28 marzo 2011

Orologi, poltrone, biglietti da visita le spese pazze di Palazzo d'Orleans

Il rendiconto delle uscite della Presidenza della Regione: duemila cartoncini di invito sono costati 10 mila euro

di ANTONIO FRASCHILLA
da http://palermo.repubblica.it/

Orologi con lo stemma della Regione, riviste sull'autonomia siciliana, ma anche piantane da mille euro l'una. E, soprattutto, pioggia di finanziamenti ad associazioni di volontariato e a parrocchie per restauri di canoniche e chiese, a partire da quella del suo paese, Grammichele. Scorrendo il lungo elenco di decreti di spesa fatti dalla Presidenza della Regione guidata da Raffaele Lombardo c'è davvero di tutto.

Tante le voci di spesa per restauri di chiese, soprattutto nei Comuni della Sicilia orientale. Non un euro a Palermo. Oltre 500 mila euro sono stati finanziati per restaurare la chiesa di San Michele Arcangelo a Grammichele, 1,5 milioni di euro per la chiesa di San Matteo a Scicli, 294 mila euro per il convento di San Benedetto a Catania. E poi, ancora, fondi per la chiesa di San Vito a Mascalucia (141 mila euro) o di Grotte (430 mila euro) e l'elenco potrebbe ancora proseguire.

Soldi a pioggia anche a una miriade di associazioni di volontariato da quella palermitana che si occupa di alzheimer (6 mila euro), ai "volontari riuniti" di Racalmuto (2 mila euro) passando per un contributo generico dato a enti di volontariato in contatto con il Comune di Catania (42 mila euro). Soldi, tra gli altri, anche all'Assoartisti (38 mila euro), a otto associazioni nel Comune di Milo (134 mila euro) e a due fondazioni, quella di Fulvio Frisone (226 mila) e la Whitaker (40 mila euro). Quattrocentomila euro sono andati al Cerisdi per il "premio Bonsignore". Continua a leggere

Ucciso a Bengasi il blogger Mohammed Nabbous

E’ stato ucciso mentre filmava gli scontri a Bengasi Mohammed Nabbous, fondatore della web tv Libya Alhurra

da http://it.euronews.net/

Volto del citizen journalism in Libia, Nabbous ha fornito un contributo prezioso a vari media internazionali, compresa Euronews, per raccontare la rivolta nel suo paese.

Sabato mattina era uscito con la videocamera per documentare gli attacchi delle forze di Gheddafi nel capoluogo della Cirenaica. Questa testimonianza sonora è l’ultima che è riuscito a diffondere prima di venire colpito, probabilmente da un cecchino.

La notizia della sua morte è stata data dalla moglie, che si è impegnata a continuare il lavoro di Nabbous al servizio della libertà di informazione.

L'ultima intervista a Mauro Rostagno

l’ultima intervista a Mauro Rostagno. Claudio Fava l’ha incontrato a luglio, due mesi prima che fosse assassinato. E’ stata pubblicata sulla rivista King nell’agosto 1988

da http://www.antimafiaduemila.com/

C’è un pezzo di Sicilia annegata tra le viti e gli ulivi. Un’antica fattoria con i muri di pietra bianca e una fila di pini con i rami impudicamente intrecciati. C’è una piccola terrazza, sul tetto della fattoria, da dove puoi misurare la vastità della campagna, i campi seminati a grano e la montagna di Erice, in fondo alla valle. Quando non soffia lo scirocco, se guardi verso il mare riesci a vedere l’isola di Favignana, lontana e impalpabile come in un incubo. C’è un uomo, davanti a me. La barba chiazzata di bianco, gli occhi mansueti che scrutano con curiosità, un nome impegnativo ed evocatore: Mauro Rostagno. La sua vita, in fondo, sta tutta nelle dimensioni d’un epigramma: la fabbrica di Torino, i Quaderni Rossi, Trento, il Sessantotto, Renato Curcio, Lotta Continua, i processi, il circolo Macondo. L’India, infine, con l’anima che si tingeva di arancione. E adesso la Sicilia. Oggi Rostagno a Trapani significa alcune cose ben precise: la più grande comunità per tossicodipendenti dell’isola, l’unica televisione siciliana che sia disposta a fare giornalismo militante contro la mafia, il gusto della denunzia e della sfida. Soprattutto un vento nuovo, che non odora di scirocco: l’ultimo guizzo di dissacrante fantasia di Mauro Rostagno, classe 1940, professore di sociologia, rivoluzionario in congedo.


E allora, Rostagno, vent’anni fa scrivevi sui muri di Trento “l’immaginazione al potere”. Cosa c’entra con la lotta alla mafia?

Sono la stessa cosa. Ed esprimono l’identica esigenza: la gioia di vivere. Vedi, agli uomini capita di mettere radici, e poi il tronco, i rami, le foglie… quando tira vento, i rami si possono spaccare, le foglie vengono strappate via: allora decidi di non rischiare, di non sfidare il vento. Ti poti, diventi un alberello tranquillo, pochi rami, poche foglie, appena l’indispensabile…

Oppure?

Oppure te ne fotti. Cresci e ti allarghi. Vivi. Rischi…

Sfidi il vento…

Sfidi la mafia, che è una forma di contenimento, di mortificazione… La mafia ti umilia: calati junco che passa la piena, dicono da queste parti. Ecco, la mafia è negazione d’una parola un po’ borghese…

Dimmela…

La dignità dell’uomo! Io voglio avere la possibilità di guardare una persona negli occhi e dirgli di sì o di no con la stessa intensità. E la mafia questo non te lo consente.

Che ruolo può giocare l’immaginazione contro la mafia?

La mafia è un gioco finito, come il calcio: uno vince e l’altro perde. Io credo invece che vadano cambiate le regole del gioco.

Ma tu ti sei dato regole?

Certo!

E le rispetti?

No, naturalmente…

Le disprezzi, allora…

Semplicemente le trasgredisco. E quando mi accorgo di averle trasgredite molte volte, le cambio.

Rostagno, vent’anni dopo sono cambiate soltanto le regole?

E’ cambiato anche il gioco. E’ avanzato il degrado dell’ambiente, è peggiorata la qualità della vita, la mafia è diventata infinitamente più forte…

Perché?

Perché si! E poi perché si è trasformata in mafia imprenditrice. Adesso si dice anche in televisione, grazie a uno come Ferrara: la mafia è la diciottesima potenza al mondo…

Un grande fratello?

Non ancora. E’ più forte di prima e basta: nei partiti, nelle banche, nella cultura… Da queste parti, per esempio, ci sono ancora quattro paesi dove ti possono ammazzare durante un comizio e nessuno ammetterà mai di aver visto qualcosa.

Quali sono?

Sono Paceco, Santa Ninfa, Alcamo e Castellammare.

E la gente, Rostagno?

C’è qualcosa di nuovo. I semi dell’opposizione, lanciati molti anni fa da uomini come Placido Rizzotto, stanno maturando. C’è un filo, con quel passato, anche se questo filo ha perso la bandiera rossa: oggi la lotta alla mafia è più semplicemente una lotta per il diritto alla vita. La mafia è sopravvivere, l’antimafia è vivere…

E tu come lo racconti tutto questo alla gente? Parlaci del tuo giornalismo…

Anzitutto c’è la denunzia: il degrado politico, la partitocrazia, la corruzione, le solite cose… Poi c’è la scelta di non fare televisione seduti dietro a una scrivania ma proiettati in mezzo alla gente, con un microfono in pugno, mentre i fatti succedono… Sociologicamente si chiama “primato dell’esistenziale del teorico”: e già questo, a Trapani, è profondamente antimafioso.

Quanti telegiornali mandate in onda ogni giorno?

Facciamo due notiziari. Parliamo dei bambini e dei mafiosi, della spazzatura e dei poeti. La copertina la dedichiamo sempre a storie che non hanno mai avuto dignità di notizia nei telegiornali tradizionali.

Per esempio?

Entriamo in asilo e raccontiamo quello che sta succedendo, parliamo con i bambini, con le maestre… Scegliamo tutto a caso perché non vuole essere una notizia, è solo un pezzo di vita.

Il vecchio gusto della provocazione…

Facciamo solo un’informazione che non informa…

Ma Rostagno che c’entra la Sicilia?

Tu sei siciliano solo a metà perché ci sei nato. Io invece l’ho scelta, questa terra…

Probabilmente perché la Sicilia è una grande metafora. Anche della tua storia, del tuo Sessantotto…

E’ una metafora, ma anche qualcosa in più… Vedi, vent’anni fa la scelta era tra l’oriente e occidente, fra l’America e l’India. Oggi la polarità tra nord e sud: ecco, andare al sud è un viaggio dentro l’anima, dentro le sue radici… E poi in questa terra vale una regola semplice e antica: laddove si produce tanto male, si produce anche un bene molto forte. Dove c’è sofferenza, ci sono anche i migliori anticorpi…

In comunità ti chiamano Sanatano…
E’ un nome indiano, vuol dire eternità.

Hai trascorso tre anni in India con i Saniasi, gli “arancioni”. Cosa ti è rimasto dentro?

Ho incontrato un uomo a cui ho voluto molto bene. Si chiamava Rajneesh Bhagwan e mi ha detto: adesso tu pulirai i cessi, e fallo con amore perché pulendo fuori ti pulisci dentro.

E tu?

Ho pulito cessi.

Rostagno sorride e si striglia un po’ la barba. Sorriso ingenuo, e d’improvviso mi trovo a pensare che questo signore vestito come un vecchio anarchico dell’Ottocento, con gli occhi mansueti e le sue riflessioni sagge e cortesi, mi sta semplicemente prendendo per i fondelli. Mi pento subito, vecchio compagno Rostagno, d’un dubbio così vile: e ti rivedo sulla strada di Pizzolungo, appoggiato al cippo che ricorda le vittime dell’attentato a Carlo Palermo. Docilmente in posa per la fotografia, con quel lampo di profonda solitudine negli occhi. In quell’attimo m’eri sembrato improvvisamente vecchio e stanco: forse c’erano molte cose da raccontare, quella lapide di bronzo e le troppo rivoluzioni mancate, i giudici e i reduci, i morti, le follie, i rimpianti…Ma non ne avremmo avuto il tempo: solo un’ultima foto, la macchia bianca della tua camicia, il mare di Trapani color piombo, questo lieve sentore di alghe marce nell’aria. E allora Rostagno, da uomo a uomo, dov’è la vera rivoluzione: vent’anni fa con Lotta Continua oppure oggi a Trapani, con la tua piccola emittente locale?

Qui, a Trapani…

Perché?

Le tensioni che mi sentivo dentro nel Sessantotto culturalmente possedevano già un vestito, la rivoluzione. E avevano pure una biancheria intima, l’ideologia marxista… Tutto il movimento di quegli anni è stato una grande emersione di nuovo che si vestiva di vecchio. Non siamo neppure riusciti a inventarci un linguaggio: usavamo parole antiche, terrificanti, inutili…

E adesso?

Adesso questa cosa non la chiamo più rivoluzione, non ci vedo più alcun rapporto col marxismo. Però la vivo come una sfida molto più impegnativa: è la vita, il diritto di vivere…

E anche gusto di trasgredire, immagino… Vent’anni fa avevi regole molto più rigide.
Vent’anni fa non ti avrei mai detto queste cose.

Rostagno, ti senti solo a Trapani?

All’inizio c’era solitudine. Oggi è tutto molto più schematico: c’è solidarietà e opposizione.

L’opposizione come si manifesta?

In modo molto rozzo, con le minacce. Ma anche in modo intelligente, con il silenzio: opposizione burocratica, i cento cavilli che la Regione inventa per non riconoscere la nostra comunità Saman. Aspettiamo da otto anni…

E il tuo passato?

Lo tirano fuori ad ogni occasione: ex brigatista, ex drogato… tutte cose di cui mi vanto. C’è un medico, in Germania, che ha scritto una cosa molto bella: ognuno di noi ha preso, prende o prenderà una droga. Ma questo non fa di noi dei tossicomani.

Perché hai messo in piedi questa comunità?

Noi non siamo contro la droga o contro l’alcolismo… Noi non siamo contro nulla. Se tu ti fai, e sei contento, non ho niente da dire. Se invece vieni qui e mi dici: guarda, mi sono rotto i coglioni, è una vita di merda, non ne posso più… mi dai una mano a uscire dall’eroina? Allora io ti aiuto!

Come ti comporti quando qualcuno dei ragazzi ti dice che vuole andar via per una settimana?

Facciamo una sfida da popolo degli uomini: una settimana? No, gli dico io, torna fra dieci giorni. E non starò mai a controllare se quando esce si fa o no… E’ una differenza importante rispetto alle altre comunità: qui non siamo in caserma.

E i ragazzi tornano?

Sempre! La comunità Saman è strutturalmente antimafiosa perché è fondata su un patto fra uomini liberi.

Eppure la Regione Siciliana non vuole riconoscervi…

Perché abbiamo preso con noi anche un paio di pazzi e qualche alcolizzato. E poi perché qui chi ne ha voglia può fare l’amore.

Solo per questo?

Perché offriamo un modello di vita consumistico, dicono… Abbiamo una piscina, alleviamo i pavoni, coltiviamo i fiori, balliamo: e allora? Per i burocrati della regione è solo uno spreco, una provocazione. Ed è lì che mi fanno incazzare: siccome qui ci stanno i tossicodipendenti, dovremmo andare avanti a pane e mortadella! Il loro modello è il lager come San Patrignano, bei casermoni stile Fiat e magari uno alla Muccioli che dice sempre parole solenni: i valori del lavoro, la dignità, il rispetto, viva i magistrati…

E tu, a questi ragazzi, cosa dici?

Io credo che i drogati siano belli: se ne sono andati a guardare la morte in faccia ma sono andati anche molto lontano, dove non è permesso… una trasgressione, bada bene, che a me esteticamente non piace: ho provato tutte le droghe del mondo ma non mi sono mai fatto una “pera”. Non mi piace l’intrusione chimica…

Quanti ragazzi sono passati dalla comunità?

Milleduecento. Adesso ne abbiamo una cinquantina e ci costano un miliardo l’anno. Come facciamo? La mia compagna ha appena finito di firmare ottocento milioni di cambiali.
E’ l’ora del “gruppo”. I ragazzi sono scalzi ed hanno facce liete. Qualcuno ride forte. Rostagno si rifugia dietro un giradischi, la musica scivola fuori e i ragazzi cominciano a muoversi. Sono balli semplici, lunghi cori a denti stretti, la voce sommessa di “Sanatano” che guida i loro movimenti, poi ancora risate ingenue, braccia spalancate, l’emozione di riappropriarsi della vita. Balla pure Vincenzino, che si trascina dietro i suoi ottant’anni e accarezza con lo sguardo le ragazzine.
E’ un’ex guardia di finanza. Stava solo, beveva, non sapeva dove andare a dormire… Che avrei dovuto fare?

L’ultima curiosità: perché vesti sempre di bianco?

Per farmi fare questa domandina dagli altri

E come rispondi?

Dipende da chi ho davanti. Per esempio, perché il bianco è il colore dei riti di passaggio. Oppure, perché consente di vedere subito se sei sporco. Bianco perché siamo infermieri…

Una risposta per me, Rostagno…
Vendo gelati, io… Come vuoi che mi vesta?

07 marzo 2011

I ragazzi uccisi per le loro idee

Dagli omicidi di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci a quello di Valerio Verbano. Verità storiche senza giustizia penale

di Daniele Biacchessi
da http://www.cadoinpiedi.it/

Milano. Sabato 18 marzo 1978. Il vento di marzo sposta il lampioncino in fondo a destra, lo fa dondolare come un'altalena. Il silenzio maschera il rumore sordo di passi veloci. Sono quelli di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, detto Iaio. Loro sono due ragazzi che vestono come una volta: jeans scampanati,camicione a quadretti, giubbotti con le frange, capelli lunghi. Di sabato, a quell'ora, percorrono via Mancinelli, la strada che divide in due il quartiere Casoretto.Trecento metri senza luce,un luogo poco frequentato, buio. Trecento metri che mettono paura.

La loro vita scorre come la trama di un film e i ricordi sono rapidi. Quelle giornate passate a suonare al Parco Lambro, sognando la California, l'India, il Messico, sempre lì, pronti ad ascoltare chi torna da mete lontane, ognuno dentro la sua piccola verità. La memoria si rincorre come le chitarre di Crosby,Stills,Nash e Young, di Keith Richard e Mick Taylor dei Rolling Stones. Le voci degli amici, delle ragazze, le lunghe discussioni politiche, le feste al Leoncavallo, concerti di jazz di blues, il teatro.

All'altezza del portone dell'Anderson School i passi d'improvviso si fermano. Fausto e Jaio avvertono il pericolo,si voltano per chiedere aiuto ma intorno a loro c'è il vuoto e la solitudine di Milano. Così due persone si avvicinano con fare sbrigativo. Li bloccano. Ora i quattro si trovano faccia a faccia. Si fa avanti uno con l'impermeabile bianco e il bavero alzato. "Siete del Centro Sociale Leoncavallo?". Fausto e Lorenzo si guardano, sono increduli. Non rispondono perché non vi è risposta alcuna.

Il senso della loro speranza si spegne sotto i colpi di otto proiettili Winchester calibro 7,65 sparati da un professionista. Un'esecuzione. Il primo a cadere è Fausto. Poi tocca a Lorenzo. Fausto è riverso sul piano stradale mentre Jaio si trova a breve distanza, centrato dal killer mentre tenta una fuga impossibile. Dopo quei colpi sordi la strada si fa ancora più scura e nel buio scappano come sempre gli assassini.

A oggi, per la morte di Fausto e Iaio c'é una verità storica scritta nel decreto di archiviazione del giudice Clementina Forleo del 6 dicembre 2000.
"Pur in presenza dei significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva ed in particolari degli attuali indagati (Massimo Carminati, Claudio Bracci, Mario Corsi), appare evidente allo stato la non superabilità in giudizio del limite appunto indiziario di questi elementi, e ciò soprattutto per la natura de relato delle pur rilevanti dichiarazioni".
In un'intervista esclusiva per Radio24, la madre di Fausto, Danila Tinelli pochi giorni fa mi ha rivelato:

"Negli anni ho riannodato i fili della memoria, i pezzi di un piccolo mosaico che mi ha permesso di raggiungere la vera verità che io conosco. Mio figlio è stato vittima di un commando di killer giunti da Roma a Milano, nel pieno del rapimento di Aldo Moro, in una città blindata da forze dell'ordine. Un omicidio su commissione di uomini dei servizi segreti. Gli apparati dello Stato avevano affittato un appartamento al terzo piano del mio palazzo, in via Monte Nevoso 9, esattamente davanti all'appartamento in cui risiedevano appartenenti alle Brigate Rosse, responsabili del rapimento Moro, dove vennero rinvenuti i memoriali del presidente della Democrazia cristiana".

Poi Danila Tinelli è entrata nei particolari:
"Prima del rapimento Moro e dell'omicidio di mio figlio, tra la fine del '77 e l'inizio del '78, la famiglia che occupava l'appartamento al terzo piano del mio palazzo venne mandata via d'urgenza con uno sfratto esecutivo. La casa era rimasta vuota per qualche settimana. A un certo punto la portinaia dello stabile, mentre puliva al terzo piano, vide alcune persone entrare nell'appartamento, si agitò e me ne parlò. E da allora ho cominciato a sentire rumori sulle scale specie di notte, fino a vedere attraverso lo spioncino persone che andavano al terzo piano con strani congegni, apparecchi fotografici. Nessuno, oltre a me, si è domandato cosa stessero facendo quelle persone. Ho messo in relazione la presenza di quelle persone con alcuni fatti strani avvenuti prima dell'omicidio. Una ragazza venne a cercare mio figlio a casa mia. Quando la descrissi, mio figlio non la riconobbe come un'amica. Eravamo spiati, controllati, almeno due mesi prima."

Per la morte di Fausto e Iaio c'è una verità storica senza una giustizia penale. Una verità tardiva che giunge anche dalla recente riapertura delle inchieste sull'omicidio di Valerio Verbano, il giovane autonomo romano ucciso il 22 febbraio 1980 da un proiettile calibro 38, sparato da un commando neofascista.

La stessa giustizia negata per gli omicidi di Franco Serrantini, Saverio Saltarelli, Roberto Franceschi, Giannino Zibecchi, Claudio Varalli, Walter Rossi, Pietro Bruno, Alceste Campanile, Giorgiana Masi, Luca Rossi, Carlo Giuliani e decine di altri ragazzi uccisi lungo le strade e nelle piazze italiane soltanto per le loro idee

Cuneo è antifascista

Aprire una sede di casapound a Cuneo? Una città con una storia gloriosa di Resistenza contro il nazifascismo, dove molti partigiani morirono per conquistare la Libertà e permettere anche a noi di essere liberi

da http://www.youtube.com/user/yougabry

Il Comitato Antifascista per la Difesa della Costituzione si è riunito in Comune per condannare l'apertura di questa sede da parte di un'organizzazione neofascista che in tutta Italia pratica razzismo, nostalgia nazifascista, violenza e squadrismo. Al Comitato hanno partecipato numerose associazioni democratiche e antifasciste per difendere la Costituzione, la nostra città e l'Italia democratica.

Il presidio è numeroso, colorato e pacifico fino a quando l'atmosfera cambia e spontaneamente, e senza preavviso, parte uno corteo volto a contestare l'apertura di casapound. Le istituzioni condannano all'unanimità le violenze, ma si può constatare che la presenza di fascisti in una città democratica crea numerose risposte non controllabili né prevedibili. Queste organizzazioni non trovando consenso nella popolazione, cerca di creare climi violenti per poter passare come vittime nei media e essere legittimati a vendicarsi e agire nel nome della libertà di parola, dimenticando che l'intolleranza è la madre del fascismo.

La giornata finisce con una due bellissime canzoni popolari che la storia ci insegna, cantate dalle donne della non violenza in ricordo delle donne, che anche loro combatterono, in modo non violento, durante la Resistenza.

Video http://www.youtube.com/watch?v=Jgb3bMkOH2s

Catania, furti di memoria

Un furto grave di memoria sta per consumarsi a Catania, la nuova capitale degli interessi e delle impunità mafiose, se prendiamo per buone le cose che ci dice un galantuomo come il presidente siciliano di Confindustria Ivan Lo Bello

di Claudio Fava

Catania è sempre stata città volubile e gradassa come certe pigre capitali orientali. Non esiste altro luogo al mondo in cui tutto il potere (politico, editoriale, economico) sia concentrato in così poche mani e tasche: è così a Catania, ostaggio da molti anni del democristiano Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia, e dell’editore Mario Ciancio, padrone di ogni parola che viene pubblicata sui quotidiani dell’isola.

In nessun’altra città d’occidente un’indagine per mafia a carico dei due padroni della città verrebbe tenuta sotto chiave per mesi dal capo della procura Vincenzo D’Agata, in attesa che il suo pensionamento per raggiunti limiti di età lo liberi da ogni imbarazzo. In nessun luogo del creato su una storia come questa si tace così sfacciatamente come a Catania: non una sillaba dagli onorevoli locali, non un cenno di preoccupazione dall’amministrazione, non una parola fuori posto. Mai. I nomi di Lombardo e di Ciancio continuano ad essere pronunciati sottovoce, preceduti da aspersioni d’incenso e dal segno della croce come faceva la moglie del Gattopardo prima di concedersi al marito.

Spetterebbe alla Procura della Repubblica dirci, e in tempi brevi, che idea si sono fatti di questi due signori, assisi e inamovibili in cima ai loro regni nonostante l’accusa d’essere amici dei mafiosi. Ma la Procura è senza il suo Capo, il suddetto D’Agata, corso in pensione alla fine di febbraio e non ancora sostituito dal CSM. A Roma sono state presentate sedici domande, quasi tutte di risulta rispetto all’unica autocandidatura che, per titoli e anzianità, svetta sulle altre: quella dell’attuale Procuratore Generale della città Giovanni Tinebra. Ed è qui che rischia di consumarsi il più sfacciato furto di memoria: perché se i membri del CSM alla fine sceglieranno Tinebra, vorrà dire che si è smarrito ogni ricordo dei rapporti di consuetudine e amicizia che legano da un quarto di secolo il giudice Tinebra ai piani alti della città. Cominciando proprio da Mario Ciancio, grande sponsor di Tinebra ma agli atti formalmente indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.

Dicono che la candidatura di Tinebra, fortemente sollecitata dagli inquilini di quei piani alti, sia stata presentata l’ultimo giorno utile, e senza particolare entusiasmo. Forse peseranno le precarie condizioni di salute del futuro capo della Procura: ne parla un’interrogazione parlamentare presentata tre giorni fa dai deputati radicali al ministro Alfano. Vi si legge di un invito declinato dal dottor Tinebra, chiamato a comparire a Palermo come teste nel processo a carico del generale Mori. Non posso venire, scrive Tinebra il 19 gennaio del 2010, non sto bene: e allega un certificato medico in cui si fa riferimento, parole di Tinebra, “sia alla stancabilità di cui sono affetto ed alla non sempre brillante memoria di cui dispongo, sia in relazione alla scarsa coordinazione dell'attività fisica che mi affligge, scarsa coordinazione che mi comporta spesso reazioni emozionali assolutamente spropositate…”.

Un impedimento grave e permanente. Che impedisce a Tinebra di testimoniare in un processo importante (i depistaggi sulla strage di via D’Amelio) ma non di candidarsi alla guida della Procura più chiacchierata d’Italia. Inutile ricordare che in quegli uffici sui nomi di Lombardo e di Ciancio s’è consumato un duro scontro tra alcuni magistrati che pretendono di considerare la legge uguale per tutti (perfino per l’Editore e il Governatore) e il procuratore uscente che ha sempre cercato di negare, tacere, archiviare, dimenticare… Ora con l’arrivo di Tinebra, la linea della continuità è garantita: e su certi nomi e cognomi si tornerà a parlare nelle pieghe di un sussurro, con parole circospette, come in chiesa. A meno che il CSM dia ascolto alla lettera che centinaia di associazioni e di cittadini catanesi (tra loro, nessun parlamentare eletto in quella città) gli hanno indirizzato per chiedere “che la nomina a Procuratore Capo della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Catania ricada su una personalità di alto spessore che eserciti l'autonomia della magistratura rispetto al potere politico, che sia capace di operare al di fuori delle logiche proprie del sistema politico affaristico della città…”. Parole di buon senso, ci sembra. O no?