principale ospedale navale per la regione europea, due scuole DOD e gli alloggi residenziali per circa 3.000 membri di US Navy e i rispettivi familiari. Nel 2008, durante i negoziati per attualizzare l’accordo sulle installazioni ospitate nell’area di Napoli, lo staff generale del ministero della difesa italiano c’informò che non avremmo più potuto proteggere a lungo il sito con le forze di sicurezza della marina militare USA, poiché sorge su un’area presa in affitto (o meglio, ceduta dal ministero della difesa) e US Navy non ha ottenuto l’autorizzazione specifica che le conferisce lo status d’installazione militare. I legali di US Navy hanno rifiutato le argomentazioni italiane, mostrando la serie di autorizzazioni che gli Stati Uniti hanno ottenuto per il trasferimento della base dall’ex sito di Agnano (che la marina USA ha occupato a partire dal 1950, con tutti i privilegi garantiti dal NATO SOFA), ma i legali dei militari italiani si sono mantenuti fermi nelle loro considerazioni. La loro posizione minaccia non solo la viabilità della base dal punto di vista della sicurezza, ma anche lo status di esenzione fiscale del commissariato, del cambio valute, dell’ospedale e di altre attività al suo interno. Ho chiesto a La Russa di rompere l’empasse con una dichiarazione politica che affermi che Gricignano è un’installazione militare, e lui ha promesso di trovare una soluzione, ma un segnale da parte tua che la sicurezza del nostro personale militare non è negoziabile lo aiuterà a dare massima priorità alla questione…”.

Ancora più “cruciale” l’aiuto che il ministro può fornire per consentire alle forze armate USA d’installare a Niscemi l’antenna del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare MUOS. “Una campagna dell’opposizione politica locale in Sicilia ha impedito che US Navy ottenesse l’approvazione finale a realizzare la quarta e ultima stazione terrestre. Quando entrerà in funzione nel 2012, il MUOS consentirà alle unità militari statunitensi (e NATO) presenti in qualsiasi parte del mondo di comunicare istantaneamente con i comandi generali negli Stati Uniti o altrove. Dato che il progetto è seriamente in ritardo (US Navy deve iniziare la costruzione nel marzo 2010 o prevedere di trasferire il sito altrove nel Mediterraneo), ho chiesto a La Russa di aiutarci a fare un passo in avanti con il presidente regionale siciliano Lombardo, il cui ufficio ha negato le necessarie autorizzazioni. La Russa si è detto disponibile, ma ascoltare da te che il MUOS è una priorità USA lo spronerà a spendere il consistente capitale politico nella sua regione d’origine e assicurare che il progetto vada avanti”.

Considerazioni profetiche. Dopo un’offensiva a tutto campo di La Russa e capi militari, Raffaele Lombardo ha ribaltato il suo “No, senza se e senza ma” in un “Sì subito al MUOS!”. Così, l’11 maggio 2011, l’Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente ha autorizzato i militari USA ad installare il terminal terrestre MUOS all’interno della riserva naturale “Sughereta” di Niscemi. I lavori sono stati avviati immediatamente. L’EcoMUOStro sorgerà nel nome e per grazia di La Russa e dell’“autonomista” Lombardo.

Alla procura di Catania, la verità esce di scena

La soluzione escogitata dal reggente di quella Procura, Michelangelo Patanè, è infatti la peggiore che potesse essere immaginata per chiudere il “caso Lombardo"

da http://antoniocondorelli.wordpress.com/
di Sebastiano Messina (REPUBBLICA Palermo 15.09.2011)

Non tocca a noi giornalisti giudicare gli imputati e tantomeno i magistrati, in un Paese nel quale abbiamo già — ahinoi — un presidente del Consiglio che si incarica di picconare i pubblici ministeri, nella speranza di sottrarsi al principio fondamentale che vuole la legge uguale per tutti. Ma neanche il profondo rispetto che nutriamo per i magistrati può impedirci oggi di dire che quello che sta succedendo nella Procura della Repubblica di Catania dà un aiuto formidabile a chi parla di «uso politico della giustizia».

La soluzione escogitata dal reggente di quella Procura, Michelangelo Patanè, è infatti la peggiore che potesse essere immaginata per chiudere il “caso Lombardo”, ovvero l’inchiesta aperta due anni fa contro il presidente della Regione per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo è per tre motivi: per la procedura adottata, per la tempistica dei provvedimenti e per le ombre che non permettono di definirla né trasparente né inattaccabile.

RIEPILOGHIAMO. Nel marzo 2010 Raffaele Lombardo viene iscritto nel registro degli indagati per un reato di mafia (il concorso esterno, appunto). Lui si dichiara innocente davanti all’Assemblea regionale, ma l’inchiesta va avanti senza che la Procura di Catania gli contesti formalmente alcun reato. Il procuratore D’Agata prende tempo, passa quasi un anno, e lui va in pensione senza che l’inchiesta arrivi alla sua conclusione. Poi, tre mesi fa, il magistrato incaricato di reggere la Procura fino alla nomina del nuovo titolare prende una decisione importante. Boccia la richiesta di rinvio a giudizio di Lombardo (per concorso esterno in associazione mafiosa) firmata dai quattro pm titolari dell’inchiesta e avoca a sé il procedimento, ipotizzando la derubricazione del reato. Per farlo, però, secondo la dottrina prevalente, sarebbe necessaria una decisione del giudice per le indagini preliminari.

Ma il reggente Patanè evita il giudizio del gip, che sarebbe il “giudice terzo” invocato dallo stesso Lombardo. E lo evita anche dopo che il fascicolo sugli altri indagati è stato affidato, con decisione assai discutibile, a un gip che è il marito di Rita Cinquegrana, nominata proprio da Lombardo sovrintendente del Teatro Massimo di Catania. Non gli chiede né il rinvio a giudizio per un altro reato né l’archiviazione per il reato più grave. Lo aggira del tutto e, con una decisione sorprendente, cita direttamente a giudizio Lombardo (e suo fratello) per violazione della legge elettorale. Nessun giudice potrà dunque stabilire se l’accusa precedente era fondata o meno, e nessun magistrato potrà più procedere contro il governatore per quella vicenda, in base al principio per il quale nessuno può essere processato due volte per lo stesso fatto.

Al presidente della Regione, e alla giustizia, serviva un giudizio pubblico e trasparente delle prove a suo carico. La via d’uscita che si è inventato il fantasioso reggente della Procura lo impedisce per sempre. Se davvero il caso Lombardo si concluderà così, l’ombra del sospetto non si allontanerà affatto dal governatore. E si allungherà invece sulla Procura di Catania, che dopo una così lunga gestazione ha partorito una decisione che forse neanche il collegio di difesa dell’imputato aveva osato immaginare.

31 agosto 2011

Il giornalismo a Catania, l'intervento di Alfio Sciacca

Il giornalista del Corriere della Sera fa una panoramica di quella che è la situazione dell'informazione nella città catanese. L'occasione è la terza edizione del Festival di Giornalismo a Modica (Rg)








24 agosto 2011

Modica: Presentazione III edizione del festival di giornalismo

Video della conferenza stampa di presentazione del 3 Festival del giornalismo a Modica, evento, a cura de "Il clandestino", che si terrà dal 25 al 28 agosto 2011

23 agosto 2011

L'abolizione delle festività civili era già nel piano di Rinascita di Gelli

Ebbene si, l'abolizione delle festività civili, come il 25 aprile e il primo maggio era già presente nel piano di Rinascita "democratica" del golpista piduista Licio Gelli

da senzasoste.it
(red) 22 agosto 2011

Dalla mailing list Jugo Info, che da anni informa sulle vicende della Jugoslavia post guerra civile, spunta la chicca. Segnalata da Claudia Cernigoi la storica nota per il puntiglioso lavoro su quanto accaduto effettivamente sul fronte est italiano durante la seconda guerra mondiale.

La chicca si compone in questo modo: ebbene si, l'abolizione delle festività civili, come il 25 aprile e il primo maggio, era presente nel piano di Rinascita "democratica" del golpista piduista Licio Gelli. Anzi Licio Gelli, rispetto all'iscritto 1816 della P2 ovvero Silvio Berlusconi, si era mantenuto più cauto. Mantenendo il due giugno come festività nazionale.

Ma l'allievo, si sa, in qualche modo deve superare il maestro. Ecco qui che una parte del piano di Rinascita della P2 è stata approvata per decreto. Parole e musica di Licio Gelli. La firma sul decreto ce l'ha messa invece Giorgio Napolitano. Che in queste ore si è fatto benedire la sua idea di governo ultraliberista da chi di rapporti con i poteri occulti se ne intende: Comunione e Liberazione.

ELIMINAZIONE DELLE FESTIVITA' INFRASETTIMANALI E RELATIVI PONTI

PIANO DI RINASCITA DEMOCRATICA DELLA LOGGIA P2 (testo sequestrato a Maria Grazia Gelli nell'estate 1982).Tra i programmi (attività di governo) leggiamo: b3) eliminazione delle festività infrasettimanali e dei relativi ponti (salvo 2 giugno - Natale - Capodanno e Ferragosto) da riconcedere in un forfait di 7 giorni aggiuntivi alle ferie annuali di diritto;una prima parte era già stata realizzata nel 1977, con l'eliminazione di alcune festività (civili e religiose) e la "concessione" di 6 giorni di festività soppresse. bontà loro, la P2 (di cui è tesserato 1816 il Cavaliere di governo) aveva lasciato il 2 giugno, che l'attuale governo vuole togliere, ed i giorni da fruire in alternativa, che questo governo non solo non ci "concede", ma ce ne ha addirittura scippato uno, per la festività (non richiesta dai lavoratori) del 17 marzo, unità d'Italia.

- segnalato da C. Cernigoi in [JUGOINFO] Visnjica broj 869

9 agosto 2011

La casta siciliana: Salvo Fleres, collezionista di indennità

Salvo Fleres è un collezionista di cariche, e che cariche...

da http://www.sudpress.it/

Sapete chi è l’autore di quella legge che prevede l’estensione dei reati coperti dallo scudo fiscale per cui vi rientrano anche quelli tributari e le violazioni contabili, compreso il falso in bilancio? Sapreste dire chi era, fino al 2008, il deputato più ricco della Sicilia con un reddito imponibile pari a 312.000,00 euro l’anno e oggi il terzo senatore più ricco di Sicilia? Conoscete il nome del garante dei diritti dei detenuti dell’isola? Sapreste dire chi è a capo della fondazione Fulvio Frisone?

C’è solo una risposta a queste domande ed è Salvo Fleres. Grande oratore, vero mestiere politicante, con il vizietto dell’informazione (è un giornalista), ma soprattutto, Salvo Fleres è un collezionista di cariche, e che cariche. Dopo anni passati a sedere sulla poltrona da deputato regionale, alle ultime elezioni gli viene riconosciuto il premio per eccellenza, il titolo di senatore e tutto ciò, che ad esso è collegato. E come garante dei diritti, lui sa proprio battersi per essi (e ci riferiamo ai suoi diritti). Quando l’ars, finalmente ne fa una buona, decidendo di stoppare il cumulo di indennità e pensione per chi come Fleres è senatore e nel frattempo percepisce lo stipendino romano e la pensione come ex deputato, lui che fa, (l’unico)? Ricorre al tar, e fortunatamente perde.

Ma torniamo a questa storia del garante dei diritti dei detenuti in Sicilia, istituto nato nel 2004 e da allora guidato sempre dallo stesso, l’ufficio costerebbe alla regione 111 mila euro l’anno. Tale dotazione, voi direte, sarà servita a colmare soprattutto le lacune del pianeta carcere, ma in realtà 100 mila di questi soldi, sono l’indennità che dal 2004 fino al 2011 Salvo Fleres ha percepito annualmente per rivestire questa importantissima funzione. Ci conforti, che almeno oggi sappiamo quale sia uno dei motivi che contribuisce a rendere tanto disastrosa la situazione delle carceri in Sicilia. Non saranno certo 100 mila euro a porre una pezza laddove invece sarebbe necessario un macigno per colmare un tale gap. Ma di certo con 11 mila misere euro all’anno possiamo comprendere perché magari, un detenuto non ottenga un quaderno quando ne fa richiesta.

Niente paura però, perché a maggio scorso Salvo Fleres ha dichiarato di voler rinunciare all’indennità in questione. Vogliamo credergli? Ma sì, tentiamo.

Peccato però che resti ancora in piedi l’ufficio del garante dei diritti dei detenuti. 3 stanze all’interno della sede di rappresentanza della regione a Catania, sita in via Etnea. Un ufficio, nel suo complesso, ritenuto dai più superfluo; il presidente dell’ars Francesco Cascio ha detto di averlo usato solo due o tre volte in tre anni di mandato. Ma come spedire a casa i tre dipendenti, che prestano servizio proprio all’interno delle stanze del garante dei diritti dei detenuti? A maggior ragione, come fare, se uno di essi è Paolo Garofolo, sindaco di Enna? Non vorremo mica mettere sulla strada un esponente in vista della politica?

Voltiamo pagina e guardiamo ad un altro nobile incarico del senatore Salvo Fleres, egli è il presidente della fondazione Fulvio Frisone, ma di recente anche qui si sono registrate delle magagne. E’ stato il deputato Bruno Marziano, che con una interrogazione all’assemblea regionale ha chiesto chiarimenti sull’attività svolta dalla fondazione Frisone, e qui si legge:


ricordato che in Sicilia il dott. Fulvio Frisone ha in corso studi per la fusione nucleare fredda, che risolverebbe i problemi emersi in tutti gli incidenti a reattori nucleari;

ricordato altresì che per garantire questi studi è stata creata la fondazione scientifica Fulvio Frisone, finanziata dalla Regione con circa euro 500.000 annuali;

per sapere se non ritenga:
di verificare le ragioni per cui la fondazione non assicura la presenza del dott. Frisone presso i laboratori di Frascati e nelle sedi ove si sperimentano le sue tesi scientifiche;

di verificare l’uso dei contributi regionali alla fondazione Frisone e la correttezza amministrativa della stessa;

di valutare l’adeguatezza dell’amministrazione della fondazione a interpretarne e garantirne nel migliore dei modi la missione scientifica.
(16 marzo 2011)

Ebbene, anche noi ci chiediamo, come mai Fulvio Frisone, che ha ricevuto ben 500 mila euro l’anno dalla regione, per condurre le sue ricerche scientifiche, non possa invece andare a Frascati per contribuire agli studi che hanno ad oggetto le sue tesi?
Come ci spiega il fatto, il presidente della fondazione? Spereremmo avere risposta

Immigrazione: L’insostenibilità del modello Mineo

Mineo: un inferno a cinque stelle

di Antonio Mazzeo
Pubblicato in Left-Avvenimenti, n. 30 del 29 luglio 2011

Un posto letto in villette ben arredate, i campi da tennis e di football, i prati all’inglese, pasti abbondanti tre volte al giorno, la disponibilità di acqua potabile a tutte le ore. Sino a sei mesi fa era il residence di lusso dei militari Usa in forza alla base di Sigonella. Oggi, il Villaggio degli aranci di Mineo (Catania) ospita il più ambizioso dei programmi di “solidarietà” berlusconiani, il Centro di accoglienza (Cara) per circa duemila richiedenti asilo, donne, uomini e bambini scampati miracolosamente agli orrori delle guerre e alle dittature. L’idea del governo è semplice: concentrare in una struttura confortevole tutti i rifugiati dopo averli prelevati manu militari dalle località dove hanno vissuto sino ad oggi nell’attesa di ottenere asilo in Italia. Gli standard di Mineo non sono comparabili certo con quelli delle ex caserme riconvertite in Cara, ma bastano un paio di giorni di permanenza nella torrida piana etnea per rendersi conto che anche l’inferno può essere a cinque stelle.

Il tempo nel centro è scandito da turni e file, in coda per mangiare, per telefonare (solo tre minuti al mese), per fare internet (cinque minuti), per uscire – solo dopo le 8 di mattina - e rientrare – non oltre le 8 di sera - dai cancelli che segnano il confine tra l’oasi del Cara e il deserto di sassi e polvere che si perde a vista d’occhio. Il centro abitato più vicino è quello di Mineo, 11 Km, più distante (25 km), Caltagirone. Chi voleva doveva arrivarci a piedi; adesso sono attivi i bus navetta, ma costano 2 euro A/R per Mineo e 4,5 per Caltagirone e i richiedenti asilo, a differenza di quanto avviene in tutti gli altri Cara d’Italia, non percepiscono alcun contributo economico e devono pagarsi pure le schede telefoniche per parlare con i familiari. La gestione del centro è stata affidata per trattativa privata alla Croce Rossa italiana. Dall’1 agosto, forse, subentrerà la Protezione civile con servizi da subappaltare a cooperative e onlus locali. Sperando che non si ripeta quanto avvenuto in aprile, quando uno stretto congiunto del boss mafioso locale, Rosario di Dio, ottenne un breve incarico per la rivendita di sigarette e schede telefoniche all’interno del Cara.

“Mineo è un centro di segregazione, un esperimento di nuove politiche di detenzione dei migranti”, denuncia la Rete Antirazzista Catanese, promotrice di una campagna per la sua chiusura immediata. “L’area è ipermilitarizzata, ci sono doppie recinzioni e telecamere, un centinaio tra carabinieri, poliziotti e militari dell’esercito effettua controlli soffocanti e non mancano gli abusi. Di contro ci sono pochi mediatori culturali, niente giornali e tv, nessuna attività ricreativa e culturale. Il cibo non piace e nonostante gli alloggi siano dotati di cucine funzionanti, è proibita la preparazione di alimenti”.

L’insostenibilità del modello Mineo è denunciata pure da una ricerca nazionale sul sistema d’asilo condotta dall’ASGI (Associazione Studi Giuridici Immigrazione) in collaborazione con il Centro Studi Politica Internazionale, Caritas, Consorzio Communitas e Associazione Italiana per il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa. “Il Centro di Mineo – scrive l’equipe di ricerca - per ragioni legate alla sua ubicazione e per il fatto di inserirsi quale corpo estraneo nel già fragile tessuto socio-economico, rappresenta una struttura ad alto rischio di involuzione verso una realtà-ghetto completamente isolata dall’esterno, dove possono facilmente prodursi gravi fenomeni di marginalità e degrado sociale”. Nonostante gli impegni del governo, il centro vive nella totale assenza di programmazione dei servizi, senza alcun collegamento con le amministrazioni locali. “La locale ASL, priva di risorse aggiuntive, difficilmente è in grado di rispondere efficacemente al proprio compito istituzionale di tutela sanitaria”, aggiungono i ricercatori. “Inoltre non è previsto il potenziamento dei servizi scolastici a fronte della nuova utenza (al 13 maggio 2011 risultavano presenti circa 80 minori con famiglie e 40 minori stranieri non accompagnati)”.

Senso di precarietà ed abbandono, sfiducia, solitudine, disperazione sono i sentimenti più diffusi tra gli “ospiti”. I più forti tentano di rimettersi in gioco, sperimentando la fuga verso la Francia o la Germania. Altri si accontentano di camminare ininterrottamente a ridosso del filo spinato come si fa in carcere durante l’ora d’aria. Altri ancora traducono rabbia e desiderio di libertà in legittime manifestazioni di protesta: per tre volte in meno di quaranta giorni, un centinaio di rifugiati ha occupato la carreggiata della superstrada Catania-Gela, sfidando la reazione delle forze dell’ordine. Il 20 giugno, dieci di loro sono stati costretti a ricorrere alle cure dell’ospedale per le contusioni prodotte dalla carica degli agenti. In molti invece soccombono. L’indeterminatezza della semidetenzione, la condizione di eterna sospensione tra l’essere e il non essere, di persona e non persona, possono condurre all’autolesionismo. Sette rifugiati hanno già tentato il suicidio all’interno del Cara, secondo quanto denunciato dallo staff di Medici senza frontiere che a Mineo sta portando avanti un progetto di salute mentale per 350 residenti.

Per l’alto numero di rifugiati ospitati e la cronica inefficenza delle istituzioni chiamate a riconoscere lo status di rifugiato si rischia di prolungare all’infinito il confinamento nel limbo-inferno di Mineo. La commissione territoriale competente per l’esame delle richieste d’asilo ha iniziato le audizioni solo il 19 maggio e riesce ad incontrare solo due persone al giorno per non più di due volte la settimana. A questo ritmo, per smaltire le pratiche relative ai duemila richiedenti, ci vorranno non meno di tre anni. Inoltre sono già stati pronunciati numerosi dinieghi e per un’intera comunità, quella dei pakistani del Punjab, le richieste sono state rigettate in blocco.

Paesi di provenienza dei richiedenti asilo del Cara di Mineo (aggiornato al 18 luglio 2011)
Afghanistan 160, Bangladesh 24, Burkina Faso 47, Ciad 18, Costa D’Avorio 133, Eritrea 116, Etiopia 49, Georgia 1, Ghana 136, Guinea 17, Iran 24, Iraq 11, Kenya 1, Libia 8, Mali 136, Niger 14, Nigeria 328, Pakistan 317, Senegal 54, Siria 1, Somalia 5, Sudan 36, Tunisia 6, Turchia 20, Camerun 7, Gabon 2, Liberia 5, Marocco 1, Mauritania 3, Guinea Bissau 2, Togo 37, Gambia 32, Sierra Leone 12, Benin 4, Congo 12, Egitto 2, Palestina 1.

8 agosto 2011

Israele: smantellate quell'avamposto

Sentenza storica della Corte Suprema, ordinata la rimozione di un insediamento illegale in Cisgiordania

da http://it.peacereporter.net/
di Luca Galassi
del 3-8-2011

C'è una prima volta per tutto. Anche in Israele. La Corte suprema dello Stato ebraico ha emanato due giorni fa una sentenza storica: distruggere un insediamento illegale di coloni in Cisgiordania. L'insediamento - meglio chiamarlo avamposto, in quanto di limitata entità rispetto a una vera e propria opera urbanizzata - non è grande, e le conseguenze della sua distruzione e del trasferimento di qualche decina famiglie di coloni altrove non saranno epocali. Ma in questa terra i simboli assumono spesso più valore e potenza dei fatti.

Ed è simbolica la decisione del primo tribunale israeliano che ha ordinato allo Stato di smantellare Migron entro aprile del 2012 perché è illegale. Ovvero perché è costruito su terra di proprietà palestinese. A dispetto delle promesse, Migron è rimasto in piedi. Costruito nel 1999 a cinque chilometri da Gerusalemme, l'insediamento è composto da 50 famiglie. E' sempre stato definito 'non autorizzato', ma ciò non gli ha evitato di poter prosperare per vent'anni. Sorse durante l'operazione 'Scudo difensivo', il blitz israeliano su Ramallah in risposta alla Seconda intifada del 2002. Dapprima venne installata una piccola torre-radio (all'Israeli Defence Forces poteva anche andar bene, considerato il bisogno di migliorare le comunicazioni, le informazioni e l'intelligence nell'area), poi si aggiunsero alcuni caravan e le famiglie divennero stanziali. Un po' come i Rom da noi, con roulotte e baracche. In seguito furono emanati numerosi ordini di sgombero, nessuno dei quali ricevette esecuzione. Anzi, fu lo stesso governo israeliano a investire nell'avamposto. Novecentomila euro.

Una pratica diffusa, questa, nei ministeri israeliani. Lo dice il rapporto Sasson, redatto nel 2005 dall'ex capo del Dipartimento giustizia penale. Le sue conclusioni furono che organismi e istituzioni governative hanno segretamente stornato fondi per costruire avamposti illegali sui Territori palestinesi. Funzionari del ministero della Difesa e del ministero delle Costruzioni, e la Divisione insediamenti dell'Organizzazione mondiale sionista hanno speso milioni di shekel per finanziare avamposti illegali. Il rapporto descrive la cooperazione segreta tra i vari ministri e funzionari istituzionali per consolidare gli avamposti costruiti oltre dieci anni fa.

Sono oltre 300mila gli israeliani che vivono negli insediamenti (legali e illegali) della Cisgiordania. La disputa sul diritto alla terra tocca rivendicazioni storiche e religiose, leggi nazionali e internazionali, diatribe politiche. Gli insediamenti variano in dimensione e permanenza, da quelli 'selvaggi', chiamati wildcat, fatti di baracche e roulotte, fino a città vere e proprie di decine di migliaia di residenti. La comunità internazionale considera illegali la maggior parte delle centinaia di insediamenti. A dispetto di appelli a un congelamento completo della costruzione, il Premier Netanyahu ha detto che il governo continuerà ad acconsentire a nuove costruzioni per assecondare la loro 'crescita naturale'.

26 luglio 2011

Quando la pazzia diventa lucida politica

L'Amaca

di Michele Serra
da Repubblica di oggi

Il brigatista rosso che spara alla nuca è un folle o un criminale politico? L'attentatore fascista che mette una bomba su un treno è un folle o un criminale politico? I jihadisti che hanno abbattuto le Due Torri sono folli o criminali politici? Nessuno ha mai avuto dubbi in proposito: si tratta di crimini politici, con movente politico e scopo politico. E dunque non si capisce proprio, leggendo molti dei commenti alla strage norvegese, perché mai la mattanza di quasi cento ragazzi di sinistra per mano di uno schifoso fanatico di destra non debba essere inquadrato nella sua piena, ovvia natura di delitto politico, maturato nella cultura razzista del suprematismo bianco, delle "radici cristiane" brandite come arma letale, dell'odio furente contro l'Europa della tolleranza, dell'integrazione, della democrazia.

Se non capiamo questo, e trattiamo l'orrido Breivik come un paranoico "a caso", un incidente psichiatrico dalle conseguenze inaudite, allora non capiamo la profondità e la gravità della rottura culturale, politica, umana tra la destra estrema e la società aperta, che cerca un faticoso ordine amministrando il disordine vitale dell'immigrazione e della globalizzazione. Hitler era un pazzo? Certo, era anche un pazzo. Ma la pazzia che arriva al governo, e scatena la guerra globale e organizza lo sterminio, è politica allo stato puro. E si combatte con la politica.