9 agosto 2011

La casta siciliana: Salvo Fleres, collezionista di indennità

Salvo Fleres è un collezionista di cariche, e che cariche...

da http://www.sudpress.it/

Sapete chi è l’autore di quella legge che prevede l’estensione dei reati coperti dallo scudo fiscale per cui vi rientrano anche quelli tributari e le violazioni contabili, compreso il falso in bilancio? Sapreste dire chi era, fino al 2008, il deputato più ricco della Sicilia con un reddito imponibile pari a 312.000,00 euro l’anno e oggi il terzo senatore più ricco di Sicilia? Conoscete il nome del garante dei diritti dei detenuti dell’isola? Sapreste dire chi è a capo della fondazione Fulvio Frisone?

C’è solo una risposta a queste domande ed è Salvo Fleres. Grande oratore, vero mestiere politicante, con il vizietto dell’informazione (è un giornalista), ma soprattutto, Salvo Fleres è un collezionista di cariche, e che cariche. Dopo anni passati a sedere sulla poltrona da deputato regionale, alle ultime elezioni gli viene riconosciuto il premio per eccellenza, il titolo di senatore e tutto ciò, che ad esso è collegato. E come garante dei diritti, lui sa proprio battersi per essi (e ci riferiamo ai suoi diritti). Quando l’ars, finalmente ne fa una buona, decidendo di stoppare il cumulo di indennità e pensione per chi come Fleres è senatore e nel frattempo percepisce lo stipendino romano e la pensione come ex deputato, lui che fa, (l’unico)? Ricorre al tar, e fortunatamente perde.

Ma torniamo a questa storia del garante dei diritti dei detenuti in Sicilia, istituto nato nel 2004 e da allora guidato sempre dallo stesso, l’ufficio costerebbe alla regione 111 mila euro l’anno. Tale dotazione, voi direte, sarà servita a colmare soprattutto le lacune del pianeta carcere, ma in realtà 100 mila di questi soldi, sono l’indennità che dal 2004 fino al 2011 Salvo Fleres ha percepito annualmente per rivestire questa importantissima funzione. Ci conforti, che almeno oggi sappiamo quale sia uno dei motivi che contribuisce a rendere tanto disastrosa la situazione delle carceri in Sicilia. Non saranno certo 100 mila euro a porre una pezza laddove invece sarebbe necessario un macigno per colmare un tale gap. Ma di certo con 11 mila misere euro all’anno possiamo comprendere perché magari, un detenuto non ottenga un quaderno quando ne fa richiesta.

Niente paura però, perché a maggio scorso Salvo Fleres ha dichiarato di voler rinunciare all’indennità in questione. Vogliamo credergli? Ma sì, tentiamo.

Peccato però che resti ancora in piedi l’ufficio del garante dei diritti dei detenuti. 3 stanze all’interno della sede di rappresentanza della regione a Catania, sita in via Etnea. Un ufficio, nel suo complesso, ritenuto dai più superfluo; il presidente dell’ars Francesco Cascio ha detto di averlo usato solo due o tre volte in tre anni di mandato. Ma come spedire a casa i tre dipendenti, che prestano servizio proprio all’interno delle stanze del garante dei diritti dei detenuti? A maggior ragione, come fare, se uno di essi è Paolo Garofolo, sindaco di Enna? Non vorremo mica mettere sulla strada un esponente in vista della politica?

Voltiamo pagina e guardiamo ad un altro nobile incarico del senatore Salvo Fleres, egli è il presidente della fondazione Fulvio Frisone, ma di recente anche qui si sono registrate delle magagne. E’ stato il deputato Bruno Marziano, che con una interrogazione all’assemblea regionale ha chiesto chiarimenti sull’attività svolta dalla fondazione Frisone, e qui si legge:


ricordato che in Sicilia il dott. Fulvio Frisone ha in corso studi per la fusione nucleare fredda, che risolverebbe i problemi emersi in tutti gli incidenti a reattori nucleari;

ricordato altresì che per garantire questi studi è stata creata la fondazione scientifica Fulvio Frisone, finanziata dalla Regione con circa euro 500.000 annuali;

per sapere se non ritenga:
di verificare le ragioni per cui la fondazione non assicura la presenza del dott. Frisone presso i laboratori di Frascati e nelle sedi ove si sperimentano le sue tesi scientifiche;

di verificare l’uso dei contributi regionali alla fondazione Frisone e la correttezza amministrativa della stessa;

di valutare l’adeguatezza dell’amministrazione della fondazione a interpretarne e garantirne nel migliore dei modi la missione scientifica.
(16 marzo 2011)

Ebbene, anche noi ci chiediamo, come mai Fulvio Frisone, che ha ricevuto ben 500 mila euro l’anno dalla regione, per condurre le sue ricerche scientifiche, non possa invece andare a Frascati per contribuire agli studi che hanno ad oggetto le sue tesi?
Come ci spiega il fatto, il presidente della fondazione? Spereremmo avere risposta

Immigrazione: L’insostenibilità del modello Mineo

Mineo: un inferno a cinque stelle

di Antonio Mazzeo
Pubblicato in Left-Avvenimenti, n. 30 del 29 luglio 2011

Un posto letto in villette ben arredate, i campi da tennis e di football, i prati all’inglese, pasti abbondanti tre volte al giorno, la disponibilità di acqua potabile a tutte le ore. Sino a sei mesi fa era il residence di lusso dei militari Usa in forza alla base di Sigonella. Oggi, il Villaggio degli aranci di Mineo (Catania) ospita il più ambizioso dei programmi di “solidarietà” berlusconiani, il Centro di accoglienza (Cara) per circa duemila richiedenti asilo, donne, uomini e bambini scampati miracolosamente agli orrori delle guerre e alle dittature. L’idea del governo è semplice: concentrare in una struttura confortevole tutti i rifugiati dopo averli prelevati manu militari dalle località dove hanno vissuto sino ad oggi nell’attesa di ottenere asilo in Italia. Gli standard di Mineo non sono comparabili certo con quelli delle ex caserme riconvertite in Cara, ma bastano un paio di giorni di permanenza nella torrida piana etnea per rendersi conto che anche l’inferno può essere a cinque stelle.

Il tempo nel centro è scandito da turni e file, in coda per mangiare, per telefonare (solo tre minuti al mese), per fare internet (cinque minuti), per uscire – solo dopo le 8 di mattina - e rientrare – non oltre le 8 di sera - dai cancelli che segnano il confine tra l’oasi del Cara e il deserto di sassi e polvere che si perde a vista d’occhio. Il centro abitato più vicino è quello di Mineo, 11 Km, più distante (25 km), Caltagirone. Chi voleva doveva arrivarci a piedi; adesso sono attivi i bus navetta, ma costano 2 euro A/R per Mineo e 4,5 per Caltagirone e i richiedenti asilo, a differenza di quanto avviene in tutti gli altri Cara d’Italia, non percepiscono alcun contributo economico e devono pagarsi pure le schede telefoniche per parlare con i familiari. La gestione del centro è stata affidata per trattativa privata alla Croce Rossa italiana. Dall’1 agosto, forse, subentrerà la Protezione civile con servizi da subappaltare a cooperative e onlus locali. Sperando che non si ripeta quanto avvenuto in aprile, quando uno stretto congiunto del boss mafioso locale, Rosario di Dio, ottenne un breve incarico per la rivendita di sigarette e schede telefoniche all’interno del Cara.

“Mineo è un centro di segregazione, un esperimento di nuove politiche di detenzione dei migranti”, denuncia la Rete Antirazzista Catanese, promotrice di una campagna per la sua chiusura immediata. “L’area è ipermilitarizzata, ci sono doppie recinzioni e telecamere, un centinaio tra carabinieri, poliziotti e militari dell’esercito effettua controlli soffocanti e non mancano gli abusi. Di contro ci sono pochi mediatori culturali, niente giornali e tv, nessuna attività ricreativa e culturale. Il cibo non piace e nonostante gli alloggi siano dotati di cucine funzionanti, è proibita la preparazione di alimenti”.

L’insostenibilità del modello Mineo è denunciata pure da una ricerca nazionale sul sistema d’asilo condotta dall’ASGI (Associazione Studi Giuridici Immigrazione) in collaborazione con il Centro Studi Politica Internazionale, Caritas, Consorzio Communitas e Associazione Italiana per il Consiglio dei Comuni e delle Regioni d’Europa. “Il Centro di Mineo – scrive l’equipe di ricerca - per ragioni legate alla sua ubicazione e per il fatto di inserirsi quale corpo estraneo nel già fragile tessuto socio-economico, rappresenta una struttura ad alto rischio di involuzione verso una realtà-ghetto completamente isolata dall’esterno, dove possono facilmente prodursi gravi fenomeni di marginalità e degrado sociale”. Nonostante gli impegni del governo, il centro vive nella totale assenza di programmazione dei servizi, senza alcun collegamento con le amministrazioni locali. “La locale ASL, priva di risorse aggiuntive, difficilmente è in grado di rispondere efficacemente al proprio compito istituzionale di tutela sanitaria”, aggiungono i ricercatori. “Inoltre non è previsto il potenziamento dei servizi scolastici a fronte della nuova utenza (al 13 maggio 2011 risultavano presenti circa 80 minori con famiglie e 40 minori stranieri non accompagnati)”.

Senso di precarietà ed abbandono, sfiducia, solitudine, disperazione sono i sentimenti più diffusi tra gli “ospiti”. I più forti tentano di rimettersi in gioco, sperimentando la fuga verso la Francia o la Germania. Altri si accontentano di camminare ininterrottamente a ridosso del filo spinato come si fa in carcere durante l’ora d’aria. Altri ancora traducono rabbia e desiderio di libertà in legittime manifestazioni di protesta: per tre volte in meno di quaranta giorni, un centinaio di rifugiati ha occupato la carreggiata della superstrada Catania-Gela, sfidando la reazione delle forze dell’ordine. Il 20 giugno, dieci di loro sono stati costretti a ricorrere alle cure dell’ospedale per le contusioni prodotte dalla carica degli agenti. In molti invece soccombono. L’indeterminatezza della semidetenzione, la condizione di eterna sospensione tra l’essere e il non essere, di persona e non persona, possono condurre all’autolesionismo. Sette rifugiati hanno già tentato il suicidio all’interno del Cara, secondo quanto denunciato dallo staff di Medici senza frontiere che a Mineo sta portando avanti un progetto di salute mentale per 350 residenti.

Per l’alto numero di rifugiati ospitati e la cronica inefficenza delle istituzioni chiamate a riconoscere lo status di rifugiato si rischia di prolungare all’infinito il confinamento nel limbo-inferno di Mineo. La commissione territoriale competente per l’esame delle richieste d’asilo ha iniziato le audizioni solo il 19 maggio e riesce ad incontrare solo due persone al giorno per non più di due volte la settimana. A questo ritmo, per smaltire le pratiche relative ai duemila richiedenti, ci vorranno non meno di tre anni. Inoltre sono già stati pronunciati numerosi dinieghi e per un’intera comunità, quella dei pakistani del Punjab, le richieste sono state rigettate in blocco.

Paesi di provenienza dei richiedenti asilo del Cara di Mineo (aggiornato al 18 luglio 2011)
Afghanistan 160, Bangladesh 24, Burkina Faso 47, Ciad 18, Costa D’Avorio 133, Eritrea 116, Etiopia 49, Georgia 1, Ghana 136, Guinea 17, Iran 24, Iraq 11, Kenya 1, Libia 8, Mali 136, Niger 14, Nigeria 328, Pakistan 317, Senegal 54, Siria 1, Somalia 5, Sudan 36, Tunisia 6, Turchia 20, Camerun 7, Gabon 2, Liberia 5, Marocco 1, Mauritania 3, Guinea Bissau 2, Togo 37, Gambia 32, Sierra Leone 12, Benin 4, Congo 12, Egitto 2, Palestina 1.

8 agosto 2011

Israele: smantellate quell'avamposto

Sentenza storica della Corte Suprema, ordinata la rimozione di un insediamento illegale in Cisgiordania

da http://it.peacereporter.net/
di Luca Galassi
del 3-8-2011

C'è una prima volta per tutto. Anche in Israele. La Corte suprema dello Stato ebraico ha emanato due giorni fa una sentenza storica: distruggere un insediamento illegale di coloni in Cisgiordania. L'insediamento - meglio chiamarlo avamposto, in quanto di limitata entità rispetto a una vera e propria opera urbanizzata - non è grande, e le conseguenze della sua distruzione e del trasferimento di qualche decina famiglie di coloni altrove non saranno epocali. Ma in questa terra i simboli assumono spesso più valore e potenza dei fatti.

Ed è simbolica la decisione del primo tribunale israeliano che ha ordinato allo Stato di smantellare Migron entro aprile del 2012 perché è illegale. Ovvero perché è costruito su terra di proprietà palestinese. A dispetto delle promesse, Migron è rimasto in piedi. Costruito nel 1999 a cinque chilometri da Gerusalemme, l'insediamento è composto da 50 famiglie. E' sempre stato definito 'non autorizzato', ma ciò non gli ha evitato di poter prosperare per vent'anni. Sorse durante l'operazione 'Scudo difensivo', il blitz israeliano su Ramallah in risposta alla Seconda intifada del 2002. Dapprima venne installata una piccola torre-radio (all'Israeli Defence Forces poteva anche andar bene, considerato il bisogno di migliorare le comunicazioni, le informazioni e l'intelligence nell'area), poi si aggiunsero alcuni caravan e le famiglie divennero stanziali. Un po' come i Rom da noi, con roulotte e baracche. In seguito furono emanati numerosi ordini di sgombero, nessuno dei quali ricevette esecuzione. Anzi, fu lo stesso governo israeliano a investire nell'avamposto. Novecentomila euro.

Una pratica diffusa, questa, nei ministeri israeliani. Lo dice il rapporto Sasson, redatto nel 2005 dall'ex capo del Dipartimento giustizia penale. Le sue conclusioni furono che organismi e istituzioni governative hanno segretamente stornato fondi per costruire avamposti illegali sui Territori palestinesi. Funzionari del ministero della Difesa e del ministero delle Costruzioni, e la Divisione insediamenti dell'Organizzazione mondiale sionista hanno speso milioni di shekel per finanziare avamposti illegali. Il rapporto descrive la cooperazione segreta tra i vari ministri e funzionari istituzionali per consolidare gli avamposti costruiti oltre dieci anni fa.

Sono oltre 300mila gli israeliani che vivono negli insediamenti (legali e illegali) della Cisgiordania. La disputa sul diritto alla terra tocca rivendicazioni storiche e religiose, leggi nazionali e internazionali, diatribe politiche. Gli insediamenti variano in dimensione e permanenza, da quelli 'selvaggi', chiamati wildcat, fatti di baracche e roulotte, fino a città vere e proprie di decine di migliaia di residenti. La comunità internazionale considera illegali la maggior parte delle centinaia di insediamenti. A dispetto di appelli a un congelamento completo della costruzione, il Premier Netanyahu ha detto che il governo continuerà ad acconsentire a nuove costruzioni per assecondare la loro 'crescita naturale'.