19 settembre 2011

Sodano vince contro D’Alì

Mafia: il prefetto Sodano vince contro chi lo mandò via da Trapani. Il Tribunale respinge la richiesta di risarcimento danni avanzata dal senatore D’Alì

di Rino Giacalone
da http://www.narcomafie.it/

Nell’ottobre del 2005, il 5 ottobre per l’esattezza, Anno Zero di Michele Santoro mandò in onda un reportage firmato da Stefano Maria Bianchi su Trapani a poche settimane dalla conclusione degli atti preliminari della Coppa America. Qualcuno scrisse su un giornale locale che Trapani avrebbe fatto bene a cambiare canale perché non c’era nulla di vero e di buono in quel reportage, a scrivere così era un sacerdote, don Ninni Treppiedi, oggi finito in mezzo a mille guai col Vaticano quanto con la Giustizia a sentire alcune indiscrezioni. In quel reportage sotto accusa era finito l’allora sottosegretario all’Interno senatore D’Alì, assieme all’odierno sindaco di Trapani, Girolamo Fazio, e lo scandalo sfiorava anche il prefetto dell’epoca Giovanni Finazzo. Si parlava in quel reportage di appalti combinati, della mafia che aveva messo le mani sui lavori di allestimento per rendere il porto perfetto ad accogliere le barche a vela della Coppa America, c’era anche l’immagine malata dell’ex prefetto di Trapani Fulvio Sodano che a gesti raccontò al giornalista Stefano Maria Bianchi che lui nel 2003 da Trapani era stato mandato via nel giro di 24 ore, un giorno prima dal Viminale gli era stato assicurato che non era nella lista dei movimenti dei prefetti, l’indomani si ritrovò “sbattuto” ad Agrigento, per volere, disse del senatore Tonino D’Alì, oggi presidente della commissione Ambiente del Senato e indagato a Palermo per concorso esterno in associazione mafiosa. Agli atti di questa indagine c’è anche il trasferimento da Trapani di Sodano col quale era entrato in contrasto a proposito della gestione dei beni confiscati alla mafia.

Trapani non cambiò canale quel giorno ma non ha mai premiato il prefetto Sodano rimasto in attesa di avere consegnata la cittadinanza onoraria della città deliberata nel dicembre 2005 dal Consiglio comunale all’indomani di una operazione antimafia della Polizia che dimostrò come Sodano da prefetto aveva respinto l’attacco diretto che i mafiosi insospettabili avevano portato fin dentro il suo ufficio quando volevano convincerlo a vendere la Calcestruzzi Ericina una azienda confiscata a Cosa Nostra trapanese e la cui presenza sul mercato, con la gestione dello Stato, faceva concorrenza alle imprese rimaste sotto il controllo degli imprenditori mafiosi. Il prefetto Sodano per quella intervista è stato citato in giudizio civile dal senatore D’Alì davanti al Tribunale di Roma, assieme alla Rai e ai giornalisti Michele Santoro e Stefano Maria Bianchi. Il Tribunale Civile ha respinto la richiesta di risarcimento dei danni, il senatore D’Alì non l’ha spuntata contro Sodano. Il prefetto Sodano difeso dall’avv. Giuseppe Gandolfo oggi ha ricevuto giusta ragione: “è un risultato importante per il prefetto – dice l’avv. Gandolfo – ma per tutti quelli che hanno sempre creduto nel lavoro onesto e coraggioso di Sodano, non meno rilevante è la circostanza che il fatto è incluso tra gli episodi contestati dalla Procura di Palermo al senatore D’Al’, indagato per concorso esterno in associazione mafiosa”. Agli atti di questa indagine ci sono cinque pagine fitte fitte, il verbale di un interrogatorio su carta intestata della Procura della Repubblica di Trapani. In fondo, alla fine di quel verbale che reca la data del 22 luglio 2004, le firme di un magistrato, il pm Andrea Tarondo e quella del prefetto, Fulvio Sodano. Dentro c’è scritto il racconto di una storia, di un compito che è stato impedito di assolvere in pieno, fino in fondo, ossia la gestione e l’utilizzo dei beni confiscati, cosa che in provincia di Trapani forse non doveva andare come è andata, e dove alla fine quando era impossibile tornare indietro, qualcuno doveva pagare.

Fulvio Sodano fu “cacciato” via da Trapani nell’estate del 2003 dall’allora Governo Berlusconi, ministro dell’Interno Beppe Pisanu oggi presidente della commissione nazionale antimafia. La commissione che ha pure tentato nella passata legislatura e in quella prima ancora di affrontare la questione, ma non trovò unanimi visioni. “Signor prefetto ma lei sta favorendo troppo la Calcestruzzi Ericina”. Quella non era una impresa qualsiasi, era una ditta confiscata alla mafia, che era diventata patrimonio dello Stato. Favorire perciò la Calcestruzzi Ericina significava appoggiare lo Stato. E quella era la cosa che stava facendo a Trapani il prefetto Fulvio Sodano, massima espressione dello Stato non poteva fare altro. Chi gli si rivolse a lui dandogli del “favoreggiatore”, secondo il racconto di Fulvio Sodano al magistrato che andò a sentirlo, fu l’allora sottosegretario all’Interno senatore Antonio D’Alì.

Non è una storia nuova quella che si sta scrivendo. La faccenda è conosciuta. Un paio di processi sono stati celebrati, le sentenze hanno accertato una serie di cose accadute a Trapani tra il 2001 e il 2005. A 20 anni è stato condannato il capo mafia di Trapani “don” Ciccio Pace, 8 anni di carcere ha avuto inflitti il suo braccio destro l’imprenditore Vincenzo Mannina. Pace era quello che voleva togliere di mezzo la Calcestruzzi Ericina in un periodo in cui a Trapani stavano arrivando milioni di euro di finanziamenti per fare bello e moderno il porto e gli imprenditori mafiosi si vantavano di potere controllare quelle opere pubbliche in corso di appalto perché possedevano bandi e capitolati di gara ancora prima che venissero pubblicati. Non c’era bisogno sotto la “regia” di “don” Ciccio Pace che gli appalti venissero pilotati tutti, le imprese che se li aggiudicavano sapevano che prima di cominciare i lavori dovevano andare a bussare a certe porte, e che i materiali per i cantieri, gli inerti, sabbia e pietrisco, il ferro, il cemento solo da certe imprese doveva essere comprato. “Don” Ciccio Pace aveva la sua impresa, la Sicilcalcestruzzi, le quote le aveva comprate, ufficializzando così la sua presenza che esisteva già da anni sottobanco, con i soldi ottenuti per un risarcimento per ingiusta detenzione. Per vendere gli inerti c’era l’impresa di Vincenzo Mannina, per gli asfalti quella di un altro imprenditore che faceva parte della cupola, Tommaso Coppola. Il ferro lo vendeva in esclusiva Nino Birrittella, l’uomo che dopo l’arresto ha deciso di uscire da Cosa Nostra raccontando ogni segreto di quella cupola fatta di imprenditori: non ha accettato alcun programma di protezione, ha chiesto di rimettersi sulla corretta via rimettendosi a lavorare, pronto a saldare i suoi conti con la giustizia quando arriverà questo momento. Una storia del tutto diversa da quella per esempio seguita da Tommaso Coppola che, come di recente ha svelato l’operazione antimafia “Cosa Nostra resorts”, dal carcere ha cercato di continuare a gestire in modo truffaldino le sue imprese, ha cercato di continuare a colloquiare con i politici, a parlare attraverso intermediari col prefetto Giovanni Finazzo successore di Sodano a Trapani, perché le commesse alle sue aziende non venissero fermate.

Ma torniamo agli appalti e al cemento. Dopo la confisca la Calcestruzzi Ericina, era il 2000 cominciò a registrare un calo nelle commesse. Magicamente gli imprenditori che costruivano palazzi e realizzavano opere pubbliche non andavano più in quell’impianto a comprare cemento. Nessuno è mai venuto a dire che ci fu un ordine, un passaparola, ma è quello che avvenne senza suscitare tanto scandalo. Ecco il racconto al magistrato da parte del prefetto Fulvio Sodano comincia proprio da questo punto.

“Non appena assunte le funzioni di prefetto di Trapani mi resi conto che la situazione dell’amministrazione dei beni confiscati alla mafia era estremamente grave, nel senso che erano numerosissimi i beni confiscati ma mai assegnati e che molti di tali beni erano ancora nella materiale disponibilità dei soggetti mafiosi cui erano stati confiscati. Immediatamente mi attivai per promuovere incontri con tutti gli enti interessati per tentare di fare attivare le procedure burocratiche di assegnazione incontrando difficoltà ed inerzie, per asserita mancanza di personale”.

Il prefetto Sodano a quel punto cominciò ad incontrare gli amministratori dei beni confiscati. Fu quello il momento in cui ebbe a conoscere gli amministratori della Calcestruzzi Ericina, il dott. Luigi Miserendino e l’avv. Carmelo Castelli: “Mi rappresentarono l’immobilismo del Demanio rispetto alle loro richieste e mi dissero che nonostante l’ottima qualità di calcestruzzo prodotto, venduto ad un prezzo più basso degli altri concorrenti, incontravano fortissime difficoltà di mercato e il fatturato ogni giorno scendeva sempre di più. Mi dissero che l’azienda rischiava di chiudere”. Il prefetto Sodano comprese subito le conseguenze: “Decisi che un bene acquisito dallo Stato che aveva sia un forte valore simbolico sul territorio sia una incidenza importante in un settore strategico per la mafia quale quello del calcestruzzo, doveva essere salvato e diventare l’emblema della rivincita dello Stato sull’antistato”.

La prima persona con la quale il prefetto Sodano affrontò l’argomento fu con l’allora presidente dell’Associazione degli Industriali Marzio Bresciani: “Gli dissi che non capivo come mai a fronte di un prezzo e qualità migliori i suoi associati preferissero rifornirsi altrove, lasciai intendere che paventavo una possibile interferenza mafiosa. Quindi lo pregai anche in considerazione dell’economicità e della qualità del prodotto, di farsi portavoce presso i suoi associati, magari quelli che più gli erano vicini, di valutare la possibilità di rifornirsi anche presso la Calcestruzzi Ericina……Dopo alcuni giorni saputo che presso il porto erano in corso consistenti lavori contattati con le stesse motivazioni addotte nel colloquio con Bresciani il comandante del Porto Agate perché si facesse presente alla ditta appaltatrice la convenienza a comprare cemento dalla Calcestruzzi Ericina….Tempo dopo seppi che gli interventi avevano sortito un certo effetto gli amministratori della Calcestruzzi Ericina mi dissero che si era allontanato il rischio della chiusura”.

Il prefetto Fulvio Sodano però ancora non sa che quei suoi interventi avevano cominciato a sortire fastidio dentro Cosa Nostra trapanese, lui era diventato “tinto” e don Ciccio Pace cominciava a dire che quel prefetto doveva andare via. Nel giugno del 2002 l’editore di una emittente locale, Giuseppe Bologna, manager di Tele Scirocco, incontrandolo gli disse che giravano certe voci sul suo conto circa un possibile trasferimento: “Confidenzialmente mi disse di avere saputo che i principali referenti di Forza Italia nella provincia di Trapani avevano chiesto nel corso di un incontro l’allontanamento da Trapani del prefetto, del procuratore e del dirigente della squadra Mobile. Alla cosa non diedi peso”.

Il prefetto Sodano continuò la sua attività sui beni confiscati e a favore della Calcestruzzi Ericina. Nelle riunioni ufficiali però cominciarono ad emergere faccende strane: “Fu quando discutemmo con Comune di Favignana e Soprintendenza delle sorti dell’impianto di calcestruzzo che l’Ericina possedeva a Favignana. Quello era l’unico impianto. Mi colpì l’affermazione del rappresentante comunale che mi disse che una volta terminati i lavori di costruzione di una galleria non c’era più necessità di avere un impianto sull’isola”. Come se a Favignana nessuno avrebbe più costruito e usato cemento che a quel punto se l’impianto avesse chiuso doveva arrivare da Trapani con gli inevitabili costi maggiorati per il trasporto.

Il prefetto avvertì che c’era qualcosa di strano che si muoveva attorno alla Calcestruzzi Ericina. A porre ostacoli non erano malavitosi, mafiosi, imprenditori poco raccomandabili, si fanno avanti le istituzioni. Gli uomini potenti della politica: “Durante una manifestazione ufficiale in prefettura fui avvicinato dal senatore D’Alì Antonio, sottosegretario all’Interno, il quale mi chiese spiegazioni in ordine al mio comportamento relativamente al “favoreggiamento” operato nei confronti della Calcestruzzi Ericina che in base a notizie che aveva avuto da altri avrebbe alterato il libero mercato del calcestruzzo, determinando una sleale concorrenza alle altre aziende del comparto. Gli spiegai quali fossero le motivazioni del mio comportamento e anzi mi meravigliai di quelle doglianze perché in realtà il mio atteggiamento tendeva esclusivamente a contrapporre una azione forte dello Stato ai poteri mafiosi. In sostanza avrei voluto che un bene ormai di proprietà dello Stato potesse sopravvivere in maniera emblematica contro tutti i tentativi della mafia di riappropriarsene o di distruggerlo. Subito dopo il sottosegretario mi disse che se le cose stavano così non aveva altro da dirmi se non che per l’avvenire questi interventi li dovevo fare esclusivamente in prima persona (era successo che per i lavori al porto aveva delegato il suo vicario dott Sciara a colloquiare col comandante Agate ndr)”.

Ai mafiosi a fine 2002 balena l’idea di sollecitare la vendita della Calcestruzzi Ericina. Nel gennaio 2003 il prefetto Sodano racconta di avere ricevuto una visita. “Mi fu chiesto un incontro da parte del presidente di Assindustria Marzio Bresciani e del direttore Francesco Bianco. All’incontro si presentò anche l’imprenditore Vito Mannina. Mi fu consegnata la proposta per la nomina a cavaliere dello stesso Mannina. Durante la riunione incidentalmente fu avanzata la proposta di acquisizione da parte dell’impresa Mannina della Calcestruzzi Ericina con assorbimento da parte dell’impresa Mannina di manodopera e acquisizione dei beni aziendali. Feci presente che in questo interlocutore principale era l’Agenzia del Demanio, uno degli interlocutori, forse Bianco, mi fece presente che loro avevano già sentito il geometra Nasca che aveva già dato il suo assenso. Poiché ero a conoscenza che da alcuni mesi Nasca era stato sollevato dai suoi incarichi in materia di beni confiscati mi meravigliai con loro per essersi rivolti a tale soggetto, comunque rinviai ogni altra discussione ad altra seduta successiva, Per me portare avanti quella richiesta significava abdicare alle mie iniziali decisioni che andavo perseguendo, incarica il capo di gabinetto di contattare l’associazione degli industriali per dire che della loro proposta non se ne faceva nulla. Con l’Assindustria ebbi comunque un altro incontro, erano stati molto insistenti nel chiederlo, stavolta c’era presente il figlio di Vito Mannina, Vincenzo, fu l’occasione per manifestare di persona tutte le mie perplessità, ma feci presente che siccome la titolarità era del Demanio, potevano rivolgersi a quell’ente, feci loro capire che se fosse stato chiesto il mio parere sarebbe stato negativo”.

La Calcestruzzi Ericina non fu venduta. Gli imprenditori non ci provarono nemmeno a parlare con i funzionari dell’Agenzia del Demanio e con chi aveva tolto l’ex funzionario Nasca da quella poltrona. Il prefetto Sodano nel luglio del 2003 presiede in prefettura la sua ultima riunione da prefetto di Trapani. E’ una riunione che mette le basi perché i beni confiscati mai più restino inutilizzati. Al suo fianco c’è seduto il presidente di Libera Luigi Ciotti. Personalmente a me confidò: “Vado via per questa riunione”.

E’ a conoscenza dei motivi del suo trasferimento da Trapani ad Agrigento? Si trattava di un trasferimento già programmato? E’ questa l’ultima domanda rivolta al prefetto Sodano dal pm Tarondo durante quell’interrogatorio del luglio 2004. Sodano così risponde: “Ho avuto conoscenza del mio trasferimento nel tardo pomeriggio del giorno precedente la seduta del Consiglio dei Ministri. Mi telefonò il capo di gabinetto del ministro facendomi presente che l’indomani sarei stato nominato prefetto di Agrigento. Alle mie rimostranze basate sul mio momento non facile di salute, noto al ministero, e per il quale avevo chiesto di rimanere a Trapani almeno altri sei mesi, ebbe a dirmi che la distanza che rispetto ad Agrigento c’era con Palermo era identica a quella con Trapani, mi invitò a prendere servizio ad Agrigento perché l’amministrazione mi sarebbe stata vicina. Tutto questo avveniva mentre non molto tempo prima aveva avuto garanzia che per un po’ di tempo non sarei stato trasferito. All’epoca di quel mio trasferimento molti altri colleghi che avevano raggiunto le loro sedi in concomitanza con la mia assegnazione a Trapani erano ancora in quelle stessi sedi”.

Una sentenza quella che ha condannato “don” Ciccio Pace a 20 anni di carcere scrive che l’azione dei mafiosi fu rivolta contro un uomo valoroso e coraggioso, il prefetto Fulvio Sodano. Condannato a sette anni è stato anche l’ex funzionario del Demanio, Francesco Nasca. Adesso a favore del prefetto Sodano questo pronunciamento del Tribunale Civile. Che fa salvo anche il lavoro giornalistico di Stefano Maria Bianchi che fu oggetto di una dura contestazione in Consiglio provinciale quando presidente della Provincia era proprio il senatore d’Alì ed il prefetto Finazzo andava dicendo pubblicamente che lui non contestava i giornalisti venuti da Roma ma quelli che a Trapani erano stati le loro fonti. Anni dopo si dimostrò che quelle fonti avevano visto giusto, dietro gli appalti del porto e della Coppa America, sotto il controllo di Protezione civile, prefettura e Comune di Trapani, ad operare c’era una “cricca” del malaffare.

15 settembre 2011

Ignazio La Russa, l’amico degli americani

Lui è Ignazio La Russa, ministro della difesa dell’ultimo governo Berlusconi, leader politico cresciuto nelle organizzazioni di estrema destra. A farne un’icona del filo-americanismo in salsa tricolore sono invece i più alti funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti in Italia nei cablogrammi inviati a Washington, da qualche giorno on line sul sito di Wikileaks


da http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/
di Antonio Mazzeo

Un ministro da adulare, vezzeggiare, sostenere, consigliare, orientare. Una “rarità” di politico con un cuore tutto per Washington e gli interessi a stelle e strisce in Europa e nel mondo. Sacerdote del pensiero atlantico e strenuo paladino delle crociate contro il terrorismo in Africa e Medio oriente. Il più fedele dei Signorsì per piegare le ultime resistenze all’occupazione del territorio da parte di ecomostri e dispositivi di morte. Lui è Ignazio La Russa, ministro della difesa dell’ultimo governo Berlusconi, leader politico cresciuto nelle organizzazioni di estrema destra. A farne un’icona del filo-americanismo in salsa tricolore sono invece i più alti funzionari dell’ambasciata degli Stati Uniti in Italia nei cablogrammi inviati a Washington, da qualche giorno on line sul sito di Wikileaks.

Roma, 5 ottobre 2009. Fervono i preparativi per il viaggio del ministro La Russa negli States dove incontrerà il segretario della difesa Robert Gates. Il vertice è fissato per il 13 ottobre e l’ambasciata di via Veneto emette il cablo top secret, classificato 09ROME1132. Destinatario proprio mister Gates.“Il tuo incontro con Ignazio La Russa giunge in un momento cruciale, con l’Italia che ritiene possibili i tagli al budget destinato alle missioni militari all’estero”. L’establishment USA è preoccupato per i riflessi che ciò potrebbe avere sulla missione NATO-ISAF in Afghanistan, ma per fortuna a dirigere il ministero della difesa del paese partner c’è “un buon amico degli Stati Uniti, forte sostenitore dei comuni interessi per la sicurezza transatlantica”.

“La Russa – continua il cablo - a differenza di suoi molti colleghi di governo, è stato un rumoroso sostenitore di un forte sistema difensivo e di robuste operazioni all’estero, sin da quando il governo Berlusconi è giunto al potere nel maggio 2008. Sebbene non appartenga allo stretto circolo di Berlusconi, egli è un importante politico alla sua destra – la seconda figura più potente del partito di Alleanza Nazionale che recentemente si è incorporato nel Popolo della Liberta (PdL). Di professione avvocato, La Russa è un accorto stratega politico, il cui aspetto e comportamenti piuttosto bruschi nascondono un’intelligenza acuta e piena padronanza per i dettagli. Sebbene sia spesso accusato di essere più attento ai partiti politici che alle leadership militari, La Russa è uno strenuo difensore dell’aumento delle spese militari e di maggiori protezioni per le truppe italiane impegnate sul campo, ed è popolare tra le forze armate. Egli tiene tantissimo alla sua personale relazione con te e lo ha dimostrato nei passati meeting, negli incontri interministeriali e nelle dichiarazioni alla stampa”.

“La Russa, una rarità in Europa, è un grande sostenitore della missione NATO in Afghanistan e non teme di esporre pubblicamente la necessità di continuare l’impegno dell’Italia in questo paese. Grazie in buona parte alla sua ferma difesa pubblica, la missione ISAF rimane una priorità italiana di massimo livello. L’obiettivo principale della sua venuta a Washington è di ascoltare da te la posizione assunta dagli Stati Uniti sul futuro della missione in Afghanistan alla luce del report di McChrystal. Il vostro incontro gli darà l’orientamento e gli argomenti per continuare a sostenere efficacemente la causa in Parlamento, sulla stampa, e all’interno del governo. Subito dopo, dovrà ottenere il consenso in consiglio dei ministri per un nuovo decreto che finanzi l’attività all’estero di 9.000 militari italiani, 3.100 dei quali da destinare alla missione ISAF, 2.300 a UNIFIL e 1.900 a KFOR. Per ottenerlo, dovrà respingere le richieste del ministero delle finanze di maggiori tagli al bilancio della difesa e trattare con un partner minore della coalizione del presidente Berlusconi, Umberto Bossi, leader della Lega Nord, che ha espresso scetticismo sulla missione afgana a seguito dell’attentato del 17 settembre a Kabul in cui sono stati uccisi sei soldati italiani. La Russa vorrà essere rassicurato da te sul fatto che gli Stati Uniti hanno implementato una chiara strategia sulla scia delle valutazioni fatte da McChrystal, dato che dovrà sostenere l’aumento del numero dei militari italiani e delle risorse, come richiesto dalla NATO”.
Secondo i diplomatici statunitensi, il ministro potrebbe pure avere un ruolo importante per impedire il ritiro o il drastico ridimensionamento del contingente italiano schierato in Libano nell’ambito della missione UNIFIL. “La Russa – scrivono - come molti nel centro-destra italiano, tende a considerare UNIFIL come una missione “soft” ereditata dal governo Prodi di centro-sinistra, ma un tuo segnale che gli Stati Uniti non vogliono la riduzione della missione e preferirebbero che l’Italia mantenesse l’odierno livello delle truppe – anche se no al costo dell’impegno militare in Afghanistan – lo aiuterebbe a sostenere la causa in consiglio dei ministri. Con sufficienti volere politico e risorse finanziarie, l’Italia può continuare a mantenere in vita entrambe le missioni con la forza di oggi o meglio”.

La Russa viene inoltre ritenuto l’uomo chiave per conseguire gli obiettivi di potenziamento qualitativo e numerico delle installazioni militari USA presenti sul territorio italiano. “L’Italia è il nostro più importante alleato in Europa per proiettare la potenza militare nel Mediterraneo, in Nord Africa e in Medio oriente. I cinque maggiori complessi militari (Napoli, Sigonella, Camp Darby, Vicenza e Aviano) ospitano approssimativamente 13.000 tra militari statunitensi e personale civile del Dipartimento della difesa, 16.000 familiari e 4.000 impiegati italiani. Miglioramenti o cambiamenti di queste infrastrutture potrebbero generare controversie con i politici locali e noi contiamo sul sostegno politico ai più alti livelli, così com’è stato in passato”. “L’approvazione e il sostegno del governo italiano al progetto di espansione dell’aeroporto Dal Molin di Vicenza per consentire il consolidamento del 173rd Airborne Brigade Combat Team è un esempio positivo di questo tipo di collaborazione” prosegue il cablo. “A breve termine, possiamo richiedere l’aiuto di La Russa su una serie di problemi relativi alle basi militari, ad esempio per la nostra richiesta di riconoscimento formale, da parte del governo italiano, del sito di supporto US Navy a Gricignano (Napoli) quale base militare nell’ambito del NATO SOFA del 1951 (l’accordo sullo status delle forze militari straniere ospitate in un paese in ambito alleato) e del Bilateral Infrastructure Agreement del 1954, e per l’approvazione della costruzione del nuovo sistema di comunicazione globale satellitare Mobile User Objective System (MUOS) della marina militare USA all’interno del Navy Radio Transmitter Facility di Niscemi, in Sicilia. In passato La Russa ha fatto, su nostra richiesta, utili dichiarazioni pubbliche sulla questione MUOS. Un tuo segnale di apprezzamento per il suo sostegno su questo punto aiuterebbe a focalizzare la sua attenzione sulle arcane questioni tecniche e legali che ruotano attorno alla nostra presenza miliare in Italia”.
Il 22 gennaio 2010 è l’ambasciatore David H. Thorne a tessere in prima persona le lodi del ministro italiano in un secondo cablogramma inviato direttamente al segretario Gates in procinto di raggiungere l’Italia a febbraio.

“Mi sono incontrato con La Russa il 19 gennaio, poco prima che egli inviasse la portaerei Cavour ad Haiti con un carico di aiuti umanitari ed elicotteri per il loro trasporto. Il suo approccio sulla crisi di Haiti è tipica del suo stile: è un leader orientato all’azione che fa le cose con poco rumore o ostentazione”. “La Russa – aggiunge il diplomatico - è felice che tu abbia accettato il suo invito e sta lavorando alacremente per assicurare che il vostro meeting a Roma dia visibilità nel migliore dei modi la relazione bilaterale Italia-Stati Uniti nel campo della difesa che lui sta cercando di rafforzare ed espandere in tutti i modi. La Russa, con l’attivo supporto del ministro degli esteri Frattini, è stato il nostro campione nell’interazione con l’Italia (…) Egli è stato la voce più forte in consiglio dei ministri a favore dei nostri comuni interessi nell’ambito della sicurezza…”.
Thorne rileva che la vista di Gates “dimostrerà pubblicamente che l’Italia è all’interno del più stretto circolo dei nostri partner europei”, “faciliterà l’approvazione parlamentare per l’invio di altri 1.000-1.200 militari in Afghanistan” e “consentirà a La Russa di pronunciarsi su altri obiettivi chiave USA”. “Egli ha risposto immediatamante alla tua telefonata del 25 novembre per uno sforzo concertato in vista di un maggiore impegno delle truppe in Afghanistan. La Russa e il ministro Frattini hanno convinto il premier Berlusconi ad approvare ed annunciare l’aumento di 1.000 militari prima di aver consultato il Parlamento, assicurando in tal modo che l’Italia fosse il primo paese della NATO a farlo”.

Per l’ambasciatore, La Russa non si risparmierà pure nel sostenere le posizioni USA in merito al procedimento giudiziario contro il colonnello dell’aeronautica militare statunitense Joseph Romano, già comandante del 31st Security Forces Squadron di Aviano, implicato nel vergognoso affaire del rapimento CIA-servizi segreti italiani dell’ex imam di Milano, Abu Omar. “La Russa è stato di grande aiuto per persuadere il ministro della Giustizia a sostenere le nostre asserzioni affinché venga applicata la giurisdizione prevista dal NATO SOFA per il caso che vede imputato il colonnello Romano. La Russa, un avvocato di successo ed esperienza, in qualità di ministro della difesa non è un attore chiave nelle questioni giudiziarie e, come il resto del governo, ha pochissima influenza sul potere giudiziario italiano, assai indipendente. Noi abbiamo sollevato ripetutamente la nostra posizione con i leader italiani più importanti e La Russa comprende che la questione continua a essere rilevante per i militari USA. La Russa ti vorrà offrire l’aiuto che può dare, ma potrebbe riconoscere la propria impotenza di fronte ad un ordinamento giudiziario testardo che resta rinchiuso in un amaro e lungo conflitto con il presidente del consiglio Berlusconi per vecchi casi di corruzione”.

A conclusione del lungo cablogramma, Mister Thorne auspica che il viaggio in Italia del segretario Gates possa essere l’occasione per risolvere le due questioni che stanno più a cuore ai comandi USA ospitati in Italia, lo status giuridico della nuova stazione US Navy di Gricignano e il progetto del MUOS di Niscemi. “Sentire che le consideri come due importanti priorità per gli Stati Uniti d’America conferirà a La Russa il potere di fare il meglio per la loro risoluzione”, scrive il diplomatico. “Abbiamo investito più di 500 milioni di dollari per realizzare a Gricignano, che è l’hub di supporto logistico per tutti i comandi US Navy nel Mediterraneo, la sede del principale ospedale navale per la regione europea, due scuole DOD e gli alloggi residenziali per circa 3.000 membri di US Navy e i rispettivi familiari. Nel 2008, durante i negoziati per attualizzare l’accordo sulle installazioni ospitate nell’area di Napoli, lo staff generale del ministero della difesa italiano c’informò che non avremmo più potuto proteggere a lungo il sito con le forze di sicurezza della marina militare USA, poiché sorge su un’area presa in affitto (o meglio, ceduta dal ministero della difesa) e US Navy non ha ottenuto l’autorizzazione specifica che le conferisce lo status d’installazione militare. I legali di US Navy hanno rifiutato le argomentazioni italiane, mostrando la serie di autorizzazioni che gli Stati Uniti hanno ottenuto per il trasferimento della base dall’ex sito di Agnano (che la marina USA ha occupato a partire dal 1950, con tutti i privilegi garantiti dal NATO SOFA), ma i legali dei militari italiani si sono mantenuti fermi nelle loro considerazioni. La loro posizione minaccia non solo la viabilità della base dal punto di vista della sicurezza, ma anche lo status di esenzione fiscale del commissariato, del cambio valute, dell’ospedale e di altre attività al suo interno. Ho chiesto a La Russa di rompere l’empasse con una dichiarazione politica che affermi che Gricignano è un’installazione militare, e lui ha promesso di trovare una soluzione, ma un segnale da parte tua che la sicurezza del nostro personale militare non è negoziabile lo aiuterà a dare massima priorità alla questione…”.

Ancora più “cruciale” l’aiuto che il ministro può fornire per consentire alle forze armate USA d’installare a Niscemi l’antenna del nuovo sistema di telecomunicazione satellitare MUOS. “Una campagna dell’opposizione politica locale in Sicilia ha impedito che US Navy ottenesse l’approvazione finale a realizzare la quarta e ultima stazione terrestre. Quando entrerà in funzione nel 2012, il MUOS consentirà alle unità militari statunitensi (e NATO) presenti in qualsiasi parte del mondo di comunicare istantaneamente con i comandi generali negli Stati Uniti o altrove. Dato che il progetto è seriamente in ritardo (US Navy deve iniziare la costruzione nel marzo 2010 o prevedere di trasferire il sito altrove nel Mediterraneo), ho chiesto a La Russa di aiutarci a fare un passo in avanti con il presidente regionale siciliano Lombardo, il cui ufficio ha negato le necessarie autorizzazioni. La Russa si è detto disponibile, ma ascoltare da te che il MUOS è una priorità USA lo spronerà a spendere il consistente capitale politico nella sua regione d’origine e assicurare che il progetto vada avanti”.

Considerazioni profetiche. Dopo un’offensiva a tutto campo di La Russa e capi militari, Raffaele Lombardo ha ribaltato il suo “No, senza se e senza ma” in un “Sì subito al MUOS!”. Così, l’11 maggio 2011, l’Assessorato Regionale Territorio ed Ambiente ha autorizzato i militari USA ad installare il terminal terrestre MUOS all’interno della riserva naturale “Sughereta” di Niscemi. I lavori sono stati avviati immediatamente. L’EcoMUOStro sorgerà nel nome e per grazia di La Russa e dell’“autonomista” Lombardo.

Alla procura di Catania, la verità esce di scena

La soluzione escogitata dal reggente di quella Procura, Michelangelo Patanè, è infatti la peggiore che potesse essere immaginata per chiudere il “caso Lombardo"

da http://antoniocondorelli.wordpress.com/
di Sebastiano Messina (REPUBBLICA Palermo 15.09.2011)

Non tocca a noi giornalisti giudicare gli imputati e tantomeno i magistrati, in un Paese nel quale abbiamo già — ahinoi — un presidente del Consiglio che si incarica di picconare i pubblici ministeri, nella speranza di sottrarsi al principio fondamentale che vuole la legge uguale per tutti. Ma neanche il profondo rispetto che nutriamo per i magistrati può impedirci oggi di dire che quello che sta succedendo nella Procura della Repubblica di Catania dà un aiuto formidabile a chi parla di «uso politico della giustizia».

La soluzione escogitata dal reggente di quella Procura, Michelangelo Patanè, è infatti la peggiore che potesse essere immaginata per chiudere il “caso Lombardo”, ovvero l’inchiesta aperta due anni fa contro il presidente della Regione per concorso esterno in associazione mafiosa. Lo è per tre motivi: per la procedura adottata, per la tempistica dei provvedimenti e per le ombre che non permettono di definirla né trasparente né inattaccabile.

RIEPILOGHIAMO. Nel marzo 2010 Raffaele Lombardo viene iscritto nel registro degli indagati per un reato di mafia (il concorso esterno, appunto). Lui si dichiara innocente davanti all’Assemblea regionale, ma l’inchiesta va avanti senza che la Procura di Catania gli contesti formalmente alcun reato. Il procuratore D’Agata prende tempo, passa quasi un anno, e lui va in pensione senza che l’inchiesta arrivi alla sua conclusione. Poi, tre mesi fa, il magistrato incaricato di reggere la Procura fino alla nomina del nuovo titolare prende una decisione importante. Boccia la richiesta di rinvio a giudizio di Lombardo (per concorso esterno in associazione mafiosa) firmata dai quattro pm titolari dell’inchiesta e avoca a sé il procedimento, ipotizzando la derubricazione del reato. Per farlo, però, secondo la dottrina prevalente, sarebbe necessaria una decisione del giudice per le indagini preliminari.

Ma il reggente Patanè evita il giudizio del gip, che sarebbe il “giudice terzo” invocato dallo stesso Lombardo. E lo evita anche dopo che il fascicolo sugli altri indagati è stato affidato, con decisione assai discutibile, a un gip che è il marito di Rita Cinquegrana, nominata proprio da Lombardo sovrintendente del Teatro Massimo di Catania. Non gli chiede né il rinvio a giudizio per un altro reato né l’archiviazione per il reato più grave. Lo aggira del tutto e, con una decisione sorprendente, cita direttamente a giudizio Lombardo (e suo fratello) per violazione della legge elettorale. Nessun giudice potrà dunque stabilire se l’accusa precedente era fondata o meno, e nessun magistrato potrà più procedere contro il governatore per quella vicenda, in base al principio per il quale nessuno può essere processato due volte per lo stesso fatto.

Al presidente della Regione, e alla giustizia, serviva un giudizio pubblico e trasparente delle prove a suo carico. La via d’uscita che si è inventato il fantasioso reggente della Procura lo impedisce per sempre. Se davvero il caso Lombardo si concluderà così, l’ombra del sospetto non si allontanerà affatto dal governatore. E si allungherà invece sulla Procura di Catania, che dopo una così lunga gestazione ha partorito una decisione che forse neanche il collegio di difesa dell’imputato aveva osato immaginare.