26 luglio 2011

Quando la pazzia diventa lucida politica

L'Amaca

di Michele Serra
da Repubblica di oggi

Il brigatista rosso che spara alla nuca è un folle o un criminale politico? L'attentatore fascista che mette una bomba su un treno è un folle o un criminale politico? I jihadisti che hanno abbattuto le Due Torri sono folli o criminali politici? Nessuno ha mai avuto dubbi in proposito: si tratta di crimini politici, con movente politico e scopo politico. E dunque non si capisce proprio, leggendo molti dei commenti alla strage norvegese, perché mai la mattanza di quasi cento ragazzi di sinistra per mano di uno schifoso fanatico di destra non debba essere inquadrato nella sua piena, ovvia natura di delitto politico, maturato nella cultura razzista del suprematismo bianco, delle "radici cristiane" brandite come arma letale, dell'odio furente contro l'Europa della tolleranza, dell'integrazione, della democrazia.

Se non capiamo questo, e trattiamo l'orrido Breivik come un paranoico "a caso", un incidente psichiatrico dalle conseguenze inaudite, allora non capiamo la profondità e la gravità della rottura culturale, politica, umana tra la destra estrema e la società aperta, che cerca un faticoso ordine amministrando il disordine vitale dell'immigrazione e della globalizzazione. Hitler era un pazzo? Certo, era anche un pazzo. Ma la pazzia che arriva al governo, e scatena la guerra globale e organizza lo sterminio, è politica allo stato puro. E si combatte con la politica.

25 luglio 2011

Addio al Ponte sullo Stretto di Messina

Niente più asse Berlino-Palermo, meglio collegare Helsinki a Valletta. Benché la notizia sia passata quasi inosservata tra le maglie dei grandi quotidiani nazionali

da http://www.iljournal.it/

Niente più asse Berlino-Palermo, meglio collegare Helsinki a Valletta. Benché la notizia sia passata quasi inosservata tra le maglie dei grandi quotidiani nazionali, forse preoccupati di non dare un’ulteriore dispiacere a un governo già in crisi di fiducia con i mercati finanziari, questo vuol dire che la Commissione Europea ha deciso di tagliare i fondi per la costruzione del Ponte sullo Stretto di Messina. Come riportato ieri nella sezione ambiente di questo giornale a settembre verrà presa la decisione definitiva: all’attenzione della Commissione Europea c’è una proposta che ridefinisce i grandi corridoi per lo spostamento di uomini e merci. La priorità non va più all’asse Berlino-Palermo (e dunque al ponte sullo Stretto), bensì a quello Helsinki-Valletta: dalla Finlandia si scende via terra fino a Bari, e poi si prosegue fino a Malta lungo un’”autostrada del mare”. E’ la seconda grande opera italiana a cui l’Unione Europea taglia i fondi nel giro di pochi giorni avendo ridimensionato già il 7 luglio scorso i finanziamenti per la Tav Torino-Lione.

Se a settembre quindi l’Europa deciderà di spostare i contributi sull’asse Helsinki-Valletta sarà ancora più improbabile, di quanto già non lo sia ora, che il ponte di Messina venga costruito.
Il Sole24Ore, che pure dedica un trafiletto alla notizia nell’edizione on line, ne parla in questi termini: “l’Italia dovrà battersi affinché «Europa 2020», il piano di finanziamento della Commissione Ue che partirà nel 2014, non diventi un’occasione perduta” perché perdere i contributi europei “è un lusso che ora non possiamo più permetterci”.

Ma il Sole24Ore dimentica forse che anche gli oltre 250 milioni di euro già spesi senza che del ponte ci fosse un progetto definitivo approvato sono un lusso che non potevamo permetterci. L’Eurolink S.C.p.A., di cui Impregilo è il maggior azionista, ha consegnato il progetto definitivo del ponte alla Società Stretto di Messina soltanto nel dicembre 2010.

Altri due indizi fanno pensare che il Ponte alla fine non verrà costruito: la Corte dei Conti ha invitato ad approfondirne lo studio di fattibilità sottolineando che è interessata a sapere se effettivamente si riuscirà a coprire il 60% dell’investimento necessario attraverso i pedaggi pagati dai veicoli dal momento che non è affatto certo che il volume di traffico sia sufficiente per rientrare delle spese.

Inoltre da una vertenza sindacale in abito locale viene fuori che nessuna opera ferroviaria collegata alla realizzazione del Ponte ha attualmente un progetto esecutivo

“Il gruppo Ferrovie dello Stato svela il bluff del Ponte sullo Stretto”. Lo sostiene la Fit-Cisl di Messina, a seguito dell’incontro di stamattina presso la sede di Italfer, la divisione del gruppo Fs che si occupa delle opere e infrastrutture ferroviarie, sulla programmata chiusura della sezione messinese entro la fine dell’anno, che metterà a rischio il posto per 18 lavoratori specializzati. “Alle nostre rimostranze sull’assurdità di chiudere una sede strategica per le opere ferroviarie connesse alla costruzione del ponte – affermano Enzo Testa e Michele Barresi, della segreteria provinciale Fit Cisl – la spiegazione aziendale è stata disarmante. I vertici di Italfer ci hanno informato come, allo stato attuale, sulla sponda messinese, non esista alcun progetto esecutivo per qualsivoglia opera ferroviaria collegata alla costruzione del ponte”.

24 luglio 2011

Trovato impiccato Di Maio, ex esattore di Santa Maria di Gesù

Il collaboratore di giustizia Giuseppe Di Maio, 34 anni, è stato trovato impiccato nella sua abitazione in una località segreta della Liguria, venerdì scorso

da http://www.livesicilia.it/

Probabilmente si è suicidato. L’ex esattore della cosca mafiosa di Santa Maria di Gesù a Palermo non vedeva i figli da oltre un anno e la moglie lo aveva lasciato. Con le sue dichiarazioni, come scrivono alcuni giornali, aveva consentito anche l’arresto del suocero, il boss Giuseppe Lo Bocchiaro. Il collaboratore era ai domiciliari dopo una condanna a 4 anni e mezzo per mafia ed estorsione. La procura ha sollecitato l’autopsia sul cadavere.

Non ha lasciato alcun biglietto e il suo suicidio potrebbe essere imputato a una forte depressione dovuta all’assenza della moglie, che l’aveva lasciato due anni fa, e soprattutto al fatto di non poter vedere i due figli. Ma la morte di Giuseppe Di Maio, 34 anni, ex esattore della cosca di Santa Maria di Gesù, collaboratore di giustizia trovato impiccato venerdì scorso in una casa protetta del levante ligure deve ”essere approfondita”. Con tutta probabilità infatti sul corpo del collaboratore di giustizia sarà eseguita l’autopsia. Nell’abitazione, secondo quanto appreso, non sono stati ritrovati biglietti o lettere: Di Maio è stato trovato impiccato con una fune e da una prima indagine necroscopica esterna la lesione presente sul collo farebbe propendere per il suicidio.

Ciononostante, la procura di Palermo ha sollecitato l’autopsia che potrebbe essere disposta nei prossimi giorni. Giuseppe Di Maio, genero del boss Giuseppe Lo Bocchiaro, era stato arrestato nel marzo 2010: dopo un mese dall’arresto ha iniziato a collaborare facendo così arrestare, oltre allo stesso Lo Bocchiaro, alcuni dei maggiori esponenti della famiglia di Santa Maria di Gesù, guidata fino al 1997 da Pietro Aglieri e in seguito da Ino Corso. La moglie di Di Maio si dissociò pubblicamente dalla decisione del marito, abbandonandolo. L’attività di Di Maio nell’ambito della famiglia mafiosa, era incentrata sul business delle estorsioni perpetrate a danno di commercianti della zona di sua competenza. Nel suo portafogli, al momento dell’arresto, gli inquirenti ritrovarono la lista delle estorsioni portate a termine.

“Cosa nostra fa schifo”. Spesso ripeteva in aula di essere ‘’schifato” dai metodi di Cosa nostra, per questo Giuseppe Di Maio, 34 anni, aveva deciso di collaborare con la giustizia accusando i complici con i quali aveva gestito il racket delle estorsioni alla Guadagna, una delle zone a più alta densita mafiosa di Palermo. Di Maio, trovato morto impiccato in Liguria nell’abitazione dove viveva sotto protezione dopo la scelta di abbandonare la mafia, aveva tirato in ballo anche il suocero Giuseppe Lo Bocchiaro e gli amici del quartiere. Grazie alle rivelazioni fatte ai magistrati, le forze dell’ordine di recente avevano arrestato alcuni boss dei ‘Pagliarelli’. Da un anno e mezzo, il pentito non vedeva i suoi due figli e la moglie lo aveva lasciato. Da allora, l’ex picciotto viveva un travaglio interiore. Fare il giro dei negozi per riscuotere il pizzo non era quello che aveva sognato di fare nella vita: i suoi genitori tentarono fino all’ultimo di convincerlo a non sposare la figlia di Lo Bocchiaro. Ma il giovane andò avanti per la sua strada. Dopo il matrimonio sarebbe stato il suocero, secondo la ricostruzione fatta dagli inquirenti, a introdurre il genero nella ‘famiglia’ mafiosa. Il suo compito era quello di riscuotere il pizzo, ma quando a marzo del 2010 fu arrestato dalla polizia in un’operazione antimafia, Di Maio decise di chiudere con Cosa nostra. Dopo un mese di carcere, fu trasferito in Liguria dove stava scontando i domiciliari per la condanna a quattro anni con l’accusa di mafia ed estorsioni.

Nuovi particolari sul caso Orlandi e sulla banda della Magliana

Le verità di Mancini: «Emanuela Orlandi è stata rapita per ricattare il Vaticano e per ottenere la restituzione di un'ingente somma di denaro investita dalla banda della Magliana nello Ior»

da lettera43

Il caso di Emanuela Orlandi, uno dei più bui della storia italiana, non smette di regalare nuovi colpi di scena. «Emanuela Orlandi è stata rapita per ricattare il Vaticano e per ottenere la restituzione di un'ingente somma di denaro investita dalla banda della Magliana nello Ior». A dirlo, in un'intervista alla Stampa, è uno dei componenti del primo nucleo della banda, Antonio Mancini, che alla domanda sulla sorte della ragazza risponde: «Le sembra possibile che dopo 28 anni senza dare nessuna notizia di se' sia ancora viva? Ciò che afferma il giudice Priore a proposito del rapimento della Orlandi è l'assoluta verita» , dichiara Mancini. «Quello che mi lascia perplesso è la cifra di 20 miliardi: conoscendo la massa di denaro che entrava all'interno della banda e in modo particolare nel gruppo dei testaccini, ritengo che 20 miliardi sia una somma sottostimata».

LA SEPOLTURA DI DE PEDIS. Mancini spiega la ragione per cui Enrico De Pedis è sepolto nella basilica romana di Sant'Apollinare. «Fu lui a far cessare gli attacchi da parte della banda, e non solo, nei confronti del Vaticano. Queste pressioni della Banda erano dovute al mancato rientro dei soldi prestati, attraverso il Banco Ambrosiano di Calvi, al Vaticano. Dopo il fatto della Orlandi» racconta «nonostante i soldi non fossero rientrati tutti De Pedis, che stava costruendo per se' un futuro nell'alta borghesia, si impegnò, attraverso i prelati di riferimento, a far cessare le azioni violente. Tra le cose che chiese in cambio di questa mediazione c'era anche la garanzia di poter essere seppellito lì».

LA BANDA E VATICANO. Nell'intervista l'uomo, che dice di non essere mai stato interrogato dai magistrati sulla vicenda, conferma l'esistenza di rapporti tra la banda e il Vaticano. «De Pedis, Carboni e Nicoletti erano quelli che avevano contatti maggiori con alte gerarchie del Vaticano. Uomini della banda hanno avuto rapporti con il segretario di Stato, il cardinale Casaroli».
La banda, prosegue Mancini, «esiste ancora, ha solo cambiato modo di operare. All'inizio per farci strada dovevamo lasciare i morti per strada, adesso la banda ha vinto e come la mafia ogni tanto ammazza qualcuno per far capire che c'è ancora, basta vedere i recenti nomi di omicidi e vicende giudiziarie. Un anno fa Gennaro Mokbel, con il senatore Nicola Di Girolamo, è finito nello scandalo Fastweb. Mokbel era mio guardaspalle armato e ben pagato. Garantiva la mia incolumità con Antonio D'Inzillo, lo stesso che guidava la moto quando fu ucciso De Pedis».