25 gennaio 2011

Cuffaro in carcere. Per noi oggi è il 25 aprile. Ma non infieriremo sul nemico

E’ finita. Salvatore Cuffaro e' entrato alle 16,35 nel carcere romano di Rebibbia

di Gaetano Alessi
da http://gaetanoalessi.blogspot.com/

L'ex governatore della Sicilia deve scontare una pena di 7 anni dopo che la Cassazione ha confermato la condanna per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra e violazione del segreto istruttorio. In mattinata la Seconda Sezione Penale della Cassazione, presieduta da Antonio Esposito, ha confermato la condanna a sette anni di reclusione inflitta in secondo grado all'ex presidente della Regione Sicilia. La sentenza per lui diventa quindi definitiva. Il senatore si e' costituito. Dieci anni. Tanti ne sono passati da quando il ciclone cuffariano si è abbattuto sulle nostre vite. Un ciclone che portava con sé il puzzo del compromesso morale, della cancellazione delle coscienze e dell’annullamento della diversità. Un mondo nel quale o ti vendevi o eri escluso, emarginato, “vinto”. Dieci anni sono passati da quel “no” secco gridato in faccia al potente nella sua Raffadali (Ag). A quel rifiuto di essere uguali agli altri, a quella rabbia sorda che ti permette le più grandi follie e a quell’arroganza di ventenni che non ti fa guardare al futuro.

Otto anni sono invece trascorsi da quel giorno di febbraio in cui questa rabbia e passione s’incanalarono nell’unico mezzo che poteva mandare in tilt la macchina mastodontica del potente: AdESt, un giornale, la libera informazione. Otto anni a scrivere, denunciare, a tenere alta una bandiera per troppo tempo lasciata a sventolare in solitudine. Con la stampa “ufficiale” a elemosinare prebende o a mascherarsi dietro un “garantismo” figlio di contiguità che è vigliaccheria. Otto anni di un infinito oggi, tra scherni, delusioni e servi schiocchi che per farsi belli agli occhi del padrone minacciano, offendono, attaccano chi ti è caro, torturano psicologicamente. Otto anni in cui siamo cresciuti troppo in fretta. Otto anni che si sentono tutti e che a furia di sconfitte hanno scavato un numero illimitato di ferite equamente distribuite tra corpo e anima.

Otto anni, un numero infinito di giorni, ore e minuti aggrappati ad una speranza, vivi grazie alla passione di chi ti è accanto, alla certezza che la gente con cui hai lavorato non mollerà mai, neanche un centimetro. Mai. Otto anni e quella frase “vincerete ragazzi, vincerete” che ti da forza perché pronunciata da chi aveva sconfitto un buio più grande: quello del fascismo. Otto anni in cui una generazione di uomini e donne ha saldato con la storia il debito che i loro genitori, costruendo l’avvento del cuffarismo per opulenza o per noia,gli avevano lasciato.Otto anni a edificare futuro, a coinvolgere ragazzi, a rendere ogni angolo un terreno di scontro col potente. La certezza che quelle sconfitte momentanee si sarebbero tramutate in vittorie. Abbiamo vinto ed è finita. Per noi oggi è il 25 aprile. La nostra Liberazione. Abbiamo lottato e sofferto per ottenerla e per questo non infieriremo sul nemico. Lo lasceremo fare agli “avvoltoi”, a quelli che arrivano a cose fatte, quando tutto è finito. Noi Cuffaro l’abbiamo affrontato quando era potente, quando ci voleva coraggio, ora è scattata l’ora dei vigliacchi e non ci appartiene. Non festeggeremo. Perché non c’è niente da festeggiare. Con la sentenza di oggi si ratifica che per otto anni la Regione siciliana è stata un’emanazione di “cosa nostra” e noi, uomini e donne che amiamo ogni angolo della nostra terra, non pensiamo sia una notizia che può farci felici.

Lasceremo festeggiare chi fino ad ieri leccava il culo al clan Cuffaro per avere le briciole e che ora per rifarsi una verginità sputerà su Totò cercando di iscriversi al partito degli anticuffariani. Ci fate pietà e molto più schifo di un nemico che abbiamo sconfitto e a cui ora cediamo l’onore delle armi. Dieci anni dopo siamo liberi. Liberi di tornare al nostro lavoro, alla nostra terra, alle nostre donne, alle nostre passioni. Siamo stati “partigiani” per troppo tempo, ora torniamo ad essere cittadini di una terra martoriata ma da oggi più libera, e si ha come l’impressione di poter finalmente respirare la bellezza del fresco profumo di libertà che fa rifiutare il puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità. AdEst per come l’abbiamo conosciuta finisce qui. Domani ci sarà da ricostruire, con nuove idee, nuove forze, nuovo entusiasmo. Ma domani. Oggi è il 25 aprile si chiude una fase della nostra vita, come sarà la prossima non ne abbiamo idea ma, credetemi, è un’emozione bellissima

Mi scusi presidente

Enrico Mentana per la televisione, Antonio Padellaro per la carta stampata, e – attenzione! - Bruno Vespa per “il prestigio della categoria”. Sono i vincitori del premio Saint-Vincent di giornalismo, evento mondano della casta dei giornalisti che oggi, 21 gennaio, si autoincensano riuniti in pompa magna al cospetto del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, nei salotti affrescati del Quirinale

di Gabriele Del Grande
da http://fortresseurope.blogspot.com/

Il mio nome era sulla lista degli invitati, in quanto vincitore l'anno scorso del premio giornalistico “Colomba d'oro”. C'ho pensato su fino all'ultimo. E alla fine ho deciso di disertare la cerimonia. E di spedire a Napolitano questa lettera.

Mi scusi presidente, ma stamattina la mia poltrona resterà vuota. Mi sembra il miglior modo per celebrare la giornata nazionale della stampa: essere altrove. I motivi sono tanti. Innanzitutto non mi sembra affatto un onore applaudire un paggio ormai vetusto come Bruno Vespa, che da trent'anni occupa le reti pubbliche a nostre salatissime spese con i suoi inconsistenti salottini. Né tantomeno mi sembra un onore ascoltare le parole della federazione nazionale della stampa italiana sullo stato del giornalismo in questo paese. Il suono dell'ipocrisia mi disturba l'udito. Soprattutto se penso a tutti quei quotidiani nazionali che non pagano il lavoro, e a tutti quei colleghi - molto più bravi delle cariatidi che oggi premiate - che hanno cambiato mestiere perché l'affitto e il mutuo non si pagano con la gloria di una firma pubblicata a gratis su un quotidiano nazionale. Infine non mi sembra un onore stringere la mano a un signore incapace di spingere certi temi, se necessario anche fino allo scontro istituzionale. Perché è inutile celebrare la libertà di stampa nei salotti, quando sappiamo bene quale sia la situazione del conflitto di interessi nel nostro paese, a destra con le proprietà di Berlusconi, a sinistra con la dipendenza cronica dai finanziamenti pubblici e le parentopoli varie, al centro coi veti dei vescovi, e ultima della fila alla Rai, con le lunghe mani di tutti i partiti che se la sono sempre spartita

E poi a dirla tutta, in questa Italietta non mi sembra nemmeno più un onore ricevere dei premi. Sinceramente preferirei una proposta di lavoro a un trofeo. Nel giugno del 2010 mi sono stati conferiti quattro premi al giornalismo. E mi sono trovato in difficoltà ad accettarli, per il semplice fatto che è difficile spiegare ai 250.000 lettori del mio blog Fortress Europe, che in Italia si premiano i disoccupati. Che in Italia uno che per le sue inchieste riceve tre premi nazionali e uno internazionale, i cui libri sono tradotti in spagnolo e tedesco, per tirare a campare vende in nero collanine touareg mercanteggiate nelle oasi del deserto e gira l'Italia con valigie cariche di libri da vendere durante le presentazioni per rientrare delle spese dei suoi reportage.

È amaro girare il mondo presentando i miei libri, dal Marocco alla Germania, dalla Spagna alla Turchia, dal Belgio alla Grecia, e presentarmi come disoccupato. Perché nessun giornale in Italia è interessato a investire sul giornalismo d'inchiesta, e che il massimo che ti sanno proporre è di curare una pagina gratuitamente su un sito. O che devi litigare ogni volta per farti pagare metà del minimo sindacale, e devi stare attento che non ti ripubblichino le foto senza dirtelo e senza pagartele. È amaro pensare che forse a trent'anni la scelta migliore sia ritirarsi in campagna a fare l'orto.

Sarà che io il mestiere l'ho imparato sul campo e non sui banchi delle scuole di giornalismo, ma a me sembra che il senso di questo mestiere si trovi altrove. Non sta nei salotti romani. Ma piuttosto per strada, nelle scarpe impolverate di chi ancora va incontro alle storie che raccontano il mondo che cambia.

Presidente, facciamo che festeggiamo un'altra volta. Quando questo Paese sarà cambiato. Quando i migliori tra i miei amici torneranno dall'estero dove sono emigrati. Facciamo che festeggiamo quando alle mie amiche ai colloqui di lavoro torneranno a guardare il curriculum anziché le tette. Facciamo che festeggiamo quando gli editori inizieranno a pagare il lavoro per quello che vale, in denari e non in pacche sulle spalle perché siamo compagni. Facciamo che festeggiamo quando ad amministrare questo bel paese saranno persone valide e meritevoli, e non zoccole, servi, parenti e loschi personaggi in aria di mafia. Facciamo che festeggiamo quando la vostra generazione di ottuagenari farà il suo dovere, togliendosi una volta per tutte di mezzo e passando il testimone.

Ps. Le invio anche la canzone “Io non mi sento italiano”, di Giorgio Gaber. Se la riascolti, perché è quello che molti italiani pensano. Magari sembrano irriverenti, ma sono loro quelli che vogliono bene al paese. Non voi.