7 marzo 2011

I ragazzi uccisi per le loro idee

Dagli omicidi di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci a quello di Valerio Verbano. Verità storiche senza giustizia penale

di Daniele Biacchessi
da http://www.cadoinpiedi.it/

Milano. Sabato 18 marzo 1978. Il vento di marzo sposta il lampioncino in fondo a destra, lo fa dondolare come un'altalena. Il silenzio maschera il rumore sordo di passi veloci. Sono quelli di Fausto Tinelli e Lorenzo Iannucci, detto Iaio. Loro sono due ragazzi che vestono come una volta: jeans scampanati,camicione a quadretti, giubbotti con le frange, capelli lunghi. Di sabato, a quell'ora, percorrono via Mancinelli, la strada che divide in due il quartiere Casoretto.Trecento metri senza luce,un luogo poco frequentato, buio. Trecento metri che mettono paura.

La loro vita scorre come la trama di un film e i ricordi sono rapidi. Quelle giornate passate a suonare al Parco Lambro, sognando la California, l'India, il Messico, sempre lì, pronti ad ascoltare chi torna da mete lontane, ognuno dentro la sua piccola verità. La memoria si rincorre come le chitarre di Crosby,Stills,Nash e Young, di Keith Richard e Mick Taylor dei Rolling Stones. Le voci degli amici, delle ragazze, le lunghe discussioni politiche, le feste al Leoncavallo, concerti di jazz di blues, il teatro.

All'altezza del portone dell'Anderson School i passi d'improvviso si fermano. Fausto e Jaio avvertono il pericolo,si voltano per chiedere aiuto ma intorno a loro c'è il vuoto e la solitudine di Milano. Così due persone si avvicinano con fare sbrigativo. Li bloccano. Ora i quattro si trovano faccia a faccia. Si fa avanti uno con l'impermeabile bianco e il bavero alzato. "Siete del Centro Sociale Leoncavallo?". Fausto e Lorenzo si guardano, sono increduli. Non rispondono perché non vi è risposta alcuna.

Il senso della loro speranza si spegne sotto i colpi di otto proiettili Winchester calibro 7,65 sparati da un professionista. Un'esecuzione. Il primo a cadere è Fausto. Poi tocca a Lorenzo. Fausto è riverso sul piano stradale mentre Jaio si trova a breve distanza, centrato dal killer mentre tenta una fuga impossibile. Dopo quei colpi sordi la strada si fa ancora più scura e nel buio scappano come sempre gli assassini.

A oggi, per la morte di Fausto e Iaio c'é una verità storica scritta nel decreto di archiviazione del giudice Clementina Forleo del 6 dicembre 2000.
"Pur in presenza dei significativi elementi indiziari a carico della destra eversiva ed in particolari degli attuali indagati (Massimo Carminati, Claudio Bracci, Mario Corsi), appare evidente allo stato la non superabilità in giudizio del limite appunto indiziario di questi elementi, e ciò soprattutto per la natura de relato delle pur rilevanti dichiarazioni".
In un'intervista esclusiva per Radio24, la madre di Fausto, Danila Tinelli pochi giorni fa mi ha rivelato:

"Negli anni ho riannodato i fili della memoria, i pezzi di un piccolo mosaico che mi ha permesso di raggiungere la vera verità che io conosco. Mio figlio è stato vittima di un commando di killer giunti da Roma a Milano, nel pieno del rapimento di Aldo Moro, in una città blindata da forze dell'ordine. Un omicidio su commissione di uomini dei servizi segreti. Gli apparati dello Stato avevano affittato un appartamento al terzo piano del mio palazzo, in via Monte Nevoso 9, esattamente davanti all'appartamento in cui risiedevano appartenenti alle Brigate Rosse, responsabili del rapimento Moro, dove vennero rinvenuti i memoriali del presidente della Democrazia cristiana".

Poi Danila Tinelli è entrata nei particolari:
"Prima del rapimento Moro e dell'omicidio di mio figlio, tra la fine del '77 e l'inizio del '78, la famiglia che occupava l'appartamento al terzo piano del mio palazzo venne mandata via d'urgenza con uno sfratto esecutivo. La casa era rimasta vuota per qualche settimana. A un certo punto la portinaia dello stabile, mentre puliva al terzo piano, vide alcune persone entrare nell'appartamento, si agitò e me ne parlò. E da allora ho cominciato a sentire rumori sulle scale specie di notte, fino a vedere attraverso lo spioncino persone che andavano al terzo piano con strani congegni, apparecchi fotografici. Nessuno, oltre a me, si è domandato cosa stessero facendo quelle persone. Ho messo in relazione la presenza di quelle persone con alcuni fatti strani avvenuti prima dell'omicidio. Una ragazza venne a cercare mio figlio a casa mia. Quando la descrissi, mio figlio non la riconobbe come un'amica. Eravamo spiati, controllati, almeno due mesi prima."

Per la morte di Fausto e Iaio c'è una verità storica senza una giustizia penale. Una verità tardiva che giunge anche dalla recente riapertura delle inchieste sull'omicidio di Valerio Verbano, il giovane autonomo romano ucciso il 22 febbraio 1980 da un proiettile calibro 38, sparato da un commando neofascista.

La stessa giustizia negata per gli omicidi di Franco Serrantini, Saverio Saltarelli, Roberto Franceschi, Giannino Zibecchi, Claudio Varalli, Walter Rossi, Pietro Bruno, Alceste Campanile, Giorgiana Masi, Luca Rossi, Carlo Giuliani e decine di altri ragazzi uccisi lungo le strade e nelle piazze italiane soltanto per le loro idee

Cuneo è antifascista

Aprire una sede di casapound a Cuneo? Una città con una storia gloriosa di Resistenza contro il nazifascismo, dove molti partigiani morirono per conquistare la Libertà e permettere anche a noi di essere liberi

da http://www.youtube.com/user/yougabry

Il Comitato Antifascista per la Difesa della Costituzione si è riunito in Comune per condannare l'apertura di questa sede da parte di un'organizzazione neofascista che in tutta Italia pratica razzismo, nostalgia nazifascista, violenza e squadrismo. Al Comitato hanno partecipato numerose associazioni democratiche e antifasciste per difendere la Costituzione, la nostra città e l'Italia democratica.

Il presidio è numeroso, colorato e pacifico fino a quando l'atmosfera cambia e spontaneamente, e senza preavviso, parte uno corteo volto a contestare l'apertura di casapound. Le istituzioni condannano all'unanimità le violenze, ma si può constatare che la presenza di fascisti in una città democratica crea numerose risposte non controllabili né prevedibili. Queste organizzazioni non trovando consenso nella popolazione, cerca di creare climi violenti per poter passare come vittime nei media e essere legittimati a vendicarsi e agire nel nome della libertà di parola, dimenticando che l'intolleranza è la madre del fascismo.

La giornata finisce con una due bellissime canzoni popolari che la storia ci insegna, cantate dalle donne della non violenza in ricordo delle donne, che anche loro combatterono, in modo non violento, durante la Resistenza.

Video http://www.youtube.com/watch?v=Jgb3bMkOH2s

Catania, furti di memoria

Un furto grave di memoria sta per consumarsi a Catania, la nuova capitale degli interessi e delle impunità mafiose, se prendiamo per buone le cose che ci dice un galantuomo come il presidente siciliano di Confindustria Ivan Lo Bello

di Claudio Fava

Catania è sempre stata città volubile e gradassa come certe pigre capitali orientali. Non esiste altro luogo al mondo in cui tutto il potere (politico, editoriale, economico) sia concentrato in così poche mani e tasche: è così a Catania, ostaggio da molti anni del democristiano Raffaele Lombardo, governatore della Sicilia, e dell’editore Mario Ciancio, padrone di ogni parola che viene pubblicata sui quotidiani dell’isola.

In nessun’altra città d’occidente un’indagine per mafia a carico dei due padroni della città verrebbe tenuta sotto chiave per mesi dal capo della procura Vincenzo D’Agata, in attesa che il suo pensionamento per raggiunti limiti di età lo liberi da ogni imbarazzo. In nessun luogo del creato su una storia come questa si tace così sfacciatamente come a Catania: non una sillaba dagli onorevoli locali, non un cenno di preoccupazione dall’amministrazione, non una parola fuori posto. Mai. I nomi di Lombardo e di Ciancio continuano ad essere pronunciati sottovoce, preceduti da aspersioni d’incenso e dal segno della croce come faceva la moglie del Gattopardo prima di concedersi al marito.

Spetterebbe alla Procura della Repubblica dirci, e in tempi brevi, che idea si sono fatti di questi due signori, assisi e inamovibili in cima ai loro regni nonostante l’accusa d’essere amici dei mafiosi. Ma la Procura è senza il suo Capo, il suddetto D’Agata, corso in pensione alla fine di febbraio e non ancora sostituito dal CSM. A Roma sono state presentate sedici domande, quasi tutte di risulta rispetto all’unica autocandidatura che, per titoli e anzianità, svetta sulle altre: quella dell’attuale Procuratore Generale della città Giovanni Tinebra. Ed è qui che rischia di consumarsi il più sfacciato furto di memoria: perché se i membri del CSM alla fine sceglieranno Tinebra, vorrà dire che si è smarrito ogni ricordo dei rapporti di consuetudine e amicizia che legano da un quarto di secolo il giudice Tinebra ai piani alti della città. Cominciando proprio da Mario Ciancio, grande sponsor di Tinebra ma agli atti formalmente indagato per concorso esterno in associazione mafiosa.

Dicono che la candidatura di Tinebra, fortemente sollecitata dagli inquilini di quei piani alti, sia stata presentata l’ultimo giorno utile, e senza particolare entusiasmo. Forse peseranno le precarie condizioni di salute del futuro capo della Procura: ne parla un’interrogazione parlamentare presentata tre giorni fa dai deputati radicali al ministro Alfano. Vi si legge di un invito declinato dal dottor Tinebra, chiamato a comparire a Palermo come teste nel processo a carico del generale Mori. Non posso venire, scrive Tinebra il 19 gennaio del 2010, non sto bene: e allega un certificato medico in cui si fa riferimento, parole di Tinebra, “sia alla stancabilità di cui sono affetto ed alla non sempre brillante memoria di cui dispongo, sia in relazione alla scarsa coordinazione dell'attività fisica che mi affligge, scarsa coordinazione che mi comporta spesso reazioni emozionali assolutamente spropositate…”.

Un impedimento grave e permanente. Che impedisce a Tinebra di testimoniare in un processo importante (i depistaggi sulla strage di via D’Amelio) ma non di candidarsi alla guida della Procura più chiacchierata d’Italia. Inutile ricordare che in quegli uffici sui nomi di Lombardo e di Ciancio s’è consumato un duro scontro tra alcuni magistrati che pretendono di considerare la legge uguale per tutti (perfino per l’Editore e il Governatore) e il procuratore uscente che ha sempre cercato di negare, tacere, archiviare, dimenticare… Ora con l’arrivo di Tinebra, la linea della continuità è garantita: e su certi nomi e cognomi si tornerà a parlare nelle pieghe di un sussurro, con parole circospette, come in chiesa. A meno che il CSM dia ascolto alla lettera che centinaia di associazioni e di cittadini catanesi (tra loro, nessun parlamentare eletto in quella città) gli hanno indirizzato per chiedere “che la nomina a Procuratore Capo della Procura della Repubblica presso il Tribunale di Catania ricada su una personalità di alto spessore che eserciti l'autonomia della magistratura rispetto al potere politico, che sia capace di operare al di fuori delle logiche proprie del sistema politico affaristico della città…”. Parole di buon senso, ci sembra. O no?