L'intervento di Riccardo Iacona nella conferenza stampa: http://www.radioradicale.it/scheda/332878/conferenza-stampa-quando-informerai
28 luglio 2011
26 luglio 2011
Quando la pazzia diventa lucida politica
L'Amaca
di Michele Serra
da Repubblica di oggi
Il brigatista rosso che spara alla nuca è un folle o un criminale politico? L'attentatore fascista che mette una bomba su un treno è un folle o un criminale politico? I jihadisti che hanno abbattuto le Due Torri sono folli o criminali politici? Nessuno ha mai avuto dubbi in proposito: si tratta di crimini politici, con movente politico e scopo politico. E dunque non si capisce proprio, leggendo molti dei commenti alla strage norvegese, perché mai la mattanza di quasi cento ragazzi di sinistra per mano di uno schifoso fanatico di destra non debba essere inquadrato nella sua piena, ovvia natura di delitto politico, maturato nella cultura razzista del suprematismo bianco, delle "radici cristiane" brandite come arma letale, dell'odio furente contro l'Europa della tolleranza, dell'integrazione, della democrazia.
Se non capiamo questo, e trattiamo l'orrido Breivik come un paranoico "a caso", un incidente psichiatrico dalle conseguenze inaudite, allora non capiamo la profondità e la gravità della rottura culturale, politica, umana tra la destra estrema e la società aperta, che cerca un faticoso ordine amministrando il disordine vitale dell'immigrazione e della globalizzazione. Hitler era un pazzo? Certo, era anche un pazzo. Ma la pazzia che arriva al governo, e scatena la guerra globale e organizza lo sterminio, è politica allo stato puro. E si combatte con la politica.
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l'opinione
25 luglio 2011
Addio al Ponte sullo Stretto di Messina
Niente più asse Berlino-Palermo, meglio collegare Helsinki a Valletta. Benché la notizia sia passata quasi inosservata tra le maglie dei grandi quotidiani nazionali
da http://www.iljournal.it/
da http://www.iljournal.it/
Niente più asse Berlino-Palermo, meglio collegare Helsinki a Valletta. Benché la notizia sia passata quasi inosservata tra le maglie dei grandi quotidiani nazionali, forse preoccupati di non dare un’ulteriore dispiacere a un governo già in crisi di fiducia con i mercati finanziari, questo vuol dire che la Commissione Europea ha deciso di tagliare i fondi per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. Come riportato ieri nella sezione ambiente di questo giornale a settembre verrà presa la decisione definitiva: all’attenzione della Commissione Europea c’è una proposta che ridefinisce i grandi corridoi per lo spostamento di uomini e merci. La priorità non va più all’asse Berlino-Palermo (e dunque al ponte sullo Stretto), bensì a quello Helsinki-Valletta: dalla Finlandia si scende via terra fino a Bari, e poi si prosegue fino a Malta lungo un’”autostrada del mare”. E’ la seconda grande opera italiana a cui l’Unione Europea taglia i fondi nel giro di pochi giorni avendo ridimensionato già il 7 luglio scorso i finanziamenti per la Tav Torino-Lione.
Se a settembre quindi l’Europa deciderà di spostare i contributi sull’asse Helsinki-Valletta sarà ancora più improbabile, di quanto già non lo sia ora, che il ponte di Messina venga costruito.
Il Sole24Ore, che pure dedica un trafiletto alla notizia nell’edizione on line, ne parla in questi termini: “l’Italia dovrà battersi affinché «Europa 2020», il piano di finanziamento della Commissione Ue che partirà nel 2014, non diventi un’occasione perduta” perché perdere i contributi europei “è un lusso che ora non possiamo più permetterci”.
Ma il Sole24Ore dimentica forse che anche gli oltre 250 milioni di euro già spesi senza che del ponte ci fosse un progetto definitivo approvato sono un lusso che non potevamo permetterci. L’Eurolink S.C.p.A., di cui Impregilo è il maggior azionista, ha consegnato il progetto definitivo del ponte alla Società Stretto di Messina soltanto nel dicembre 2010.
Altri due indizi fanno pensare che il Ponte alla fine non verrà costruito: la Corte dei Conti ha invitato ad approfondirne lo studio di fattibilità sottolineando che è interessata a sapere se effettivamente si riuscirà a coprire il 60% dell’investimento necessario attraverso i pedaggi pagati dai veicoli dal momento che non è affatto certo che il volume di traffico sia sufficiente per rientrare delle spese.
Inoltre da una vertenza sindacale in abito locale viene fuori che nessuna opera ferroviaria collegata alla realizzazione del Ponte ha attualmente un progetto esecutivo
“Il gruppo Ferrovie dello Stato svela il bluff del Ponte sullo Stretto”. Lo sostiene la Fit-Cisl di Messina, a seguito dell’incontro di stamattina presso la sede di Italfer, la divisione del gruppo Fs che si occupa delle opere e infrastrutture ferroviarie, sulla programmata chiusura della sezione messinese entro la fine dell’anno, che metterà a rischio il posto per 18 lavoratori specializzati. “Alle nostre rimostranze sull’assurdità di chiudere una sede strategica per le opere ferroviarie connesse alla costruzione del ponte – affermano Enzo Testa e Michele Barresi, della segreteria provinciale Fit Cisl – la spiegazione aziendale è stata disarmante. I vertici di Italfer ci hanno informato come, allo stato attuale, sulla sponda messinese, non esista alcun progetto esecutivo per qualsivoglia opera ferroviaria collegata alla costruzione del ponte”.
24 luglio 2011
Trovato impiccato Di Maio, ex esattore di Santa Maria di Gesù
Il collaboratore di giustizia Giuseppe Di Maio, 34 anni, è stato trovato impiccato nella sua abitazione in una località segreta della Liguria, venerdì scorso
da http://www.livesicilia.it/
da http://www.livesicilia.it/
Probabilmente si è suicidato. L’ex esattore della cosca mafiosa di Santa Maria di Gesù a Palermo non vedeva i figli da oltre un anno e la moglie lo aveva lasciato. Con le sue dichiarazioni, come scrivono alcuni giornali, aveva consentito anche l’arresto del suocero, il boss Giuseppe Lo Bocchiaro. Il collaboratore era ai domiciliari dopo una condanna a 4 anni e mezzo per mafia ed estorsione. La procura ha sollecitato l’autopsia sul cadavere.
Non ha lasciato alcun biglietto e il suo suicidio potrebbe essere imputato a una forte depressione dovuta all’assenza della moglie, che l’aveva lasciato due anni fa, e soprattutto al fatto di non poter vedere i due figli. Ma la morte di Giuseppe Di Maio, 34 anni, ex esattore della cosca di Santa Maria di Gesù, collaboratore di giustizia trovato impiccato venerdì scorso in una casa protetta del levante ligure deve ”essere approfondita”. Con tutta probabilità infatti sul corpo del collaboratore di giustizia sarà eseguita l’autopsia. Nell’abitazione, secondo quanto appreso, non sono stati ritrovati biglietti o lettere: Di Maio è stato trovato impiccato con una fune e da una prima indagine necroscopica esterna la lesione presente sul collo farebbe propendere per il suicidio.
Ciononostante, la procura di Palermo ha sollecitato l’autopsia che potrebbe essere disposta nei prossimi giorni. Giuseppe Di Maio, genero del boss Giuseppe Lo Bocchiaro, era stato arrestato nel marzo 2010: dopo un mese dall’arresto ha iniziato a collaborare facendo così arrestare, oltre allo stesso Lo Bocchiaro, alcuni dei maggiori esponenti della famiglia di Santa Maria di Gesù, guidata fino al 1997 da Pietro Aglieri e in seguito da Ino Corso. La moglie di Di Maio si dissociò pubblicamente dalla decisione del marito, abbandonandolo. L’attività di Di Maio nell’ambito della famiglia mafiosa, era incentrata sul business delle estorsioni perpetrate a danno di commercianti della zona di sua competenza. Nel suo portafogli, al momento dell’arresto, gli inquirenti ritrovarono la lista delle estorsioni portate a termine.
“Cosa nostra fa schifo”. Spesso ripeteva in aula di essere ‘’schifato” dai metodi di Cosa nostra, per questo Giuseppe Di Maio, 34 anni, aveva deciso di collaborare con la giustizia accusando i complici con i quali aveva gestito il racket delle estorsioni alla Guadagna, una delle zone a più alta densita mafiosa di Palermo. Di Maio, trovato morto impiccato in Liguria nell’abitazione dove viveva sotto protezione dopo la scelta di abbandonare la mafia, aveva tirato in ballo anche il suocero Giuseppe Lo Bocchiaro e gli amici del quartiere. Grazie alle rivelazioni fatte ai magistrati, le forze dell’ordine di recente avevano arrestato alcuni boss dei ‘Pagliarelli’. Da un anno e mezzo, il pentito non vedeva i suoi due figli e la moglie lo aveva lasciato. Da allora, l’ex picciotto viveva un travaglio interiore. Fare il giro dei negozi per riscuotere il pizzo non era quello che aveva sognato di fare nella vita: i suoi genitori tentarono fino all’ultimo di convincerlo a non sposare la figlia di Lo Bocchiaro. Ma il giovane andò avanti per la sua strada. Dopo il matrimonio sarebbe stato il suocero, secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti, a introdurre il genero nella ‘famiglia’ mafiosa. Il suo compito era quello di riscuotere il pizzo, ma quando a marzo del 2010 fu arrestato dalla polizia in un’operazione antimafia, Di Maio decise di chiudere con Cosa nostra. Dopo un mese di carcere, fu trasferito in Liguria dove stava scontando i domiciliari per la condanna a quattro anni con l’accusa di mafia ed estorsioni.
Nuovi particolari sul caso Orlandi e sulla banda della Magliana
Le verità di Mancini: «Emanuela Orlandi è stata rapita per ricattare il Vaticano e per ottenere la restituzione di un'ingente somma di denaro investita dalla banda della Magliana nello Ior»
da lettera43
Il caso di Emanuela Orlandi, uno dei più bui della storia italiana, non smette di regalare nuovi colpi di scena. «Emanuela Orlandi è stata rapita per ricattare il Vaticano e per ottenere la restituzione di un'ingente somma di denaro investita dalla banda della Magliana nello Ior». A dirlo, in un'intervista alla Stampa, è uno dei componenti del primo nucleo della banda, Antonio Mancini, che alla domanda sulla sorte della ragazza risponde: «Le sembra possibile che dopo 28 anni senza dare nessuna notizia di se' sia ancora viva? Ciò che afferma il giudice Priore a proposito del rapimento della Orlandi è l'assoluta verita» , dichiara Mancini. «Quello che mi lascia perplesso è la cifra di 20 miliardi: conoscendo la massa di denaro che entrava all'interno della banda e in modo particolare nel gruppo dei testaccini, ritengo che 20 miliardi sia una somma sottostimata».
LA SEPOLTURA DI DE PEDIS. Mancini spiega la ragione per cui Enrico De Pedis è sepolto nella basilica romana di Sant'Apollinare. «Fu lui a far cessare gli attacchi da parte della banda, e non solo, nei confronti del Vaticano. Queste pressioni della Banda erano dovute al mancato rientro dei soldi prestati, attraverso il Banco Ambrosiano di Calvi, al Vaticano. Dopo il fatto della Orlandi» racconta «nonostante i soldi non fossero rientrati tutti De Pedis, che stava costruendo per se' un futuro nell'alta borghesia, si impegnò, attraverso i prelati di riferimento, a far cessare le azioni violente. Tra le cose che chiese in cambio di questa mediazione c'era anche la garanzia di poter essere seppellito lì».
LA BANDA E VATICANO. Nell'intervista l'uomo, che dice di non essere mai stato interrogato dai magistrati sulla vicenda, conferma l'esistenza di rapporti tra la banda e il Vaticano. «De Pedis, Carboni e Nicoletti erano quelli che avevano contatti maggiori con alte gerarchie del Vaticano. Uomini della banda hanno avuto rapporti con il segretario di Stato, il cardinale Casaroli».
La banda, prosegue Mancini, «esiste ancora, ha solo cambiato modo di operare. All'inizio per farci strada dovevamo lasciare i morti per strada, adesso la banda ha vinto e come la mafia ogni tanto ammazza qualcuno per far capire che c'è ancora, basta vedere i recenti nomi di omicidi e vicende giudiziarie. Un anno fa Gennaro Mokbel, con il senatore Nicola Di Girolamo, è finito nello scandalo Fastweb. Mokbel era mio guardaspalle armato e ben pagato. Garantiva la mia incolumità con Antonio D'Inzillo, lo stesso che guidava la moto quando fu ucciso De Pedis».
16 luglio 2011
No Tav, 50 contro 1 e lancio di sassi: la polizia italiana
da http://www.net1news.org/
di Giuseppe Rizzo
Nel video si vedono chiaramente molti rappresentanti delle forze dell'ordine che raccolgono da terra sassi e li lanciano verso i manifestanti.
Se questo è ordine pubblico...
di Giuseppe Rizzo
VAL DI SUSA - A quasi due settimane dagli scontri del 3 luglio in Val di Susa tra le forze dell'ordine e i manifestanti No Tav, spunta un video choc che la dice lunga sull'operato della polizia in quel frangente. Dopo la denuncia del ragazzo che ha denunciato di esser stato torturato per ore e quella di uno stesso poliziotto che ha dichiarato che le forze dell'ordine sono state inutilmente esposte agli scontri per poi strumentalizzare i feriti in maniera politica, ecco che su YouTube compare un video di certo originale e autentico che mostra un manifestante acciuffato da un poliziotto e trascinato per decine e decine di metri tra le manganellate e i calci di poliziotti e carabinieri in tenuta antisomossa e protetti dall'anonimato.
Nel video si vedono chiaramente molti rappresentanti delle forze dell'ordine che raccolgono da terra sassi e li lanciano verso i manifestanti.
Se questo è ordine pubblico...
Nel processo alla ‘ndrangheta lombarda spunta un segreto di Stato
La relazione della Commissione d'inchiesta sull'Asl di Pavia partita lo scorso settembre è stata secretata, nonostante lo stesso prefetto di Pavia avesse definito le conclusioni "oltremodo rassicuranti", escludendo condizionamenti da parte della criminalità organizzata
di Luca Rinaldi
da http://lucarinaldi.blogspot.com/
di Luca Rinaldi
da http://lucarinaldi.blogspot.com/
La difesa dell'ex direttore dell'Asl di Pavia Carlo Antonio Chiriaco aveva fatto richiesta per ottenere la relazione, ma di mezzo c'è il segreto di Stato
Si è aperto oggi il dibattimento del processo scaturito dall'operazione "Infinito"che nel luglio scorso ha portato all'arresto di 300 presunti appartenenti alla 'ndrangheta tra la Calabria e la Lombardia.
Si è conclusa dunque la serie delle udienze tecniche con cui sono definite le ammissioni delle parti civili. Sono state respinte le eccezioni delle difese degli imputati con cui si richiedeva principalmente la competenza territoriale del processo al tribunale di Reggio Calabria. Sono state respinte inoltre le varie eccezioni sollevate riguardo le costituzione di parte civile.
Rimane dunque competente per il processo il tribunale di Milano e il dibattimento si può aprire con il deposito delle prove. La prima a parlare è il Pubblico Ministero, Alessandra Dolci, che chiede di poter esaminare gli imputati, i testi e di depositare le intercettazioni contenute nelle ordinanze di custodia cautelare. Dolci ha chiesto poi di depositare come prove tra le altre i verbali di perquisizione e sequestro, notizie e corpi di reato, i 114 compact disc che contengono i filmati fatti nel corso delle indagini, videocassette derivanti dal processo per il sequestro Sgarella e le sentenze dei recenti processi Parco Sud e Bad Boys.
Le parti civili si sono sostanzialmente associate alle richieste dei pm chiedendo di ammettere le liste dei testi e il loro esame in aula. Alla conclusione delle richieste di Pubblico Ministero e parti civili è partito un breve parapiglia in aula che ha visto l'avvocata Della Valle scontrarsi a muso duro con la presidente del collegio giudicante Balzarotti riguardo i tempi per l'esame delle prove depositate dal pm.
Ma anche questa volta è stata poi la difesa dell'ex presidente dell'Asl di Pavia, Carlo Chiriaco, a salire in cattedra tirando in ballo, dopo il sindaco, un'altro rappresentante delle istituzioni pavesi, il prefetto Ferdinando Buffoni. Oggetto del peccato la relazione della Commissione d'inchiesta proprio sull'Asl pavese, che, secondo la difesa scagionerebbe in parte Chiriaco, ma che agli atti non c'è in quanto è stata secretata sulla base della legge 124 del 2007. Ovvero su quella relazione ci sarebbe addirittura il segreto di Stato, così il prefetto di Pavia Ferdinando Buffoni risponde picche alla difesa di Chiriaco non fornendo le conclusioni della Commissione istituita lo scorso settembre e il parere del Ministero dell'Interno.
Come risulta da alcune dichiarazioni del prefetto infatti il lavoro della commissione avrebbe sancito la completa tranquillità da parte dell'Asl pavese. "La Commissione d’indagine all'Asl di Pavia - dice ora il prefetto Buffoni - era stata nominata al fine di accertare l’eventuale esistenza di collegamenti con la criminalità organizzata degli amministratori ovvero forme di condizionamento o di irregolarità dei servizi. Proprio in questi giorni la Commissione mi ha consegnato una corposa relazione, che sottoporrò ora all’esame del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e poi invierò al ministro dell’Interno con le mie valutazioni" per poi anticipare conclusioni "oltremodo rassicuranti". Tuttavia le conclusioni di quella commissione sarebbero state secretate. Prova ne è, dice l'avvocato Mazza impegnato nella difesa di Carlo Chiriaco, che, nonostante la pubblicazione in gazzetta ufficiale del dispositivo che rimanda alla consultazione on-line sul sito del Ministero dell'Interno, in realtà sullo stesso sito le conclusioni della Commissione interna dell'Asl pavese e le decisioni dello stesso Ministero dell'Interno non ci sarebbero. Il prefetto di Pavia aveva rilasciato le dichiarazioni il 30 marzo scorso.
Circolata la notizia della secrezione dell'atto aveva detto la sua, pochi giorni dopo anche il deputato del Pdl Giancarlo Abelli (proprio colui per il quale Chiriaco in una intercettazione dice che avrebbe fatto "campagna elettorale con la pistola in mano"): Non vedo perché secretare una relazione che non ha evidenziato nessuna anomalia o peggio infiltrazioni di stampo mafioso nella gestione di un ente così importante. Anche il prefetto ha detto pubblicamente che i risultati a cui si è arrivati sono "rassicuranti". Se ci sono dati sensibili all'interno delle carte raccolte dalla commissione, si rendano pubbliche almeno le conclusioni di quell'inchiesta. Mi attiverò personalmente a livello del Ministero perché questo possa avvenire. Ma a quanto pare o Abelli non si è attivato o qualcuno ha risposto picche.
La difesa di Chiriaco, guidata dall'avvocato Mazza, ha quindi chiesto di avere tutta la documentazione in merito, compresi gli atti istruttori della commissione, le conclusioni del ministero e i pareri delle 6.000 (seimila) persone che, assicura il prefetto di Pavia, sarebbero state sentite dalla commissione di inchiesta.
"E' fatto gravissimo che lo Stato Italiano - conclude Mazza - accusi Carlo Chiriaco dagli uffici del Pubblico Ministero e poi nasconde le prove tramite l'ufficio del prefetto e del Ministero dell'Interno apponendo addirittura il segreto di stato, che, tra l'altro - ricorda Mazza - è vietato per quei documenti che dovrebbero rientrare in un procedimento per 416bis (associazione mafiosa) come questo".
Così la difesa di Chiriaco ha chiesto un rinvio in attesa che il tribunale si pronunci sulla richiesta al Ministero dell'Interno di desecretare tutti gli atti riguardanti la Commissione di inchiesta sull'Asl di Pavia
La prossima udienza è prevista per martedì 19 luglio nell'aula bunker 2 di via Uccelli di Nemi in zona Ponte Lambro. Ma le fasi cruciali del dibattimento sembrano destinate a settembre quando il processo entrerà nel vivo con le deposizioni dei testi e degli imputati.
Si è aperto oggi il dibattimento del processo scaturito dall'operazione "Infinito"che nel luglio scorso ha portato all'arresto di 300 presunti appartenenti alla 'ndrangheta tra la Calabria e la Lombardia.
Si è conclusa dunque la serie delle udienze tecniche con cui sono definite le ammissioni delle parti civili. Sono state respinte le eccezioni delle difese degli imputati con cui si richiedeva principalmente la competenza territoriale del processo al tribunale di Reggio Calabria. Sono state respinte inoltre le varie eccezioni sollevate riguardo le costituzione di parte civile.
Rimane dunque competente per il processo il tribunale di Milano e il dibattimento si può aprire con il deposito delle prove. La prima a parlare è il Pubblico Ministero, Alessandra Dolci, che chiede di poter esaminare gli imputati, i testi e di depositare le intercettazioni contenute nelle ordinanze di custodia cautelare. Dolci ha chiesto poi di depositare come prove tra le altre i verbali di perquisizione e sequestro, notizie e corpi di reato, i 114 compact disc che contengono i filmati fatti nel corso delle indagini, videocassette derivanti dal processo per il sequestro Sgarella e le sentenze dei recenti processi Parco Sud e Bad Boys.
Le parti civili si sono sostanzialmente associate alle richieste dei pm chiedendo di ammettere le liste dei testi e il loro esame in aula. Alla conclusione delle richieste di Pubblico Ministero e parti civili è partito un breve parapiglia in aula che ha visto l'avvocata Della Valle scontrarsi a muso duro con la presidente del collegio giudicante Balzarotti riguardo i tempi per l'esame delle prove depositate dal pm.
Ma anche questa volta è stata poi la difesa dell'ex presidente dell'Asl di Pavia, Carlo Chiriaco, a salire in cattedra tirando in ballo, dopo il sindaco, un'altro rappresentante delle istituzioni pavesi, il prefetto Ferdinando Buffoni. Oggetto del peccato la relazione della Commissione d'inchiesta proprio sull'Asl pavese, che, secondo la difesa scagionerebbe in parte Chiriaco, ma che agli atti non c'è in quanto è stata secretata sulla base della legge 124 del 2007. Ovvero su quella relazione ci sarebbe addirittura il segreto di Stato, così il prefetto di Pavia Ferdinando Buffoni risponde picche alla difesa di Chiriaco non fornendo le conclusioni della Commissione istituita lo scorso settembre e il parere del Ministero dell'Interno.
Come risulta da alcune dichiarazioni del prefetto infatti il lavoro della commissione avrebbe sancito la completa tranquillità da parte dell'Asl pavese. "La Commissione d’indagine all'Asl di Pavia - dice ora il prefetto Buffoni - era stata nominata al fine di accertare l’eventuale esistenza di collegamenti con la criminalità organizzata degli amministratori ovvero forme di condizionamento o di irregolarità dei servizi. Proprio in questi giorni la Commissione mi ha consegnato una corposa relazione, che sottoporrò ora all’esame del Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica e poi invierò al ministro dell’Interno con le mie valutazioni" per poi anticipare conclusioni "oltremodo rassicuranti". Tuttavia le conclusioni di quella commissione sarebbero state secretate. Prova ne è, dice l'avvocato Mazza impegnato nella difesa di Carlo Chiriaco, che, nonostante la pubblicazione in gazzetta ufficiale del dispositivo che rimanda alla consultazione on-line sul sito del Ministero dell'Interno, in realtà sullo stesso sito le conclusioni della Commissione interna dell'Asl pavese e le decisioni dello stesso Ministero dell'Interno non ci sarebbero. Il prefetto di Pavia aveva rilasciato le dichiarazioni il 30 marzo scorso.
Circolata la notizia della secrezione dell'atto aveva detto la sua, pochi giorni dopo anche il deputato del Pdl Giancarlo Abelli (proprio colui per il quale Chiriaco in una intercettazione dice che avrebbe fatto "campagna elettorale con la pistola in mano"): Non vedo perché secretare una relazione che non ha evidenziato nessuna anomalia o peggio infiltrazioni di stampo mafioso nella gestione di un ente così importante. Anche il prefetto ha detto pubblicamente che i risultati a cui si è arrivati sono "rassicuranti". Se ci sono dati sensibili all'interno delle carte raccolte dalla commissione, si rendano pubbliche almeno le conclusioni di quell'inchiesta. Mi attiverò personalmente a livello del Ministero perché questo possa avvenire. Ma a quanto pare o Abelli non si è attivato o qualcuno ha risposto picche.
La difesa di Chiriaco, guidata dall'avvocato Mazza, ha quindi chiesto di avere tutta la documentazione in merito, compresi gli atti istruttori della commissione, le conclusioni del ministero e i pareri delle 6.000 (seimila) persone che, assicura il prefetto di Pavia, sarebbero state sentite dalla commissione di inchiesta.
"E' fatto gravissimo che lo Stato Italiano - conclude Mazza - accusi Carlo Chiriaco dagli uffici del Pubblico Ministero e poi nasconde le prove tramite l'ufficio del prefetto e del Ministero dell'Interno apponendo addirittura il segreto di stato, che, tra l'altro - ricorda Mazza - è vietato per quei documenti che dovrebbero rientrare in un procedimento per 416bis (associazione mafiosa) come questo".
Così la difesa di Chiriaco ha chiesto un rinvio in attesa che il tribunale si pronunci sulla richiesta al Ministero dell'Interno di desecretare tutti gli atti riguardanti la Commissione di inchiesta sull'Asl di Pavia
La prossima udienza è prevista per martedì 19 luglio nell'aula bunker 2 di via Uccelli di Nemi in zona Ponte Lambro. Ma le fasi cruciali del dibattimento sembrano destinate a settembre quando il processo entrerà nel vivo con le deposizioni dei testi e degli imputati.
Sicilia: mafia e politica, qualcosa si muove
Giovani del Pdl in piazza a Palermo contro le collusioni all'Ars. A Catania firmato protocollo per le liste pulite
di Cesare Piccitto
da liberainformazione.org
di Cesare Piccitto
da liberainformazione.org
“La Sicilia è irredimibile ", citando Sciascia, ed a volte verrebbe voglia di pensarla letteralmente così. Il riferimento è d’obbligo se si pensa alla recente cronaca politica siciliana. L’isola è attualmente rappresentata da un Parlamento regionale che in soli tre anni, ha visto la presenza in Sala d'Ercole di 27 deputati indagati per reati vari su 90.
Nonostante un deputato siciliano guadagni mensilmente più di Barack Obama, ciò non lo rende immune dalla corruttela. L’indignazione, però, inizia a farsi sentire. Ieri i militanti di Giovane Italia, il movimento giovanile del Popolo della Libertà, hanno realizzato ed affisso degli striscioni per le strade di Palermo: ''Siamo indagati e condannati, vogliamo fare i deputati”.
Successivamente un centinaio di attivisti del movimento ha presidiato pacificamente l'ingresso dell'Assemblea Regionale Siciliana. Hanno tutti dei cartelli dove ironicamente rendono nota la propria condanna o l'inchiesta giudiziaria cui sono soggetti e per questo rivendicano un seggio all'Ars. Tra questi: "Condannato per falso e abuso di ufficio", "Arrestato per concussione", "Indagato per concorso esterno in associazione mafiosa".
"E' arrivato il momento di dire basta e di gridare ad altissima voce che vogliamo un Parlamento pulito e partiti che abbiano il coraggio di guardarsi dentro e fare pulizia al loro interno. E' questo lo spirito dell'iniziativa - spiegano Mauro La Mantia, presidente regionale della Giovane Italia e Giancarlo Russello, coordinatore di Palermo della Giovane Italia - che hanno organizzato l’iniziativa. Le gocce che hanno fatto traboccare il vaso: il salvataggio del seggio dell'on. Catalano, condannato per abusivismo edilizio; e l’ultima vasta operazione con indagati 18 amministratori pubblici e l’arresto tra gli altri del deputato regionale siciliano De Luca".
I segnali di indignazione, fortunatamente, raggiungono anche l’altra parte geografica dell’isola. A Catania, nella direzione di una politica più pulita, è stato siglato da undici partiti il Codice di autoregolamentazione per le candidature, escludendo quindi sin dalle prossime tornate elettorali candidati coinvolti in procedimenti giudiziari riconducibili alla criminalità organizzata.
Il protocollo "liste pulite", uno dei primi in Italia del genere, e' stato firmato da Pd, Pdl, Fli, Udc, Api, Mpa, Sel, Idv, Responsabili, Rifondazione Comunista, Comunisti italiani. Speriamo che si passi presto dall’indignazione ai fatti.
Nonostante un deputato siciliano guadagni mensilmente più di Barack Obama, ciò non lo rende immune dalla corruttela. L’indignazione, però, inizia a farsi sentire. Ieri i militanti di Giovane Italia, il movimento giovanile del Popolo della Libertà, hanno realizzato ed affisso degli striscioni per le strade di Palermo: ''Siamo indagati e condannati, vogliamo fare i deputati”.
Successivamente un centinaio di attivisti del movimento ha presidiato pacificamente l'ingresso dell'Assemblea Regionale Siciliana. Hanno tutti dei cartelli dove ironicamente rendono nota la propria condanna o l'inchiesta giudiziaria cui sono soggetti e per questo rivendicano un seggio all'Ars. Tra questi: "Condannato per falso e abuso di ufficio", "Arrestato per concussione", "Indagato per concorso esterno in associazione mafiosa".
"E' arrivato il momento di dire basta e di gridare ad altissima voce che vogliamo un Parlamento pulito e partiti che abbiano il coraggio di guardarsi dentro e fare pulizia al loro interno. E' questo lo spirito dell'iniziativa - spiegano Mauro La Mantia, presidente regionale della Giovane Italia e Giancarlo Russello, coordinatore di Palermo della Giovane Italia - che hanno organizzato l’iniziativa. Le gocce che hanno fatto traboccare il vaso: il salvataggio del seggio dell'on. Catalano, condannato per abusivismo edilizio; e l’ultima vasta operazione con indagati 18 amministratori pubblici e l’arresto tra gli altri del deputato regionale siciliano De Luca".
I segnali di indignazione, fortunatamente, raggiungono anche l’altra parte geografica dell’isola. A Catania, nella direzione di una politica più pulita, è stato siglato da undici partiti il Codice di autoregolamentazione per le candidature, escludendo quindi sin dalle prossime tornate elettorali candidati coinvolti in procedimenti giudiziari riconducibili alla criminalità organizzata.
Il protocollo "liste pulite", uno dei primi in Italia del genere, e' stato firmato da Pd, Pdl, Fli, Udc, Api, Mpa, Sel, Idv, Responsabili, Rifondazione Comunista, Comunisti italiani. Speriamo che si passi presto dall’indignazione ai fatti.
I costi umani delle guerre USA contro il terrore
La guerra globale contro il terrorismo scatenata dall’amministrazione degli Stati Uniti dopo l’11 settembre 2001 ha causato sino ad oggi la morte di circa 258.000 personedi Antonio Mazzeo
da http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/
La stima - “estremamente prudente” - è stata fatta dalla Brown University di Rhode Island, una delle più antiche università USA (è stata fondata nel 1764) che ha valutato i costi umani e finanziari dei conflitti in Afghanistan ed Iraq e delle cosiddette “campagne contro il terrorismo” del Pentagono e della Cia in Pakistan e Yemen.
“Alle vittime dirette dei conflitti vanno aggiunte le morti causate indirettamente dalla perdita delle fonti di acqua potabile e delle cure mediche e dalla malnutrizione”, spiegano i ricercatori della Brown University. Come avviene ormai in tutti gli scenari di guerra sono sempre i civili a subire le perdite maggiori in vite umane: 172.000 tra donne, bambini, anziani e uomini non combattenti assassinati, 125.000 in Iraq, 12.000 in Afghanistan e 35.000 in Pakistan, a riprova che è proprio quest’ultimo paese asiatico al centro di un’escalation militare volutamente tenuta segreta dall’amministrazione Obama e dai principali media internazionali.
“Ancora più difficile è conoscere il numero dei morti tra gli insorti”, aggiunge lo studio della Brown University, “anche se le stime si attestano tra le 20.000 e le 51.000 persone. Il numero dei militari uccisi è invece di 31.741 e include circa 6.000 soldati statunitensi, 1.200 militari delle truppe alleate, 9.900 iracheni, 8.800 afgani, 3.500 pakistani e 2.300 contractor privati”. Il rapporto denuncia che dallo scoppio della guerra “globale e permanente contro il terrorismo” sono scomparsi 168 giornalisti e 266 tra volontari, cooperanti e operatori umanitari. “Le guerre hanno inoltre prodotto un flusso massiccio di rifugiati e sfollati, più di 7,8 milioni di persone, la maggior parte dei quali in Iraq ed Afghanistan”, scrivono i ricercatori. “Si tratta di un numero corrispondente all’intera popolazione del Connecticut e del Kentucky”.
Sconvolgente pure l’entità delle risorse finanziarie dilapidate dalle forze amate degli Stati Uniti d’America nella loro “caccia” ai presunti strateghi dell’attacco dell’11 settembre. “I costi delle guerre possono essere stimati tra i 3.700 e i 4.400 miliardi di dollari, pari ad un quarto del debito pubblico odierno e molto di più di quanto speso nel corso della Seconda guerra mondiale”, spiega il rapporto della Brown University. “Si tratta di cifre notevolmente più alte di quelle fornite dal Pentagono e dall’amministrazione USA (1.300 miliardi di dollari), in quanto si sono considerate nello studio anche altre spese generate dalle guere, come ad esempio quelle previste sino al 2051 per i veterani feriti, quelle effettuate dal Dipartimento per la Sicurezza Interna contro le minacce terroristiche e i fondi direttamente relazionati con i conflitti del Dipartimento di Stato e dell’Agenzia per lo sviluppo internazionale Usaid”. Secondo i ricercatori del prestigioso centro universitario di Rhode Island, “il governo statunitense sta affrontando la guerra sottostimandone la potenziale durata e gli insostenibili costi mentre sopravvaluta gli obiettivi politici che possono essere raggiunti con l’uso della forza bruta”. I circa 4.400 miliardi di dollari spesi sino ad oggi sono certamente del tutto sproporzionati ai costi dell’attentato dell’11 settembre e ai suoi danni economici. “I diciannove attentatori più gli altri sostenitori di al Qaeda hanno speso tra i 400.000 e i 500.000 dollari per gli attacchi aerei che hanno causato la morte di 2.995 persone e tra i 50 e i 100 miliardi di dollari di danni. Per ogni persona uccisa l’11 settembre ne sono state assassinate da allora 73”.
Nel terribile bilancio sulle vite umane sacrificate e sulle risorse finanziarie sperperate con le guerre USA del XXI secolo non sono ovviamente contemplati i costi del conflitto scatenato in questi mesi contro la Libia. Tra bombe, missili Tomahawk all’uranio impoverito e carburante, solo il primo giorno dell’operazione Alba dell’odissea sarebbe costato agli Stati Uniti d’America qualcosa come 68 milioni di euro. Stando al Pentagono, le prime due settimane d’intervento militare contro Gheddafi sono costate 608 milioni di dollari, senza includere i salari dei militari e i costi operativi delle unità aeree e navali distaccate nell’area mediterranea precedentemente allo scoppio delle operazioni belliche. Per il segretario all’aeronautica militare, Michael Donley, le attività di volo dei 50 cacciabombardieri e dei 40 velivoli di supporto impegnati e le munizioni utilizzate contro la Libia comportano una spesa di circa 4 milioni di dollari al giorno. Venticinque milioni di dollari è invece il valore dell’“assistenza non letale” concessa dall’amministrazione Obama il 20 aprile scorso ai ribelli del Transitional National Council di Bengasi. Si tratta in buona parte di “apparecchiature mediche, uniformi, stivali, tende, equipaggiamento per la protezione personale, radio e cibo in polvere”, ma Washington non ha escluso l’invio di armi e munizioni in buona parte stoccate nei depositi e magazzini della grande base di Camp Darby in Toscana.
“Alle vittime dirette dei conflitti vanno aggiunte le morti causate indirettamente dalla perdita delle fonti di acqua potabile e delle cure mediche e dalla malnutrizione”, spiegano i ricercatori della Brown University. Come avviene ormai in tutti gli scenari di guerra sono sempre i civili a subire le perdite maggiori in vite umane: 172.000 tra donne, bambini, anziani e uomini non combattenti assassinati, 125.000 in Iraq, 12.000 in Afghanistan e 35.000 in Pakistan, a riprova che è proprio quest’ultimo paese asiatico al centro di un’escalation militare volutamente tenuta segreta dall’amministrazione Obama e dai principali media internazionali.
“Ancora più difficile è conoscere il numero dei morti tra gli insorti”, aggiunge lo studio della Brown University, “anche se le stime si attestano tra le 20.000 e le 51.000 persone. Il numero dei militari uccisi è invece di 31.741 e include circa 6.000 soldati statunitensi, 1.200 militari delle truppe alleate, 9.900 iracheni, 8.800 afgani, 3.500 pakistani e 2.300 contractor privati”. Il rapporto denuncia che dallo scoppio della guerra “globale e permanente contro il terrorismo” sono scomparsi 168 giornalisti e 266 tra volontari, cooperanti e operatori umanitari. “Le guerre hanno inoltre prodotto un flusso massiccio di rifugiati e sfollati, più di 7,8 milioni di persone, la maggior parte dei quali in Iraq ed Afghanistan”, scrivono i ricercatori. “Si tratta di un numero corrispondente all’intera popolazione del Connecticut e del Kentucky”.
Sconvolgente pure l’entità delle risorse finanziarie dilapidate dalle forze amate degli Stati Uniti d’America nella loro “caccia” ai presunti strateghi dell’attacco dell’11 settembre. “I costi delle guerre possono essere stimati tra i 3.700 e i 4.400 miliardi di dollari, pari ad un quarto del debito pubblico odierno e molto di più di quanto speso nel corso della Seconda guerra mondiale”, spiega il rapporto della Brown University. “Si tratta di cifre notevolmente più alte di quelle fornite dal Pentagono e dall’amministrazione USA (1.300 miliardi di dollari), in quanto si sono considerate nello studio anche altre spese generate dalle guere, come ad esempio quelle previste sino al 2051 per i veterani feriti, quelle effettuate dal Dipartimento per la Sicurezza Interna contro le minacce terroristiche e i fondi direttamente relazionati con i conflitti del Dipartimento di Stato e dell’Agenzia per lo sviluppo internazionale Usaid”. Secondo i ricercatori del prestigioso centro universitario di Rhode Island, “il governo statunitense sta affrontando la guerra sottostimandone la potenziale durata e gli insostenibili costi mentre sopravvaluta gli obiettivi politici che possono essere raggiunti con l’uso della forza bruta”. I circa 4.400 miliardi di dollari spesi sino ad oggi sono certamente del tutto sproporzionati ai costi dell’attentato dell’11 settembre e ai suoi danni economici. “I diciannove attentatori più gli altri sostenitori di al Qaeda hanno speso tra i 400.000 e i 500.000 dollari per gli attacchi aerei che hanno causato la morte di 2.995 persone e tra i 50 e i 100 miliardi di dollari di danni. Per ogni persona uccisa l’11 settembre ne sono state assassinate da allora 73”.
Nel terribile bilancio sulle vite umane sacrificate e sulle risorse finanziarie sperperate con le guerre USA del XXI secolo non sono ovviamente contemplati i costi del conflitto scatenato in questi mesi contro la Libia. Tra bombe, missili Tomahawk all’uranio impoverito e carburante, solo il primo giorno dell’operazione Alba dell’odissea sarebbe costato agli Stati Uniti d’America qualcosa come 68 milioni di euro. Stando al Pentagono, le prime due settimane d’intervento militare contro Gheddafi sono costate 608 milioni di dollari, senza includere i salari dei militari e i costi operativi delle unità aeree e navali distaccate nell’area mediterranea precedentemente allo scoppio delle operazioni belliche. Per il segretario all’aeronautica militare, Michael Donley, le attività di volo dei 50 cacciabombardieri e dei 40 velivoli di supporto impegnati e le munizioni utilizzate contro la Libia comportano una spesa di circa 4 milioni di dollari al giorno. Venticinque milioni di dollari è invece il valore dell’“assistenza non letale” concessa dall’amministrazione Obama il 20 aprile scorso ai ribelli del Transitional National Council di Bengasi. Si tratta in buona parte di “apparecchiature mediche, uniformi, stivali, tende, equipaggiamento per la protezione personale, radio e cibo in polvere”, ma Washington non ha escluso l’invio di armi e munizioni in buona parte stoccate nei depositi e magazzini della grande base di Camp Darby in Toscana.
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