24 aprile 2011

Lampedusa

Da Roma in aereo ci vuole poco più di un’ora, Lampedusa è vicina

di Giovanni De Mauro
da internazionale.it

Se uno ha molti impegni e non può trattenersi, in una mezza giornata riesce ad andare e tornare. Infatti Berlusconi ci è andato, com’è giusto che sia per un presidente del consiglio. Per vedere da vicino, rendersi conto direttamente, incontrare le persone. Poi ha fatto il solito teatrino, con promesse impossibili da mantenere e l’annuncio di aver comprato una casa sull’isola.

Ma almeno, tra una serata ad Arcore e un’udienza in tribunale, ha trovato il tempo di andarci.

Da sinistra, invece, non si fa vedere nessuno. Sbarcano migliaia e migliaia di persone, provenienti da paesi vicini sconvolti da rivoluzioni e guerre, e nessun leader dell’opposizione che senta la necessità di testimoniare la propria solidarietà, provare a capire che succede, cercare di rendersi utile, ascoltare gli immigrati, gli abitanti dell’isola, gli amministratori locali, le forze dell’ordine, gli operatori umanitari.

Dove sono Bersani e Veltroni, Vendola e Renzi, Ferrero e Di Pietro? Forse sono troppo impegnati. Ma il sospetto, purtroppo, è che se finora non sono andati è perché non hanno niente da dire, o da proporre.

Alla conquista del Veneto

di Cesare Piccitto
da Newsletter "verità e giustizia"
(liberainformazione.org)

La regione attira gli appetiti delle cosche. Romani, Avviso Pubblico: «Serve reazione della società»

«Nell'arco di due settimane ci sono state tre operazioni condotte dalla Dia veneta, documentalmente la penetrazione mafiosa nel tessuto sociale veneziano è innegabile». Sono le parole di Pier Paolo Romani coordinatore di Avviso Pubblico. Alcuni giorni fa è stata sgominata una grossa organizzazione camorristica, affiliata al clan dei Casalesi, operazione coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Venezia. La banda, che aveva la sua base coperta dalle attività della società di recupero crediti Aspide, aveva diramazioni in tutta Italia. Infatti, per eseguire i 29 mandati di custodia cautelare e le relative perquisizioni sono stati impegnati oltre 300 Carabinieri, due unità cinofile e due elicotteri, che sono intervenuti nelle province di Brescia, Cagliari, Caserta, Mantova, Milano, Napoli, Padova, Rovigo, Taranto, Verona, Napoli e Salerno.

Durante le indagini sono stati accertati oltre 100 casi di estorsione a società e oltre 60 di usura aggravata, talvolta con vendite fittizie da parte degli usurati agli usurai. «In questa ultima operazione – commenta Romani - emergono importanti novità. Sembrerebbe esserci un diverso rapporto tra economia legale ed economia mafiosa. Se prima la criminalità in Veneto si poneva solo come "service" per le aziende, oggi la mafia diventa essa stessa imprenditrice, con aziende interamente proprie». Il meccanismo era semplice: Mario Crisci - detto "il dottore" - che comandava il gruppo, prestava soldi agli imprenditori che ne avevano bisogno, con interessi che arrivavano al 180%.

Quando costoro non riuscivano a pagare, cominciavano le intimidazioni, le minacce, i pestaggi e quando necessario anche i sequestri di persona (è capitato due volte) per costringere l'imprenditore a pagare. Anche nel racket emergono delle novità: «Se prima - sottolinea Romani - l'estorsione della criminalità campana era diretta solo ad aziende gestite da campani, oggi non fa più differenza. Le aziende venete vengono vessate con le stesse identiche dinamiche». E quando non rimaneva più nulla, l'imprenditore veniva costretto a fare una vendita fittizia della propria attività, per saldare i propri debiti. Almeno 17 persone hanno fatto questa fine. Per nascondere i pagamenti, spesso veniva usato il sistema di ricaricare le carte posta-pay degli affiliati, creando un vero e proprio stipendio per gli stessi.

I reati contestati sono di associazione a delinquere di stampo mafioso finalizzato all'usura, all'estorsione e all'esercizio abusivo dell'attività di intermediazione finanziaria Riguardo le reazioni alla criminalità da parte della società civile, Romani conclude: «C'è una efficace azione degli organi investigativi sul fenomeno mafioso. In Veneto non c'è ancora, invece, una reazione adeguata da parte del resto della società. Servirebbe molta più vicinanza agli imprenditori che denunnciano. Lottare insieme sia nel versante legale ma anche nel versante culturale all'interno di tutta la società».

18 aprile 2011

Catania: sequestrati i beni della famiglia D'Emanuele

Un'altro importante sequestro della Direzione Investigativa Antimafia di Catania

di Cesare Piccitto
da liberainformazione.org
Catania, 08.04.2011

Un'altro importante sequestro della Direzione Investigativa Antimafia di Catania ha consentito di colpire al cuore l’organizzazione mafiosa proprio laddove essa è più sensibile: nell’arricchimento economico realizzato con il reimpiego di capitali di illecita provenienza, affiancato all’illecita concorrenza nel mercato, il vero “core business” della mafia Beni per un valore complessivo di circa 10 milioni di euro sono stati sequestrati dalla Direzione investigativa antimafia di Catania alla 'famiglia' D'Emanuele, ramo di Cosa nostra legato al clan Santapaola. L'operazione rappresenta un proseguo dell'operazione 'Cherubino' contro il monopolio del 'caro estinto' del maggio 2010, le indagini abbracciano un arco temporale compreso tra il 2005 ed il 2009 e sono state finalizzate a rilevare la capacità reddituale dei D’Emanuele. Secondo la Dia i D'Emanuele, utilizzando persone compiacenti, avrebbero diversificato la propria attivita' imprenditoriale investendo ingenti capitali in attivita' del settore delle scommesse, ittico, immobiliare e fotografico. L'ingente patrimonio sequestrato è costituito da società, immobili ed autoveicoli, per un valore di circa dieci milioni di Euro. I beni sequestrati sono ritenuti riconducibili a soggetti sospettati di appartenere, attraverso la famiglia D’Emanuele, al ramo di Cosa Nostra catanese facente capo al clan Santapaola.

VIDEO REGIONE OPERAZIONE "CHERUBINO" del 2010:




Il sequestro avviene a seguito degli arresti già operati dalla stessa D.I.A. nel maggio 2010, con l’operazione “Cherubino” in esecuzione di ordinanza di custodia cautelare in carcere. Gli arresti avevano consentito di neutralizzare l’operatività e le attività criminali dei componenti della famiglia D’Emanuele il cui capostipite Natale, “uomo d’onore”, già colpito dall’ordinanza unitamente ai figli Antonino ed Andrea, è considerato reggente del “gruppo di Castello Ursino” per il clan Santapaola. In particolare è emerso che i D’Emanuele stavano diversificando i loro investimenti interessandosi al settore ittico, apportando capitali in una Società in difficoltà economica denominata “Blanco Pesca Srl”. Inoltre, dagli accertamenti economico-patrimoniali, sono emersi gli investimenti confluiti nella ristrutturazione di un prestigioso stabilimento balneare, denominato “Lido Romina” ed ubicato alla Playa di Catania che sequestrato al D’Emanuele Natale nel 1994, a seguito di Misura di Prevenzione Patrimoniale e dissequestrato nel 2002 è stato fittiziamente ceduto a soggetti compiacenti, che ne hanno modificato la denominazione in “Sobha”. Sono state individuate, anche, due società immobiliari “ED.IM. Srl e Edil Immobiliare Srl”, un’agenzia di scommesse ed un’impresa operante nel settore dello sviluppo e stampa fotografico intestate e/o riconducibili sempre ai D’Emanuele.

04 aprile 2011

Da parcheggio a centro commerciale A Catania non è reato

“Il fatto non sussiste”, nella calda Catania è arrivata l’assoluzione in primo grado per tutti gli imputati di abuso d’ufficio nel processo per la gestione dell’ufficio speciale creato da Silvio Berlusconi nel 2002

di Antonio Condorelli
da livesicilia

Trasformare con una scrittura privata un parcheggio antisismico in centro commerciale, a Catania è possibile, senza che il fatto costituisca reato. In questo caso a tirare un respiro di sollievo è l’imprenditore Ennio Virlinzi, socio dell’editore Mario Ciancio nella costruzione del parcheggio Europa, che sarà dissequestrato. Il tribunale etneo ha condiviso le tesi della consulenza co-firmata dall’ingegner Guido Moutier, professionista di altissimo profilo, già candidato presidente della provincia di Lucca per Forza Italia. La modifica di destinazione d’uso, da parcheggio a bottega, di parte della costruzione, non avrebbe avvantaggiato i privati imprenditori.

Al contrario i Pm Giuseppe Gennaro e Francesco Puleio, titolari dell’inchiesta, avevano ipotizzato l’esistenza di un’intesa tra costruttori ed amministratori nella gestione delle gare d’appalto. “Gare” avvenute aprendo in anticipo le buste, valutando in maniera contrapposta i medesimi progetti spesso copiati tra i concorrenti, ma anche accelerando le procedure in campagna elettorale.

Nello scioglilingua emergenziale non si contano a Catania le opere realizzate durante l’emergenza traffico ed abbandonate dopo l’inaugurazione. E’ il caso del parcheggio Obelischi, costato 8 milioni di euro, il Fontanarossa, 13,5milioni, tanto per fare un esempio. All’interno di un’intervista pubblicata in esclusiva da Livesicilia, l’ex assessore al Patrimonio del Pdl Pippo Arcidiacono ha parlato di un’eredità di €25mln di debiti per le casse comunali ma la Corte dei Conti non batte ciglio; il vice di Guido Bertolaso, Alberto Stancanelli, ha confermato di non aver ricevuto le relazioni trimestrali previste dall’ordinanza firmata da Berlusconi. Derogando alle normative antimafia è stato anche possibile aggiudicare, nell’indifferenza cittadina, il parcheggio Sanzio al cugino del boss La Rocca.

A chiudere il cerchio c’è la costruzione della cosiddetta “viabilità di scorrimento”, originariamente “via di fuga”, trasformata in corso di gara in mega centro commerciale che dovrebbe sorgere alle spalle del borgo di pescatori di S.Giovanni Li Cuti. L’impresa vincitrice della gara ha chiesto la nomina di un commissario ad acta per sbloccare le procedure burocratiche che vedono distratto il sindaco Raffaele Stancanelli. Carte alla mano fanno 400mila metri cubi di sbancamenti sul mare, e cemento a volontà. Ultimo regalo dell’emergenza traffico a Catania. Dove tutto è possibile.

Confermate le minacce a Lirio Abbate: la solidarieta' di Ossigeno e della FNSI

Il quotidiano "La Stampa" ha rivelato che Cosa Nostra voleva proprio uccidere il giornalista Lirio Abbate

Recenti intercettazioni ambientali del pentito Giovanni Brusca hanno confermato che gli attentati subiti quattro anni fa dal giornalista siciliano non erano episodici. C'era un piano. L’ultima conferma giunge dalle parole del boss Giovanni Brusca, intercettato in carcere mentre parla con la moglie ed i cognati. Brusca parla di alcuni omicidi che erano stati pianificati. Nel mirino anche l’ex pm Antonio Di Pietro e l’editore Carlo De Benedetti. Le indagini mettono in luce una sorta di patto federativo tra Cosa Nostra, camorra e 'ndrangheta per eliminare personaggi scomodi: politici, editori, magistrati e il giornalista dell’Espresso. Una relazione dei servizi segreti in possesso della Procura di Messina ricostruisce l'incontro tra un avvocato di Palermo e un esponente della 'ndrangheta. Durante il quale fu chiesto ‘’il favore’’ di eliminare "quel giornalista". Lirio Abbate, oggi giornalista di punta del settimanale ‘’L’Espresso’’, prima dell’ANSA, vive sotto scorta da quattro anni. Ha dichiarato al Fatto Quotidiano: "Cosa Nostra spara quando tocchi i suoi affari. Il problema nasce quando tocchi i 'colletti bianchi', gli insospettabili. Quando arrivi alla zona grigia, quella inesplorata fino a pochi anni fa. E fai i nomi".


La solidarietà di Ossigeno a Lirio Abbate e ad altri 21 giornalisti minacciati in Italia da gennaio 2011

di Alberto Spampinato

Dare solidarietà a Lirio Abbate, per noi di Ossigeno, sarebbe come darla a noi stessi. Perciò ci limitiamo a dare a Lirio un forte abbraccio, anche se, essendo egli un po’ orso, ciò può metterlo in imbarazzo più di una minaccia. Lirio è il nostro Primo Osservatore. E’ la pietra su cui è stato costruito l’Osservatorio. Chi non consoce la storia di Lirio, chi non ha letto i suoi libri e i suoi articoli, non conosce il lato d’ombra in cui si svolge la vicenda del potere in Italia. La sua storia personale dice da sola il motivo per cui è nato Ossigeno: dare visibilità e sostegno a chi nel campo del giornalismo fa il lavoro più difficile, a chi prende il fuoco con le mani, a chi maneggia le notizie più scomode, a chi invece di autocensurarsi accetta consapevolmente di correre un rischio e poi, spesso, resta isolato, fatica a trovare comprensione e solidarietà perfino fra gli stessi giornalisti. Ognuno di noi conosce qualcuno di quei giornalisti che in questi quattro anni in cui Lirio ha vissuto sotto scorta è venuto a insinuare,senza alcuna pezza d’appoggio, che le minqacce nei suoi confronti fossero una montatura. Sembra proprio che non siano. Era già evidente, ed ora le ultime notizie filtrate dalle indagini giudiziarie lo confermano come una prova del nove. Eppure la tentazione dell’isolamento, di mantenere il dubbio, un “ma” che esime dall’impegno e dalla solidarietà anche a dispetto della realtà, resta ed è dura a morire. S’è visto, duole costatarlo, anche rispetto a queste rivelazione sui progetti di Cosa Nostra per eliminarlo. Quanti giornali e quanti giornalisti hanno dato la notizia? Pochi. Quanti giornalisti hanno scritto delle minacce mafiose a Carlo De Benedetti e ad Antonio Di Pietro ma hanno omesso il nome di Lirio e le minacce contro di lui, che pur provengono dalla stessa inchiesta? Si fa fatica a capire come ciò possa accadere senza suscitare alcuna reazione, come possa spiegarsi sul piano della professionalità giornalistica prima ancora che dell’etica. Aggiungo un’altra domanda: quanti giornali hanno scritto che dall’inizio dell’anno ci sono stati almeno 21 episodi di minacce e intimidazioni nei confronti di giornalisti in Italia? Risponderò io: nessuno. Eppure Ossigeno li ha contati, raccontati, descritti , documentati, ha spiegato che i giornalisti coinvolti sono molti di più. Finché in Italia accadranno queste cose, ci sarà molto lavoro per Ossigeno e per i suoi amici e sostenitori.

Natale (FNSI): " Solidarietà a Lirio e vigilanza attiva della FNSI"

“Le informazioni fornite da Francesco La Licata su ‘La Stampa’ in merito ai legami tra mafia, camorra e ‘ndrangheta per l’eliminazione fisica del collega Lirio Abbate, di alcuni importanti editori, di politici e di magistrati di frontiera – ha dichiarato Roberto Natale, presidente della FNSI - fanno pensare ad un progetto stragista di enorme proporzione. La malavita organizzata starebbe, dunque, alzando di nuovo il tiro per riprendere la strategia degli attentati degli anni Novanta. Questo va assolutamente fermato ed il Sindacato dei giornalisti impegnerà tutte le sue forze e le sue energie, per chiedere a voce alta che le istituzioni e la politica tutta si impegnino per stroncare, ove venissero confermate queste informazioni, ogni tentativo di destabilizzazione democratica. Al collega Lirio Abbate, più volte nel mirino della malavita, la fattiva solidarietà della Fnsi”

La 'ndrangheta in Toscana

di Cesare Piccitto
da liberainformazione.org

"La presenza della 'ndrangheta, come quella della camorra, in Toscana non è assolutamente una novità". Le parole di Ciconte non contengono esitazioni sull'argomento. Il docente, esperto delle dinamiche mafiose, prosegue: "la presenza della criminalità organizzata in Toscana è da far risalire ad almeno 15-20 anni fa".

La Toscana non è un isola felice. Se qualcuno lo immagina, ancora, come un territorio immune deve ricredersi. ''Anche in Toscana e' presente la 'ndrangheta, sono presenti i casalesi, e' presente cosa nostra. E' ovvio che la 'ndrangheta in Toscana c'e', ma certo non e' cosi' forte come in Lombardia e in Piemonte. Pero' io non dormirei sogni tranquilli''. L'identico allarme è stato lanciato da Nicola Gratteri, procuratore aggiunto a Reggio Calabria, a margine di un incontro sul tema delle mafie a Firenze.

A dircelo sono, tra gli altri, le recenti operazioni investigative condotte nel territorio. Nel 2004 l’operazione "Decollo bis", porta all’arresto di 112 persone su ordine del Gip di Catanzaro, ma già ulteriori sentori di presenza mafiosa in Toscana, venivano segnalati da due articoli apparsi su due importanti quotidiani usciti nel gennaio del 2000 e nell’ottobre del 2003. Per ordine di Giuseppe Crea della cosca Rizziconi, nel 2008, un imprenditore senese veniva sottoposto ad ogni genere di vessazione. Nel febbraio 2010, nella provincia di Siena, la 'ndrangheta è coinvolta in un traffico di immigrati clandestini in una inchiesta eseguita dalla squadra mobile di Reggio Calabria porta all'arresto di 67 persone.

Nel maggio dello stesso anno le cosche, mettono le mani negli introiti dello smaltimento dei rifiuti. A scoprirlo la squadra mobile della questura di Cosenza che arresta sette esponenti di questa organizzazione. Secondo gli inquirenti, un esponente di spicco di Confindustria di Lucca, sarebbe stato il raccordo tra i calabresi e il mondo degli appalti in Toscana. Gli ultimi fatti sono emersi un'indagine del pm antimafia Ettore Squillace Greco che è sfociata nell'agosto 2010, con otto arresti eseguiti dagli inquirenti a Montepulciano. Una delle cause scatenanti, dell'infiltrazioni mafiose in Toscana, è stata la pessima legge dei "soggiorni obbligati". Nel 1994 la Commissione antimafia approvò la relazione, in tal senso, del senatore Smuraglia. Il documento indicava il soggiorno obbligato come uno dei motivi che avevano determinato la presenza di mafiosi in questo territorio. "Ad una presenza così antica ed acclarata della mafia non corrisponde ancora una adeguata risposta della società civile, che timidamente inizia a destarsi" - conclude Ciconte.