23 ottobre 2011

Crimine organizzato e costruzione del Ponte di Messina

Il Padre di tutte le Grandi Opere, monumento-cattedrale allo spreco delle risorse e al consumo di territorio, delirio d’onnipotenza di una classe politica inetta e parassitaria

da http://antoniomazzeoblog.blogspot.com/
di Antonio Mazzeo

È il Ponte sullo Stretto di Messina, l’Ecomostro i cui lavori dovrebbero iniziare entro la fine del prossimo anno e che ha già battuto tutti i possibili record: il progetto più costoso della storia dei lavori pubblici, il più lento mai partorito, quello che richiederà la più grande gittata di cemento e calcestruzzo e che avrà la campata unica più lunga del pianeta, 3.360 metri, 1.400 in più del gioiello tecnologico giapponese di Akashi Kaikyo.

Nell’incantevole scenario di Scilla e Cariddi, i mitologici mostri decantati da Omero, si chiede di realizzare due torri di cemento e acciaio alte 382,60 metri, formata ognuna da due piloni del diametro di oltre 50 metri, rette da quattro tiranti di acciaio per un peso totale di 166.600 tonnellate. Il volume delle fondazioni in Sicilia sarà di 86.000 metri cubi, mentre in Calabria di 72.000. Oltre al Ponte vero e proprio saranno realizzati 40 chilometri di raccordi stradali e ferroviari (2 km su viadotto e 20,6 km in galleria), mega-discariche, cave e strutture di raccordo. L’Opera investirà superfici territoriali vastissime nelle province di Messina e Reggio Calabria: la somma delle aree destinante ai cantieri ammonterà a 514.000 metri quadri, a cui si aggiungeranno le aree destinate a discariche finali, distanti anche più di 50 km dall’infrastruttura, per un valore complessivo di 764.500 mq.[1] t

La realizzazione del Ponte e delle opere connesse comporterà un fabbisogno complessivo di materiali pari a 3.540.000 metri cubi e una produzione di materiali provenienti dagli scavi per un totale di 6.800.000 mc. Altra insostenibile colata di cemento è programmata per completare alcune infrastrutture di “servizio” al Ponte (un centro direzionale, un centro commerciale con albergo, ristoranti, un anfiteatro e un museo in Calabria, un’area di servizio-ristoro in Sicilia) per altri 117.000 mc. Un affare stimato dalla Società Stretto di Messina Spa, concessionaria pubblica per la realizzazione del Ponte, in 8,5 miliardi di euro (perlomeno 10 secondo la rete No Ponte), che fa gola da più di trent’anni alle più efferate cosche criminali nazionali ed internazionali Continua a leggere

Roma, lo chef in pensione che sfama i clochard

Dino è lo chef ottantaduenne che sfama i clochard della Tuscolana e di altre stazioni romane

da http://www.iltempo.it/
di Erica Dellapasqua

Comincia tutto con un semplice caffè. In una domenica mattina come tante. Dino è in pensione, passeggiava per "passare il tempo" quando ha incrociato il clochard che avrebbe rivoluzionato l’ordine delle priorità nella sua vita e quella di altri cento disperati. «Mi dai qualcosa per la colazione?», si è sentito chiedere dallo sconosciuto. Gli ha messo tra le mani un euro. Portafoglio meno pesante, cuore più leggero, ha pensato.

Dino Impagliazzo, 82enne, pensionato Inps, la domenica successiva si è presentato alla stazione Tuscolana con venti panini formaggio e prosciutto: «Non so bene spiegare il perché, ma quel caffè mi ha fatto scoccare la scintilla». Sua moglie Fernanda, che lo conosce bene, quando l’ha visto bussare alle porte dei vicini di casa per chiedere se in frigo fosse rimasto qualcosa per "quei ragazzi della stazione", sapeva che quello sarebbe stato solo l’inizio: ha indossato il grembiule e cucinato del ragù. Oggi, trascorsi ben sei anni da quella "benedetta domenica", non andrebbe più bene, perché "molti della compagnia", come la chiamano loro, la carne non possono mangiarla.

La "compagnia" sono un esercito di trecento "invisibili", che ormai per mangiare contano su Dino e sui suoi amici. Miracolo nel IX Municipio? «Nessun miracolo - sorride a se stesso Dino - Ha presente il gioco del domino? Ho iniziato a far del bene, con me mia moglie, i vicini di casa e gli amici, ed abbiamo così scoperto di essere in tanti». Dino in pensione non riposa. Il calendario che si è imposto è serrato. Ogni sabato e domenica sera ha appuntamento alla stazione Tuscolana. Lunedì e martedì alla stazione Ostiense. Per cucinare si usa casa Impagliazzo. Ci abitano in due, ma il ripostiglio del soggiorno svela il "trucco". Pentoloni e mestoli in formato gigante, da sfamarci un esercito appunto. Quando il sugo è pronto e la pasta (venticinque chili) cotta, di corsa in auto fino alla stazione. Vicino ai binari poi ci si organizza come si può, piatti e stoviglie di plastica e mille grazie. I senzatetto, clochard, stranieri e romani, sanno che Dino li sta aiutando solo perché ha un cuore grande, non perché potrebbe permetterselo: «Non mi hanno mai mancato di rispetto e sono sempre stati leali.

Credo mi conoscano anche in Afghanistan, un giorno un gruppo appena arrivato ha chiesto di me, dicevano che avrei potuto aiutarli per i primi tempi». Il fatto che i commensali apprezzino, lo dimostra il passaparola: «Quando ho iniziato distribuendo loro i panini - confessa Dino - non mi sarei mai potuto aspettare una cosa simile». Di certo quello che sta succedendo a Dino non è più grande di lui, perché in questi anni, insieme ai senzatetto, ha trovato l’aiuto di tantizzimi scoprendo che c’è molta voglia di solidarietà tra le strade della Capitale. Non chiacchiere ma concretezza. Ci sono le braccia, delle parrocchie del Tuscolano, dei ragazzi della Misericordia, di tanti volontari, e risorse, come quelle offerte dalle catene di supermercati o le "buste" degli affezionati alla causa: «Un mio ex collega dell’Inps - conclude Dino prima di mettersi ai fornelli - ogni mese, da sei anni, mi dà 100 euro, sa quanto gli costo?».

Per la direttrice di Sud: "Smettila di scrivere o ti rompiamo le mani"

La lettera anonima è stata composta con caratteri ritagliati da un giornale, le è arrivata a casa in una busta con l’indirizzo vergato a mano. Fabiola Manidirettrice di “Sud” , free press di Catania, racconta

di Giorgio Ruta
da Ossigeno (osservatorio sui cronisti minacciati)

Modica - 10 ott 2011 - Per la giovane giornalista non è il primo avvertimento, ma è il più grave. «Alcuni – racconta - mi hanno intimato verbalmente di smetterla con le inchieste. Qualcuno, dopo aver letto cosa avevamo scritto sul suo conto, mi ha detto: non rompere più i coglioni. Le frasi più minacciose le hanno dette persone molto note di cui non voglio fare il nome. Proprio quelle persone dalle quali non te lo aspetteresti».

Sud è un quindicinale. E’ stampato in 20 mila copie e distribuito gratis in tutta la provincia di Catania. E’ caratterizzato da titoli forti, da colori accesi, pezzi brevi e molte foto: C’è anche il sito web del giornale , aggiornato con frequenza. Offre molte video-inchieste. La redazione e formata da quindici giornalisti molto giovani.

«I giovani sono i meno corrotti dal sistema di potere» spiega Fabiola. Dirigere Sud, dice, è un lavoraccio, un lavoro duro. “Mi arrivano tantissime diffide. Vorrei proprio avere un’assicurazione per affrontare le querele per diffamazione. Si può dire che ogni giorno arriva l’intima-zione dell’avvocato di turno».

Ma chi ha scritto quella brutta lettera anonima, recapitatale a fine settembre? In redazione nessuno riesce a formulare un’ipotesi. Le inchieste che il quindicinale ha pubblicato nell’edizione cartacea o nel sito sono tante, e riguardano vari settori ed argomenti. «Come ho detto ai Carabinieri, non posso dire che sospetto qualcuno in particolare. Mi occupo di tante cose: cronaca giudiziaria, cronaca nera, mafia, politica... Scriviamo molto di politica, e forse –dice la giornalista ridendoci sopra - se ci occupassimo più di mafia e meno di politica rischieremmo meno».

A Sud comunque il lavoro continua. I ragazzi-giornalisti si sono stretti intorno al direttore e cercano di riderci sopra per scaramanzia. «Non ti preoccupare, se ti tagliano le mani, scriveremo noi al posto tuo», le ha detto scherzosamente un redattore. E lei commenta: «I ragazzi mi hanno fatto sentire tutta la loro vicinanza e hanno continuato a lavorare come prima. Gli editori hanno fatto sapere che non si tirano indietro di fronte alle minacce, ma non nascondono la preoccupazione. «Avvertiamo il bisogno – afferma il presidente della Editori Indipendenti Pierluigi Di Rosa, -di richiamare l’attenzione delle autorità sul clima di intimidazione che abbiamo denunciato già da tempo e che,

evidentemente, mira ad impedire che in questa città cresca una voce di informazione autenticamente libera». Sotto la direzione della Foti da maggio di quest’anno, Sud ha fatto
alcune clamorose inchieste. L’ultima in ordine di tempo ha riguardato le condizioni di degrado dell’ospedale di Taormina. Molti articoli hanno presentato in termini critici i comportamenti di personaggi politici di primo piano.

Il giornale è ancora agli esordi, ma vanta già una storia travagliata. Fu fondato un anno fa. Direttore era un altro giovane giornalista, Antonio Condorelli, che adesso scrive per Esse e il Fatto Quotidiano. Il giornale fece subito clamore. Mise a segno uno scoop dietro l’altro. Uno dei più clamorosi fu quello su un certificato medico del governatore siciliano Raffaele Lombardo considerato falso. Ma Condorelli e gli editori non si intendevano. Dopo qualche mese il clima divenne teso e il giornalista catanese lasciò la direzione sbattendo la porta, portandosi dietro buona parte della redazione. Fu sostituito da Marco Benanti, che restò poco, e poi da Fabiola Foti.

19 ottobre 2011

Indignados italiani, ripartire dal 15 ottobre

Mentre nel calderone mediatico, riguardo la manifestazione romana del 15 ottobre ci si mette dentro di tutto, persino un improbabile Black Block vestito da kamikaze islamico, urge un'analisi attenta e ferma su ciò che è accaduto

di Cesare Piccitto

Precisiamo che la manifestazione del 15 ottobre non è paragonabile a nessun altra manifestazione, visto il particolare momento storico italiano in cui ci troviamo. Nel recente passato mai una manifestazione di piazza è stata stroncata sul nascere dalle violenze dei Black Bloc come in questa occasione.

Quella degli Indignados italiani è stata una grande mobilitazione bloccata, resa impossibile nello svolgimento dalle violenze di una minoranza, circa un migliaio, di violenti definiti dai media nei modi più disparati e coloriti. Unanime è l'accettazione di questa analisi da parte degli indignados, del Viminale e delle forze dell’ordine. Anche questa intesa è senza precedenti. Nonostante le violenze, questo nuovo movimento è riuscito a mobilitare una enorme manifestazione preceduta da un forte e radicato movimento di opinione. Non è il momento, dunque, di raccogliere i cocci e piangersi addosso anzi è il momento di prendere posizioni forti e inequivocabili.

Il movimento dovrebbe richiedere le immediate dimissioni del ministro degli interni Roberto Maroni? Il suo dicastero non è stato in grado di garantire quel minimo di ordine pubblico necessario per lo svolgimento di un diritto costituzionalmente sancito: manifestare pacificamente. La stragrande maggioranza dei manifestanti è stata costretta a fuggire, a nascosta nei bar senza riuscire a raggiungere Piazza San Giovanni, proprio a causa degli scontri.

Già nei giorni precedenti vi è stata una grande mobilitazione di forze dell’ordine ma evidentemente sono state gestite in maniera superficiale da non garantire l’adeguata sicurezza. Dalle notizie di stampa sembrano innumerevoli i rapporti dei servizi che segnalavano da tempo le infiltrazione, all’interno della mobilitazione, di violenti incappucciati e ben armati. E' mancata, dunque, la prevenzione necessaria affinché una manifestazione possa aver luogo.

Urge una netta condanna della violenza di piazza. Qualcuno lo ha già fatto nelle ore subito dopo la fine del corteo, chi, timidamente, alza la voce in rete. Serve una presa di posizione più forte che eviti le inutili e facili dietrologie che da sempre albergano in una piccola parte del movimentismo italiano. Giustificazioni del tipo “compagni che sbagliano” oppure “sono solo poliziotti infiltrati”, sono solo di comodo sganciandosi dalla realtà dei fatti.

Sarebbe corretto richiedere e organizzare altre manifestazioni con un più adeguato servizio d’ordine che per il futuro non permettere agli “spaccatutto” di fermare ed eliminare a livello mediatico una mobilitazione ben riuscita. Come dire più servizio d’ordine meno Bonghi.

A molti indignados è stato impedito di manifestare pacificamente e gioiosamente come avrebbe voluto. Sono doppiamente indignati perché avevano deciso di scendere in piazza per costruire non per distruggere. Nella manifestazione del 15 si è resa visibile quella generazione a cui sottraggono ogni giorno pezzi di futuro, è scesa in piazza con l’intento di immaginare insieme alle ragazze e ai ragazzi di tutta Europa una via d'uscita alla crisi che annienta le nostra energie migliori.

Gruppi di violenti hanno distrutto in un solo colpo Roma e i suoi giovani, ormai allibiti e amareggiati nell'assistere, impotenti, alla deriva di guerriglia urbana. Dedico agli “spaccatutto” l’intervento di Pasolini anche se dubito che tali violenti possano capire. Mi riferisco alle parole che utilizzò sulla rivolta di Valle Giulia, quella famosa poesia in cui affermò di schierarsi dalla parte dei celerini. Correva l’anno 1968:

«Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi quelli delle televisioni
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio delle università)
il culo. Io no, amici.
Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo)
ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di essere stati bambini e ragazzi
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera, la salvia rossa (in terreni altrui, lottizzati);
i bassi sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, etc. etc. »
«A Valle Giulia, ieri
si è così avuto un frammento
di lotta di classe: e voi amici
(benché dalla parte della ragione)
eravate i ricchi.
Mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri.
Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi
ai poliziotti si danno i fiori, amici»

07 ottobre 2011

Daniele Biacchessi: la Russia dei giornalisti morti ammazzati

In ricordo di Anna e degli altri giornalisti uccisi in Russia

Catania: Appello di Libera al CSM

In occasione dell'ultima nomina era stato rivolto un analogo appello, rimasto, purtroppo, inascoltato e vicende successive ci hanno dato ragione: Catania ha vissuto e vive un'ennesima stagione di veleni

Comunicato stampa

Il coordinamento provinciale catanese di Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, ha inviato al Consiglio superiore della magistratura un appello in cui si chiede che per la nomina del Procuratore della Repubblica sia scelto un candidato estraneo alla città.

E’ noto che la decisione del CSM è ormai prossima e che la rosa dei candidati è ristretta a tre nomi: quello del dott. Giuseppe Gennaro, Sostituto Procuratore presso la Procura di Catania, quello del dott. Giovanni Tinebra, Procuratore generale presso la Corte d’Appello di Catania, e quello del dott. Giovanni Salvi, Sostituto Procuratore generale presso la Corte di Cassazione.

APPELLO AL CONSIGLIO SUPERIORE DELLA MAGISTRATURA

Infiltrazioni mafiose nell’economia, corruzione diffusa, alto tasso di illegalità: di fronte a questa realtà la Procura di Catania appare, anche dopo il pensionamento del Procuratore D'Agata, divisa e lacerata da conflitti interni.

Il Coordinamento provinciale catanese di Libera, Associazioni, nomi e numeri contro le mafie, rivolge un appello al CSM: senza voler esprimere alcuna valutazione sulla professionalità dei catanesi concorrenti per la nomina del Procuratore della Repubblica, chiediamo che, stavolta, sia scelto un candidato estraneo alla città.

In occasione dell'ultima nomina era stato rivolto un analogo appello, rimasto, purtroppo, inascoltato e vicende successive ci hanno dato ragione: Catania ha vissuto e vive un'ennesima stagione di veleni.

La Procura è il cuore pulsante dell'amministrazione della Giustizia, solo un capo libero da legami con la città e lontano dalle storie che hanno infangato la magistratura catanese potrà ridare l'autorevolezza indispensabile all'imparziale esercizio dell'azione penale cui Catania ha diritto.
Il Coordinamento provinciale di Libera- Catania

Giulio Andreotti si racconta ad Enzo Biagi, intervista del 1980

Indagato Melchiorre Fidelbo marito della senatrice Anna Finocchiaro

L'inchiesta riguarda la procedura che aveva portato all'affidamento, senza gara, dell'appalto per l'informatizzazione del Pta di Giarre alla Solsamb srl società guidata da Melchiorre Fidelbo marito della presidente dei senatori del Partito democratico Anna Finocchiaro

di Iena giudiziaria
da http://www.ienesiciliane.it/

Il procuratore capo della Repubblica di Catania facente funzioni, Michelangelo Patanè, continua a lavorare sodo, con dedizione e senso di responsabilità. Per lui parlano i fatti e le importanti indagini che ha portato a compimento negli ultimi mesi. Proprio oggi rimbalza la notizia degli avvisi di chiusura delle indagini preliminari, firmati per l'appunto dal procuratore Michelangelo Patanè e dal sostituto Alessandro La Rosa, notificati a Melchiorre Fidelbo, all'ex direttore amministrativo dell'Azienda sanitaria provinciale di Catania, Giuseppe Calaciura, al direttore amministrativo dell'Asp, Giovanni Puglisi, e alla responsabile del procedimento, Elisabetta Caponetto.

L'inchiesta riguarda la procedura amministrativa che aveva portato all'affidamento, senza gara, dell'appalto per l'informatizzazione del Presidio territoriale di assistenza (Pta) di Giarre assegnato alla Solsamb srl, società guidata da Melchiorre Fidelbo, marito della presidente dei senatori del Partito democratico Anna Finocchiaro.

L'ipotesi di reato per cui si procede sarebbe l'abuso d'ufficio. Al centro delle indagini vi sarebbe la delibera n. 1719 del 30 luglio del 20101 che autorizzava l'Asp di Catania a stipulare un convenzione con la Solsamb per il Pta di Giarre che, secondo l'accusa, sarebbe stata redatta "senza previo espletamento di una procedura ad evidenza pubblica e comunque in violazione del divieto di affidare incarichi di consulenza esterna", come prevede la normativa regionale.

Secondo la Procura, l'atto "avrebbe procurato un ingiusto vantaggio patrimoniale alle Solsamb, consistito nell'affidamento diretto alla società di una prima anticipazione di 175mila euro", somma "proveniente dalla quota del co-finanziamento Stato-Regione" previsto dalla Finanziaria dell'anno 2007. Per la Pubblica accusa Melchiorre Fidelbo, amministratore unico della Solsamb, avrebbe concorso "in qualità di determinatore o comunque di istigatore della condotta del Calaciura, del Puglisi e della Caponetto, predisponendo l'atto di convenzione allegato alla delibera e proponendo la stipula all'Asp di Catania".