19 ottobre 2011

Indignados italiani, ripartire dal 15 ottobre

Mentre nel calderone mediatico, riguardo la manifestazione romana del 15 ottobre ci si mette dentro di tutto, persino un improbabile Black Block vestito da kamikaze islamico, urge un'analisi attenta e ferma su ciò che è accaduto

di Cesare Piccitto

Precisiamo che la manifestazione del 15 ottobre non è paragonabile a nessun altra manifestazione, visto il particolare momento storico italiano in cui ci troviamo. Nel recente passato mai una manifestazione di piazza è stata stroncata sul nascere dalle violenze dei Black Bloc come in questa occasione.

Quella degli Indignados italiani è stata una grande mobilitazione bloccata, resa impossibile nello svolgimento dalle violenze di una minoranza, circa un migliaio, di violenti definiti dai media nei modi più disparati e coloriti. Unanime è l'accettazione di questa analisi da parte degli indignados, del Viminale e delle forze dell’ordine. Anche questa intesa è senza precedenti. Nonostante le violenze, questo nuovo movimento è riuscito a mobilitare una enorme manifestazione preceduta da un forte e radicato movimento di opinione. Non è il momento, dunque, di raccogliere i cocci e piangersi addosso anzi è il momento di prendere posizioni forti e inequivocabili.

Il movimento dovrebbe richiedere le immediate dimissioni del ministro degli interni Roberto Maroni? Il suo dicastero non è stato in grado di garantire quel minimo di ordine pubblico necessario per lo svolgimento di un diritto costituzionalmente sancito: manifestare pacificamente. La stragrande maggioranza dei manifestanti è stata costretta a fuggire, a nascosta nei bar senza riuscire a raggiungere Piazza San Giovanni, proprio a causa degli scontri.

Già nei giorni precedenti vi è stata una grande mobilitazione di forze dell’ordine ma evidentemente sono state gestite in maniera superficiale da non garantire l’adeguata sicurezza. Dalle notizie di stampa sembrano innumerevoli i rapporti dei servizi che segnalavano da tempo le infiltrazione, all’interno della mobilitazione, di violenti incappucciati e ben armati. E' mancata, dunque, la prevenzione necessaria affinché una manifestazione possa aver luogo.

Urge una netta condanna della violenza di piazza. Qualcuno lo ha già fatto nelle ore subito dopo la fine del corteo, chi, timidamente, alza la voce in rete. Serve una presa di posizione più forte che eviti le inutili e facili dietrologie che da sempre albergano in una piccola parte del movimentismo italiano. Giustificazioni del tipo “compagni che sbagliano” oppure “sono solo poliziotti infiltrati”, sono solo di comodo sganciandosi dalla realtà dei fatti.

Sarebbe corretto richiedere e organizzare altre manifestazioni con un più adeguato servizio d’ordine che per il futuro non permettere agli “spaccatutto” di fermare ed eliminare a livello mediatico una mobilitazione ben riuscita. Come dire più servizio d’ordine meno Bonghi.

A molti indignados è stato impedito di manifestare pacificamente e gioiosamente come avrebbe voluto. Sono doppiamente indignati perché avevano deciso di scendere in piazza per costruire non per distruggere. Nella manifestazione del 15 si è resa visibile quella generazione a cui sottraggono ogni giorno pezzi di futuro, è scesa in piazza con l’intento di immaginare insieme alle ragazze e ai ragazzi di tutta Europa una via d'uscita alla crisi che annienta le nostra energie migliori.

Gruppi di violenti hanno distrutto in un solo colpo Roma e i suoi giovani, ormai allibiti e amareggiati nell'assistere, impotenti, alla deriva di guerriglia urbana. Dedico agli “spaccatutto” l’intervento di Pasolini anche se dubito che tali violenti possano capire. Mi riferisco alle parole che utilizzò sulla rivolta di Valle Giulia, quella famosa poesia in cui affermò di schierarsi dalla parte dei celerini. Correva l’anno 1968:

«Adesso i giornalisti di tutto il mondo (compresi quelli delle televisioni
vi leccano (come credo ancora si dica nel linguaggio delle università)
il culo. Io no, amici.
Siete paurosi, incerti, disperati (benissimo)
ma sapete anche come essere
prepotenti, ricattatori e sicuri:
prerogative piccoloborghesi, amici.
Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti
io simpatizzavo coi poliziotti!
Perché i poliziotti sono figli di poveri.
Vengono da periferie, contadine o urbane che siano.
Quanto a me, conosco assai bene
il loro modo di essere stati bambini e ragazzi
le preziose mille lire, il padre rimasto ragazzo anche lui,
a causa della miseria, che non dà autorità.
La madre incallita come un facchino, o tenera, la salvia rossa (in terreni altrui, lottizzati);
i bassi sulle cloache; o gli appartamenti nei grandi
caseggiati popolari, etc. etc. »
«A Valle Giulia, ieri
si è così avuto un frammento
di lotta di classe: e voi amici
(benché dalla parte della ragione)
eravate i ricchi.
Mentre i poliziotti (che erano dalla parte
del torto) erano i poveri.
Bella vittoria, dunque,
la vostra! In questi casi
ai poliziotti si danno i fiori, amici»