15 settembre 2011

Alla procura di Catania, la verità esce di scena

La soluzione escogitata dal reggente di quella Procura, Michelangelo Patanè, è infatti la peggiore che potesse essere immaginata per chiudere il “caso Lombardo"

da http://antoniocondorelli.wordpress.com/
di Sebastiano Messina (REPUBBLICA Palermo 15.09.2011)

Non tocca a noi giornalisti giudicare gli imputati e tantomeno i magistrati, in un Paese nel quale abbiamo già — ahinoi — un presidente del Consiglio che si incarica di picconare i pubblici ministeri, nella speranza di sottrarsi al principio fondamentale che vuole la legge uguale per tutti. Ma neanche il profondo rispetto che nutriamo per i magistrati può impedirci oggi di dire che quello che sta succedendo nella Procura della Repubblica di Catania dà un aiuto formidabile a chi parla di «uso politico della giustizia».

La soluzione escogitata dal reggente di quella Procura, Michelangelo Patanè, è infatti la peggiore che potesse essere immaginata per chiudere il “caso Lombardo”, ovvero l’inchiesta aperta due anni fa contro il presidente della Regione per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo è per tre motivi: per la procedura adottata, per la tempistica dei provvedimenti e per le ombre che non permettono di definirla né trasparente né inattaccabile.

RIEPILOGHIAMO. Nel marzo 2010 Raffaele Lombardo viene iscritto nel registro degli indagati per un reato di mafia (il concorso esterno, appunto). Lui si dichiara innocente davanti all’Assemblea regionale, ma l’inchiesta va avanti senza che la Procura di Catania gli contesti formalmente alcun reato. Il procuratore D’Agata prende tempo, passa quasi un anno, e lui va in pensione senza che l’inchiesta arrivi alla sua conclusione. Poi, tre mesi fa, il magistrato incaricato di reggere la Procura fino alla nomina del nuovo titolare prende una decisione importante. Boccia la richiesta di rinvio a giudizio di Lombardo (per concorso esterno in associazione mafiosa) firmata dai quattro pm titolari dell’inchiesta e avoca a sé il procedimento, ipotizzando la derubricazione del reato. Per farlo, però, secondo la dottrina prevalente, sarebbe necessaria una decisione del giudice per le indagini preliminari.

Ma il reggente Patanè evita il giudizio del gip, che sarebbe il “giudice terzo” invocato dallo stesso Lombardo. E lo evita anche dopo che il fascicolo sugli altri indagati è stato affidato, con decisione assai discutibile, a un gip che è il marito di Rita Cinquegrana, nominata proprio da Lombardo sovrintendente del Teatro Massimo di Catania. Non gli chiede né il rinvio a giudizio per un altro reato né l’archiviazione per il reato più grave. Lo aggira del tutto e, con una decisione sorprendente, cita direttamente a giudizio Lombardo (e suo fratello) per violazione della legge elettorale. Nessun giudice potrà dunque stabilire se l’accusa precedente era fondata o meno, e nessun magistrato potrà più procedere contro il governatore per quella vicenda, in base al principio per il quale nessuno può essere processato due volte per lo stesso fatto.

Al presidente della Regione, e alla giustizia, serviva un giudizio pubblico e trasparente delle prove a suo carico. La via d’uscita che si è inventato il fantasioso reggente della Procura lo impedisce per sempre. Se davvero il caso Lombardo si concluderà così, l’ombra del sospetto non si allontanerà affatto dal governatore. E si allungherà invece sulla Procura di Catania, che dopo una così lunga gestazione ha partorito una decisione che forse neanche il collegio di difesa dell’imputato aveva osato immaginare.

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