27 dicembre 2012

Processo Farmacia, tre nuovi testimoni sul disastro ambientale

Il processo continuerà a gennaio, quando la pubblica accusa chiamerà a deporre gli ultimi sei testi. Poi sarà la volta delle parti civili, rappresentate da Santi Terranova, l'avvocato di Lentini esperto di reati ambientali. E, ancora, successivamente toccherà alle parti per la discussione 

da http://www.cataniatoday.it/

CATANIA - Si aggiungono altri tasselli al caso di Farmacia. A testimoniare durante il processo per disastro ambientale, è un tecnico addetto allo smaltimento e allo stoccaggio dei rifiuti di laboratorio nel plesso dell'edificio 2 della Cittadella. Il suo nome è Fabio Leone che già, anni fa, era stato interrogato. "Abbiamo notato- aveva dichiarato durante la prima deposizione- cumuli di liquami maleodoranti. 

Non furono rimossi, ma ricoperti di cemento". Adesso, invece, parla di sbiancamento e precisa " ma non so dire se si fosse trattato di materiale tossico". 

Fabio Leone è uno degli ultimi testimoni citati per la fase istruttoria dal Pm Lucio Setola. La sua testimonianza ha come scopo quello di provare lo stato di inquinamento ambientale dei locali della Cittadella che ospitano il laboratorio del Dipartimento, presunta causa della contaminazione dell'aria e della terra circostanti. Gli altri testimoni sono stati l'ex contrattista di ricerca Manuela Liotta e Carla Gennaro, ex studentessa costituitasi parte civile. 

La Liotta ha parlato di Francesco Paolo Bonina, uno dei docenti imputati: "Bonina si è occupato del problema 'puzza'. Ma una volta dovette mandarci a casa, credo nel dubbio e per evitare problemi". L'ex studentessa Carla Gennaro, invece, ha dichiarato: "I reflui degli esperimenti eravamo abituati a versarli nei lavandini. Solo con la gestione di Franco Vittorio cominciammo ad usare regolari contenitori".
  
Catania, il caso facoltà 

Trattativa, nell'inchiesta anche la mancata cattura del boss Santapaola

Si arricchisce di un nuovo tassello l'inchiesta sulla trattativa tra Stato e mafia: la mancata cattura del boss Nitto Santapaola 

di Aaron Pettinari
da  http://www.antimafiaduemila.com/index.php

Secondo i magistrati che stanno portando avanti l'indagine, i pm Di Matteo, Del Bene, Sava e Tartaglia, tra il 1992 e il 1993 il vertice del Ros avrebbe offerto un salvacondotto, oltre che a Bernardo Provenzano, anche al capomafia catanese. Gli inquirenti hanno recuperato alcune intercettazioni dell'aprile 1993.

In alcune conversazioni due mafiosi avrebbero parlato di un incontro recente col capomafia catanese quindi in un'altra registrazione all´interno di un ufficio di autotrasporti tenuto sotto controllo a Terme Vigliatore, nel messinese, sarebbe registrata persino la voce del boss. Gli interlocutori lo chiamavano “zio Filippo”. “So che hanno fatto un blitz a Milano per droga... - diceva -. E lì ci hanno messo Totò Riina, a me, Madonia, tutti lì, tutti catanesi, perciò alcuni sbirri pensano una cosa, altri ne pensano un'altra...”.

In un secondo colloquio intercettato lo stesso giorno, uno degli interlocutori dice all'altro: “Se non svieni e non lo dici a nessuno, io ti dico chi era quella persona che c'era qua dentro poco fa. Era Nitto Santapaola...”. Nonostante ciò non venne effettuato alcun blitz ed anzi gli uomoni dell'arma furono protagonisti di una sparatoria in cui fu coinvolto un ignaro passante, scambiato per il ricercato Pietro Aglieri. Un disguido, venne detto all'epoca. Per l'accusa un messaggio a Santapaola per proteggerne la latitanza che durò fino al 18 maggio, quando venne arrestato dalla Polizia. Adesso, queste intercettazioni sono state inserite nei cinque faldoni depositati agli atti dell´udienza preliminare del processo per la trattativa in corso a Palermo. 

«Paga o ti brucio vivo» I casalesi colonizzano il Nord

di Rosaria Capacchione

Rimini era la capitale del suo regno. San Marino la sede legale della sua banca. Due società specializzate nel recupero crediti il legame con Fincapital e con i clan più intraprendenti e ricchi della Campania. Lui è Francesco Vallefuoco, fino al 2010 un «normale» imprenditore sbarcato in Emilia Romagna: pieno di soldi e di donne, moglie al seguito e socia in affari, amante impegnata nelle sue stesse attività, collegamenti con la politica (campana) e i trafficanti d’influenze della repubblica del Titano. 

Tanto potente, Vallefuoco, da riuscire - era il 2008 - a imporre il suo pane alle mense scolastiche di San Marino. Prezzi bassi e infima qualità: fu così che l’appalto fu revocato e su di lui si accesero i riflettori delle procure di mezza Italia Continua a leggere

La Gabanelli sul caso dei due Marò

Le parole di Milena Gabanelli, nell'introduzione a una delle ultime puntate di Report, torna sul caso dei due Marò:



"Buonasera, prima di cominciare, i nostri due marò passeranno le feste a casa a condizione che fra due settimane vengano riconsegnati all'India. Un paese dove, se saranno condannati, rischiano la pena di morte. Allora, che cosa succederà in queste due settimane? Noi non siamo stati in grado di fare una legge elettorale, ma per una campagna elettorale potremmo essere capaci di qualunque cosa. Per una volta dimostriamo di essere un Paese dove a vincere è il diritto. E il diritto internazionale prevede che chi ha commesso reati venga processato nel suo paese. 

E' vero che non si trattava di un'operazione militare in senso stretto, è vero che la giurisdizione è complessa, ma sono i nostri connazionali, e come paese potremmo assumerci la responsabilità di non mantenere la promessa garantendo però all'India di fare le cose seriamente e quindi di processarli qui, e se ritenuti colpevoli e condannati, incarcerati qui, perché la c'è la pena capitale. Ma bisogna pensarci subito, bisogna farlo subito, senza aspettare che finiscano in pasto alla politica che li strumentalizza, li candida, li fa diventare eroi, rischiando così ancora una volta di dimostrare al mondo intero di essere un paese pasticcione e poco credibile".

27 novembre 2012

Militari Usa restituiscono le medaglie: il video censurato


A Chicago, il 25 maggio 2012 centinaia di ex militari dell’esercito militare degli Sati Uniti hanno restituito le medaglie, con tanto di scuse. L’episodio è stato censurato da tutte le tv italiane. Il VIDEO

da http://www.net1news.org/

CHICAGO – Vertice NATO, 25 maggio 2012 davanti alla polizia in assetto antisommossa, centinaia di ex Militari Nato, combattenti della guerra di Afghanistan e Irak si sono strappati le medaglie dal petto e le hanno restituite alla Nato con tanto di scuse: "Non ho parole per qualificare questa guerra globale al terrorismo, una vergogna"

Ce lo chiede l’Europa – Quei fondi Ue al fratellino di Riina


Il fratello del più noto boss un giorno ha chiesto a Bruxelles un aiutino economico di 42 mila euro per il suo orticello, omettendo però di produrre la consueta certificazione antimafia 


di Marta Bonucci
da http://blog.ilserale.it/

Un tempo si diceva “Braccia strappate all’agricoltura”. Ora, con la crisi, lo spread e la borsa che sembra una roulette, molti tornano indietro: ai campi, alla terra, al sudore della fronte. O, se preferite un termine molto in voga fra i radical chic, al bio.



La spending review taglia la lotta alla Mafia





La spending review taglia denaro e risorse a chi la divisa la indossa per combattere la Mafia

di Roberta Fuschi
da http://www.zenzeroquotidiano.it/

E’ quantomeno curioso il rapporto che il governo tecnico ha con le forze dell’ordine. Mentre si invocano, un giorno sì e l’altro pure, misure repressive che farebbero dei poliziotti dei personaggi da far west a cui è lecito più o meno tutto, la spending review taglia denaro e risorse a chi la divisa la indossa per combattere la Mafia. Nello specifico alla sezione speciale “Catturandi” .


BILDERBERG ROMA/ Ecco i nomi di chi ha partecipato e perché. Obiettivo finale: svendere l’Italia


I centrotrenta potenti del mondo, coloro che decidono le sorti dell’economia (e non solo) mondiale, si sono incontrati a Roma il tredici novembre scorso. Si tratta del cosiddetto Gruppo Bilderberg le cui riunioni sono sempre avvolte dal massimo della segretezza. L’incontro doveva tenersi all’Hotel Russie ma, per maggiore riservatezza - data la concomitanza con il festival del Cinema - è stato spostato in Campidoglio. I beneinformati pensavano che il meeting si dovesse tenere alle 18 ma è stato invece spostato a un’ora dopo quando gli ospiti stranieri si sono riversati in piazza del Campidoglio

di Viviana Pizzi
da http://www.infiltrato.it/


9 novembre 2012

Vita da freelance: Perché lavorare in UK?

Perché ho deciso di cercare fortuna come giornalista a Londra. Perché il Guardian, a 6 giorni dalla pubblicazione di un articolo, ha già pagato



di Chiara Albanese
da http://www.valigiablu.it/

A sei giorni di distanza dalla pubblicazione di un articolo online, mi arriva la notifica via email. Il conto in sospeso tra me e il quotidiano inglese The Guardian, 90 sterline (circa 110 euro) per 4mila battute online, è stato saldato. Nessuna notula basata su calcolo algoritmico di battute, nessun codice identificativo dell’ordine, nessuna ora trascorsa al telefono per sollecitare il pagamento. Scenario fantascientifico per un giornalista freelance italiano. E che rinforza la soddisfazione per aver deciso di cercare la fortuna come giornalista a Londra. “Cambiare vita per i soldi? Triste…” osserva qualcuno.


La sofferenza e la politica

Nel corso dell’ultimo mese, nello spazio pubblico ha fatto irruzione – con modalità tanto intense da potersi definire violente – il corpo. Il corpo in carne e ossa, con tutta la sua vulnerabilità, dei cittadini di questo Stato

di Luigi Manconi
da http://abuondiritto.it/

Alcuni cittadini, si intende: un bambino conteso tra due genitori, un uomo sottoposto a Trattamento Sanitario Obbligatorio, i malati di Sclerosi Laterale Amiotrofica e di altre patologie neuro-degenerative. Per una volta quei corpi – arti e volti, polsi e caviglie, muscoli e occhi– sono stati visibili sulle prime pagine dei quotidiani e nelle immagini televisive: sfacciatamente esposti, comunque inermi, sempre offesi. Il bambino strattonato e trascinato dalle maniere rudi di agenti di polizia su mandato dell’autorità giudiziaria ; le membra di Franco Mastrogiovanni, sedato dagli psicofarmaci e imprigionato dalle cinghie, fino alla prostrazione e alla morte; i fisici non abili e non potenti dei malati di Sla.


L’omicidio del prof. Bottari. La pista alternativa

Quindici anni fa assassinarono Matteo Bottari, noto gastroenterologo e docente del Policlinico universitario di Messina. Un omicidio eccellente, il secondo terremoto nello Stretto, quello mafioso. Le indagini non hanno ancora rivelato il movente né il volto degli esecutori e dei mandanti. Ma il Comandante dei Vigili Urbani, Calogero Ferlisi, al tempo alla Capitaneria di porto di Messina, esprime un timore: “Quel giorno, forse, potevo essere io l’obiettivo dei killer”

da http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/

Il prossimo 15 gennaio saranno trascorsi già quindici anni da quella maledetta sera in cui fu assassinato a Messina il professore Matteo Bottari, stimato gastroenterologo del policlinico universitario.


Chi era davvero Pino Rauti

«Attentati a uffici, magazzini, cinema, linee ferroviarie»: chi era davvero Pino Rauti

di Giulio Salierno*
da http://www.carmillaonline.com/


Era ancora il turno delle sparate retoriche e fideistiche. Stavo per tornare di nuovo nel salone degli uffici quando vidi entrare in sezione Pino Rauti, il giovane leader della corrente spiritualista. Rimasi sorpreso. Non speravo che al dibattito potesse prender parte un uomo del suo calibro. Mi misi seduto in prima fila. Non volevo perdere neppure una parola del suo intervento. Alto, magro, ascetico, Pino Rauti si muoveva con passi lenti, misurati. Sembrava indifferente alla curiosità che destava. Mi ricordava un gesuita. Si accostò al tavolo della presidenza, chiese la parola e si sedette in attesa che gliela dessero. La sala si riempì di gente. La sua presenza aveva richiamato tutti quelli che prima, per sfuggire alla noia, si erano cacciati negli uffici. L’oratore di turno abbreviò il suo intervento per cedere subito il microfono a Rauti. 


30 ottobre 2012

ebook: Legalità, cittadinanza e istituzioni dello stato nell’ambito della lotta alle mafie

All’interno di questo piccolo ebook troverete i contributi più significativi dei relatori che hanno partecipato a una serie di incontri presso la Fondazione Lelio & Lisli Basso nei mesi del 2012



Il progetto, svoltosi da febbraio a luglio del 2012, è stato organizzato dall’Associazione Scrivi di Diritto (ASCRID) e si inserisce all’interno delle attività finanziate dalla Tavola Valdese.

15 settembre 2012

Pakistan, 247 morti nel rogo in fabbrica: Dovevano salvare merce

Morti perché prima di mettersi al sicuro erano costretti a portare via la merce che stavano fabbricando. Sono agghiaccianti i dettagli della strage di Karachi di mercoledì scorso

da http://www.net1news.org

KARACHI - Dove in 247 hanno perso la vita. Nello stabilimento di 4 piani dove lavoravano appollaiati 600 operai pakistani si è scatenato l'inferno. In molti sono riusciti a salvarsi, ma pare che con altri la sorte sia stata più crudele. In molti sono stati costretti ad allontanarsi dalle vie di fuga se non provvisti di un capo di Jeans o maglieria. Lo stabilimento, come facilmente preventivabile, non era provvisto di norme di sicurezza adeguate. Ma ad accentuare la tragedia c'è stata l'avidità dei boss, che ora sono ricercati in tutto il Pakistan. Per loro l'accusa è concorso in strage. In Pakistan le norme di sicurezza sono molto elevate per gli standard asiatici.

Cambogia – La 'first lady' dei Khmer rossi verrà rilasciata e non più processata

Ieng Thirith, alias ‘Phea’, ministro degli Affari Sociali della Kampuchea Democratica guidata da Pol Pot, verrà rilasciata e non più processata. La donna, ormai ottantenne e molto probabilmente colpita dal morbo di Alzheimer potrebbe essere rilasciata nei prossimi giorni

Roberto Tofani - 13 settembre 2012
da http://www.linkiesta.it/node

Ieng Thirith, alias ‘Phea’, ministro degli Affari Sociali della Kampuchea Democratica guidata da Pol Pot, verrà rilasciata e non più processata dall’Extraordinary Chambers in the Court of Cambodia (ECCC), il tribunale istituto con il sostegno dell’ONU. La donna, ormai ottantenne e molto probabilmente colpita dal morbo di Alzheimer potrebbe essere rilasciata nei prossimi giorni. Sebbene gli esami dei medici che l'hanno in cura siano discordanti al riguardo, i giudici del tribunale ibrido chiamato a giudicare sui crimini commessi dai khmer rossi tra il 1975 e il 1979, hanno confermato l'impossibilità a procedere nei suoi confronti. Dopo la prima e unica condanna emessa nei confronti di Kaing Guek Eav, alias Duch, a 35 anni di reclusione per i crimini commessi durante la direzione del centro di detenzione S-21 – dove vennero detenute e torturate, per poi essere “eliminate” nei ‘killing fields‘, oltre 15mila persone – il tribunale aveva riaperto le porte nel giugno del 2011 per affrontare il Caso 002.

ATTENTATO DI BRINDISI: chi è STATO?


Apparentemente, in questo attentato anomalo non c'è movente, non c'è mandante, le prove sono “andate distrutte” a Roma lo scorso luglio presso il Balipedio delle Polizia, a causa di uno strano incendio. Solo l' esecutore materiale, “reo confesso” (che aveva una situazione finanziaria difficile) è in galera. L'attentato è andato in onda a due giorni dalle elezioni

di Gianni Lannes
da http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/

Se non fosse una tragedia sarebbe una cronaca marziana, pardon, quotidiana. Allora: iI primo ministro abusivo Monti incontra le studentesse della scuola Morvillo-Falcone, l'istituto dove si consumò la tentata strage del 19 maggio scorso. Un evento che causò la morte della giovane Melissa Bassi (16 anni) ed il ferimento di sei studentesse, tra cui Veronica Capodieci, rimasta ricoverata per diverse settimane in condizioni molto gravi a causa delle ferite riportate. Alcune di loro hanno guadagnato conseguenze fisiche permanenti, come in un caso la perdita quasi completa dell'udito. All'avvio dell'anno scolastico la nuova preside Rosanna Maci ha fatto allontanare le telecamere fuori dal cancello per un momento di riflessione nel cortile scolastico. Ai microfoni di Servizio Pubblico, Ennio Penna, trent’anni passati in carcere e padre di Ercole, ex capo clan proprio di Mesagne e oggi collaboratore di giustizia, ha spiegato subito che la Scu «non ammazza i bambini, lo dice uno della vecchia guardia, questo è un atto di terrorismo politico».


13 settembre 2012

Quando le mafie guadagnano con la crisi

La débâcle economica ha favorito il riciclaggio di denaro sporco proveniente dal traffico di droga, dal commercio di prodotti contraffatti e di armi. Un giudice afferma che, oltre ad arrestare, bisogna anche confiscare i beni ai narcotrafficanti

DI ELENA LLORENTE
– 9 SETTEMBRE 2012
PUBBLICATO IN: ARGENTINA

Non si tratta più di quello che dicono scrittori o giornalisti. Ora anche la Commissione Antimafia Europea riconosce che la crisi economica è stata un’ottima opportunità per la crescita della criminalità organizzata. La crisi ha favorito il riciclaggio di denaro sporco proveniente dal traffico di droga, dal commercio di prodotti contraffatti e di armi, e da molte altre fonti illegali. Con questi soldi le mafie hanno salvato alcune banche ed hanno comprato ciò che volevano, inclusi interi quartieri ed imprese.

25 agosto 2012

Intimidire I Siciliani giovani, con strani furti e querele. Capita questo, nel silenzio assordante


Capita che l’omino in questione, poverazzo senza un soldo in tasca ma ricco di idee, mestiere e coraggio sia Riccardo Orioles. Di professione rompicoglioni organico

di Pietro Orsatti

Capita che il giorno di ferragosto un piccolo determinato cronista siciliano esca di casa per passare una giornata leggera, senza pensieri per la testa. E capita che al suo rientro la sera scopra che sono passati dei buontemponi non invitati nel suo appartamento. Entrati senza rubare nulla, tutti gli oggetti personali, il portafoglio e altro, posti in bell’ordine sul tavolo. Capita che il cronista in questione non sia uno qualunque. E’ il direttore di quel folle tentativo di rimettere in piedi il progetto di Giuseppe Fava, I Siciliani giovani.


17 agosto 2012

Pussy Riot, ecco chi sono le ribelli russe

Il punk è stata la colonna sonora di diversi movimenti di lotte globali. Joe Strummer, i Clash, i Sex Pistols hanno parlato della querra civile spagnola, del sottoproletariato giamaicano, della rivoluzione sandinista, delle vittime del comunismo. E ora le Pussy Riot ci raccontano della Russia di Putin

Di Alessandra Modica
da http://www.iljournal.it/

L'accusa ha chiesto 3 anni di carcere per le 3 cantanti punk arrestate poco tempo fa per essersi esibite davanti alla cattedrale della capitale russa con inni anti Putin. Ma proprio grazie a questo, loro stanno diventando famose in tutto il mondo.

Sono giovani, sono ribelli, e stanno mettendo a soqquadro la Russia. Si tratta delle ‘Pussy Riot‘, le 3 ragazze del gruppo punk femminista russo che mette in scena performance provocatorie contro l’establishment politico e istituzionale, arrestate il 4 agosto e accusate di aver cantato una “preghiera anti Putin” nella cattedrale di Mosca, quella del Cristo Salvatore.

L’accusa oggi ha chiesto per loro 3 anni di reclusione per teppismo per motivi di odio religioso, disturbo dell’ordine pubblico, offesa del sentimento religioso e premeditazione. Inoltre, sempre per l’accusa, le 3 ragazze sarebbero “socialmente pericolose”.

Sono molti i cantanti internazionali che si sono schierati dalla parte delle Pussy Riot. Dai Red Hot CHili Peppers ai Franz Ferdinand e la stessa Madonna, che domani si esibirà a San Pietroburgo. A questi si sono uniti blogger e attivisti di tutto il mondo.

Insomma, nonostante il serio rischio di condanna, le giovani ribelli sono riuscite a far parlare di loro e soprattutto a denunciare la situazione in cui vive la popolazione russa sotto Putin. Per questo in un certo senso le Pussy Riot hanno già vinto la loro battaglia, tanto che lo scorso 2 agosto, in un incontro con il primo ministro britannico David Cameron, il presidente russo aveva dichiarato che forse sarebbe stato meglio fare marcia indietro su questa questione. Quello che sta accadendo è l’ennesima dimostrazione di come vengono trattati in Russia i dissidenti, come spesso ha denunciato la stessa Amnesty International (che ha pubblicato un appello per la liberazione delle Pussy Riot).

Non da sole tra l’altro. E’ di oggi la notizia che ieri sera sono stati arrestati due rapper del gruppo Makulatura per aver cantato nei giardini Bauman dei brani di protesta contro Putin. Alla fine loro se la sono cavata con 25 euro di multa (1000 rubli). Per le Pussy Riot la situazione è più complicata perché hanno denunciato il legame tra il partito sostenitore di Putin e la Chiesa russa. “L’idea ci è venuta quando abbiamo sentito il Patriarca chiedere ai fedeli di votare per Putin” ha spiegato Katya Samutsevich, una delle 3 arrestate (le altre 2 sono Nadia Tolokonnikova e Maria Alyokhina).

12 agosto 2012

Prodi condannato dalla Corte di Giustizia Europea, ma non si deve sapere!

Romano Prodi è stato condannato dalla Corte di Giustizia Europea per azioni compiute quando era Presidente della Commissione e nessuno ne ha fatto cenno

di Marinella Tomasi
da http://dietrolequintee.wordpress.com/


Romano Prodi è stato condannato dalla Corte di Giustizia Europea per azioni compiute quando era Presidente della Commissione e nessuno dei media importanti nazionali, sia della carta stampata che soprattutto della TV, sempre pronti a guardare nel letto dei politici, ne ha fatto cenno?

Queste le motivazioni di condanna espresse dalla Corte a carico del Prof. Prodi:
1 – aver fornito al Parlamento Europeo notizie false e non documentate;
2 – aver emesso comunicati che mettevano in dubbio l’onorabilità di alti dirigenti che non si erano sottomessi alle sue imposizioni;
3 – aver tentato di ostacolare la giustizia. I fatti che hanno portato alla condanna risalgono al 2002-2003 e si riferiscono a una contorta vicenda relativa all’Eurostat, innescata dalla lettera di una funzionaria che si riteneva discriminata. L’inchiesta è iniziata per capire se tali irregolarità fossero state effettuate su iniziativa di dirigenti o addirittura dallo stesso responsabile della Commissione, Prodi.

È cominciato così il rimbalzo delle responsabilità, nonché la “fughe di notizie” – questo afferma la sentenza – depistate verso giornali amici. Proprio per la paura di rivangare anche questioni irrisolte del passato (gli scheletri nell’armadio: Iri, Nomisma), Prodi ha pensato bene, da far suo, di chiudere con un colpo di mano gli Istituti, ma, non avendo elementi per mandare a spasso un migliaio di persone li ha destituiti tutti dai loro incarichi, tenendoli a non fare nulla fino alla pensione!

In Italia questi si sarebbero trovati un secondo lavoro, e comunque tutti a ringraziare il benefattore che paga senza far fare niente; ma all’estero, qualcuno dal senso civico sviluppato e con un sano amor proprio, si sente discriminato e sottostimato… e si lamenta.

Col suo modo di fare credeva di passarla franca, padroncino anche all’estero, ma, fortunatamente, da quelle parti sanno bacchettare le mani come agli studentelli presi con le mani nella marmellata, anche se si tratta di Professoroni.

11 agosto 2012

Carabinieri, Ros: Parente al posto di Ganzer. Sonia Alfano critica la scelta

Alfano: "Giampaolo Ganzer, condannato a oltre 14 anni di reclusione per traffico di droga, va in pensione. Al suo posto, a capo del Ros, il generale Mario Parente. Nessuno dice una parola sulla biografia del personaggio e quindi è bene fare memoria storica. Infatti, Parente è coinvolto nella mancata cattura del boss catanese Benedetto Santapaola"

da http://www.grnet.it/index.php

Roma, 10 lug - Sonia Alfano, figlia del giornalista ucciso a Barcellona Pozzo di Gotto (ME) l'8 gennaio del 1993 e oggi eurodeputato Idv e Presidente della Commissione Antimafia Europea, attacca duramente l'avvicendamento a capo del Ros dei Carabinieri chiamando in causa anche il ministro della Difesa Giampaolo Di Paola. "Giampaolo Ganzer, condannato a oltre 14 anni di reclusione per traffico di droga, va in pensione. Al suo posto, a capo del Ros, il generale Mario Parente - afferma l'eurodeputata - Nessuno dice una parola sulla biografia del personaggio e quindi è bene fare memoria storica. Infatti, Parente è coinvolto nella mancata cattura del boss catanese Benedetto Santapaola".

"La vicenda della mancata cattura del boss etneo, intercettato nel territorio barcellonese subito dopo l'omicidio di mio padre - ricorda Sonia Alfano - fu gestita in simbiosi proprio dal maresciallo Giuseppe Scibilia, in quel momento reggente della sezione di Messina del Ros, e dall'allora maggiore Mario Parente, al tempo capo del primo reparto del Ros. Per questa ragione Parente venne in provincia di Messina e, insieme a Scibilia, si raccordò con il titolare delle indagini, il magistrato Olindo Canali (di recente condannato in primo grado per falsa testimonianza, quindi per un delitto contro l'amministrazione della giustizia commesso nel maxiprocesso alla mafia barcellonese), come risulta nero su bianco perfino dalle informative del Ros di Messina, che riportano anche le intercettazioni ambientali con la viva voce di Santapaola, che placidamente raccontava in diretta la sua carriera criminale senza che a nessuno venisse voglia di andare nell'immobile in cui erano state piazzate le cimici e ammanettarlo".

"Sarebbe questo uno dei titoli che hanno portato Parente alla guida del Ros? - attacca Alfano - La sua nomina, è facile comprendere, è la conferma della linea Mori-Obinu-De Caprio-De Donno-Ganzer-Scibilia che tanti danni ha fatto nelle indagini siciliane su Cosa Nostra. Sarà un caso che Parente, De Caprio, Ganzer e Scibilia abbiano tutti testimoniato ossequiosamente nell'interesse degli imputati Mori e Obinu nel processo in corso a Palermo? La nomina di un fedelissimo del generale Mori, indagato anche nell'indagine sulla trattativa Stato-mafia, non è un segnale pericolosissimo? Nulla ha da dire al riguardo il ministro della Difesa?".(AGI)

26 luglio 2012

ILVA, SEQUESTRATE ALCUNE AREE. ARRESTI DOMICILIARI PER EMILIO E NICOLA RIVA

La Procura della Repubblica di Taranto ha disposto il sequestro, con il conseguente blocco delle attività, di tre aree dell’impianto siderurgico dell’Ilva aTaranto

di Gianni Lannes
da http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/

Secondo i magistrati le emissioni dell'impianto hanno messo a rischio la salute di migliaia di lavoratori e di abitanti delle zone circostanti. Il gip Patrizia Todisco ha firmato il provvedimento di sequestro degli impianti dell’area a caldo dell'Ilva di Taranto (cokerie, agglomerato, parchi minerari) e misure cautelari per alcuni indagati nell'inchiesta per disastro ambientale a carico dei vertici Ilva. (Continua a leggere)

25 luglio 2012

Un cimitero chiamato Mediterraneo

Un giorno a Lampedusa e a Zuwarah, a Evros e a Samos, a Las Palmas e a Motril saranno eretti dei sacrari con i nomi delle vittime di questi anni di repressione della libertà di movimento. E ai nostri nipoti non potremo neanche dire che non lo sapevamo

da http://fortresseurope.blogspot.it/

Dal 1988 sono morte lungo le frontiere dell'Europa almeno 18.346 persone. Di cui 2.352 soltanto nel corso del 2011. Il dato è aggiornato al 10 luglio 2012 e si basa sulle notizie censite negli archivi della stampa internazionale degli ultimi 24 anni. Di seguito trovate soltanto gli incidenti degli ultimi mesi. Per consultare la documentazione di Fortress Europe dal 1988, visitate il nostro speciale La strage. Per un'analisi statistica, frontiera per frontiera, leggete la scheda Fortezza Europa. (Continua a leggere)

No, Hollande non fa miracoli in Francia. Ma "Repubblica" ci casca e viene colta a copiare

Per farla molto breve: è una serie di balle. La prima cosa da notare è che tutta questa dettagliatissima elencazione di risultati non cita uno straccio di fonte

da http://attivissimo.blogspot.it/

Seriamente: siamo nell'era di Internet, non ci vuole niente ad aggiungere un link a fonti (che so, articoli di giornali francesi) che confermino quanto detto. Se non ci sono questi link, l'appello (come tutti gli appelli senza fonti) è da considerare come aria fritta. Chi lo diffonde fidandosene ciecamente, magari perché corrisponde ai propri pregiudizi, è un irresponsabile.

Già questo basterebbe per liquidare quest'appello come l'ennesima bufala mandata in giro da chi non ha niente di meglio da fare con il proprio neurone vagante. Ma c'è chi ha avuto la pazienza d'indagare, come Beatrice Mautino su Wired Italia, notando che nella stampa francese non c'è traccia degli eventi descritti nell'appello. È credibile che un presidente faccia tutte queste innovazioni positive e non se ne vanti in giro? (Continua a leggere)

24 luglio 2012

Russia: Il processo alle Pussy Riot

La loro esibizione, nella quale chiedevano alla Madonna di liberare il paese da Putin, ha destato molto rumore e la brusca reazione del regime di Putin. Dopo mesi trascorsi in cella, finalmente hanno visto un giudice

da http://www.giornalettismo.com/
di Mazzetta
20.07.2012

LA PRIMA UDIENZA - Udienza a porte chiuse, con i fan del gruppo all’esterno del tribunale moscovita, per le tre componenti del gruppo Pussy Riot che rischiano una condanna fino a sette anni in quanto accusate di “teppismo” per lo spettacolo con il quale hanno animato l’interno di una cattedrale moscovita, mandando su tutte le furie il patriarca ortodosso e i credenti.

IL CRIMINE - Arrestate a febbraio al termine del loro show nella cattedrale del Cristo Salvatore, le ragazze sono state detenute senza accuse per mesi, nonostante gli appelli in loro favore da parte di artisti, intellettuali e gente comune, non solo dalla Russia. Nadezhda Tolokonnikova, Mariya Alekhina e Yekaterina Samutsevich sono solo tre delle perfomer impegnate nell’azione, ma pare proprio che toccherà a loro per tutte.

VOGLIA DI VENDETTA - La loro esibizione, nella quale chiedevano alla Madonna di liberare il paese da Putin, ha destato molto rumore e la brusca reazione del regime di Putin, che ha una particolare rozzezza nel trattare l’opposizione, anche quando si manifesti in forme innocue e non violente come nel caso in oggetto, in questo caso poi s’aggiunge il peso del clero ortodosso, buon alleato del regime, che da febbraio non ha mai spesso di chiedere punizioni severe per le ragazze.

Il biscottino scaccia crisi

Vent'anni. In memoria delle stragi del '92


"VENT’ANNI"
a cura di Daniela Gambino ed Ettore Zanca
Coppola editore, Collana Linea emozioni
pag 128, 12 euro


di Cesare Piccitto

"Coloro che piangiamo – scrisse Sant'Agostino - non sono assenti ma soltanto invisibili: i loro occhi, raggianti di gloria, stanno fissi nei nostri pieni di lacrime" è una delle citazioni di Enzo Guidotto nel raccontare il ricordo dei due magistrati, Falcone e Borsellino uccisi da Cosa nostra. Raccontare dove e cosa stavamo facendo in quei giorno di vent'anni fa non è cosa semplice. Ce ne siamo resi conto quando ci è stato chiesto recentemente di farlo. Quella data per noi come per molti della mia generazione, è una sorta di trauma collettivo e personale, difficile da raccontare la data dell'infamia ma anche dell'inizio del riscatto.


Oggi siamo a vent'anni dalle stragi. L'onda d'urto e il rumore di quegli attentati non è mai finito, ma si è solo modificato attraverso gli anni. L'ultimo libro di Gambino e Zanca per Coppola Editore, mette insieme nelle sue pagine il ricordo e la memorie di quelle tragiche ore, raccontate da militanti, amici, giornalisti, attivisti antimafia, colleghi e parenti dei magistrati uccisi. Interviste, testimonianze, impressioni, monologhi teatrali e testi di canzone, per non dimenticare le stragi del ’92. Il diario di una partecipazione emotiva, un ritratto di Palermo e del Paese.



Un percorso nella memoria con tanti sguardi differenti: Salvatore Coppola, Maria Falcone, Rita Borsellino, Ignazio Arcoleo e Roberto Gueli, Letizia Battaglia, Rachid Berradi, Augusto Cavadi, Luigi Ciotti, Raffaele Sardo, Amelia Crisantino, Gaetano Curreri, Giuseppe Di Piazza, Daniela Gambino, Alfonso Giordano, Maurilio Grasso, Stefano Grasso e Corrado Fortuna, Enzo Guidotto, Sebastiano Gulisano, Ferdinando Imposimato, Pina Maisano Grassi e Chiara Caprì, Antonio Mazzeo, Natya Migliori, Marilena Monti, Carlo Palermo e Denise Fasanelli, Aldo Penna, Pippo Pollina, Enrico Ruggeri, Luca Tescaroli, Ettore Zanca.



Difficile che non scatti l'immedesimazione soprattutto quando chi racconta ha la nostra stessa età: "Vent'anni fa avevo dieci anni. Due terzi della mia vita: vent'anni. Di quelle stragi ricordo solo i miei genitori attoniti. Non ho memoria di quel che si dicevano, ma ricordo i toni e le espressioni, i loro silenzi e il vociare del televisore. Fu uno scossone. Uno scossone di cui avevo estrema necessità. Crollò tutto il mio mondo fantastico di eroi invincibili, di sogni che ormai erano costretti a fare i conti con la storia, con la realtà, con la geografia".



Scrive Zanca nella quarta di copertina: "(…) Abbiamo provato a riportare e riportarci alla memoria due stragi del 1992 nel modo più dolce possibile. Come riaprire una ferita per curarla meglio, con più amore. (…) Sono venuti fuori ricordi con la sete di giustizia, la voglia di consegnare un mondo più onesto, l’eredità morale (…) la consapevolezza che non c’è ancora un colpevole certo e non ha pagato del tutto chi dovrebbe pagare…".



Quelle stragi sono, oggi più che mai, presenti nelle cronache giornalistiche. C'è, non dimentichiamolo, ancora non conclusa l'indagine relativa alla trattativa tra stato e mafia. Nelle ultime settimane le cronache riportano notizie su indagini relative a gravi omissis sulla trattativa stato-mafia di alcuni esponenti politici di alto livello. Indagati tra gli altri il senatore Nicola Mancino e anche l'ex ministro della Giustizia Giovanni Conso, per non parlare del filone delle indagini che riguarda i mandanti occulti e o esterni a Cosa nostra. Speriamo di non dover superare il ventennio per conoscere tutta le verità su quella terribile stagione stragista. Con le parole di Carlo Palermo: "La storia richiede i suoi tempi per essere svelata. Il mio auspicio è che si veda la luce prima o poi".


29 giugno 2012

Rasman, ucciso dalla Polizia: per lo Stato bastano 60.000 euro per risarcirlo

Di certo la storia di Rasman è la storia di un ragazzo la cui esistenza, fino alla morte (e oltre), è stata interamente devastata dallo Stato, in un susseguirsi di silenzi siderali

di EDOARDO MONTOLLI*
da http://www.lindipendenza.com/
I post dedicati al caso Rasman:
http://riccardo%20rasman

«Riccardo Rasman era un giovane uomo “parcheggiato” a spese della collettività in un alloggio di edilizia popolare da chi ormai evidentemente non poteva o non voleva più farsene carico» e la sua morte per arresto respiratorio «deriva anzitutto dalla reazione incontrollata e incontrollabile ad un’azione di polizia che solo in una mente stabilmente turbata come quella di Rasman poteva apparire persecutoria». Così l’Avvocatura dello Stato risponde alla richiesta di sequestro conservativo nei confronti del Ministero dell’Interno da parte dei famigliari di Riccardo Rasman, morto per asfissia dopo che alcuni agenti erano entrati in casa sua, lo avevano ammanettato a faccia in giù con le mani dietro la schiena e gli avevano lasciato legare pure le caviglie, incaprettandolo, per poi salirgli sopra per cinque minuti e mezzo. Ma per l’Avvocatura, i 60mila euro pagati come provvisionale per quel delitto sono più che sufficienti, dato che Rasman «non produceva reddito alcuno e di nessuno era il supporto; la sua pensione d’invalidità era destinata ai suoi esclusivi bisogni e non certo a quelli della famiglia d’origine».

Fino a ieri pensavo che uccidere un invalido costituisse un’aggravante. Oggi scopro che è diventata un’attenuante. Perché certo una volta lo Stato li definiva handicappati. Poi, in un crescendo di politically correct, li ha portati ad essere portatori di handicap, disabili, diversamente abili. Fino a quando, per una «tragica fatalità», uno di loro, un invalido, non muore proprio per mano dello Stato. Ecco allora che, per quello stesso Stato, i diversamente abili si trasformano magicamente in pesi per la collettività che non producono reddito. Reietti, in sostanza, da risarcire con qualche decina di migliaia di euro. Di Riccardo Rasman si sta parlando nelle polemiche di questi giorni, perché Paolo Forlani, uno dei poliziotti condannati nel caso di Federico Aldrovandi – la cui famiglia è stata risarcita con due milioni di euro -, ha scritto in proposito su Facebook di «responsabilità reali da parte dei colleghi e nessuno ne ha saputo nulla».

Già. Quasi nessuno. Avendola seguita, ritengo sia il caso di raccontarla ancora una volta, soprattutto a beneficio dell’Avvocatura che insiste nell’attribuire la responsabilità della morte di Rasman, un invalido psichico, principalmente allo stesso Rasman. E che, tiene a rassicurarci: «Lo Stato italiano ha sinora provveduto ad anticipare le spese sostenute dai propri agenti, provvisionale inclusa, stante non solo la solidarietà “legale” ma anche quella “civile” nei confronti di tutte le vittime di quella tragedia». E ora ci sentiamo tutti un po’meglio.

Di famiglia istriana emigrata a Trieste, Riccardo ha una vita normale fino a quando non comincia il servizio di leva. Gli piace volare e va a farlo in aeronautica. Ma qui diventa preda della piaga del “nonnismo”, un trauma da cui non si riprenderà più. Messo in congedo assoluto, finisce in cura al Centro di Salute Mentale locale per “schizofrenia paranoide con delirio persecutorio”. Sotto costante cura dei farmaci, viene riconosciuto per tale ragione invalido, con tanto di pensione. Inserito in un progetto di recupero funzionale e dell’emarginazione per i minorati psichici previsto dall’articolo 1 della legge 104/92, gli sarà quindi concesso l’alloggio della tragedia: perché nessuno lo ha “parcheggiato” lì, tantomeno esisteva qualcuno che non voleva più farsi carico di lui, come invece sostiene l’Avvocatura di uno Stato, che quella stessa legge 104/92 ha promulgato.

Con la famiglia il ragazzo va anzi d’amore e d’accordo.

Il 27 ottobre 2006 Riccardo ha 34 anni. E, poco prima delle 20, saluta mamma e papà per andare a casa a dar da mangiare al cane. Ciò che accade da questo momento in poi, ricorda il legale della famiglia Claudio Defilippi, «verrà ricostruito dagli stessi agenti di polizia coinvolti nella sua morte, cui saranno nientemeno che affidate inizialmente le indagini».

Entrato in casa, Riccardo accende la radio ad alto volume, provocando le proteste dei vicini. Poi, sulla strada, esplodono dei petardi. Quattro agenti di polizia, allertati, bussano così alla sua porta. Ma Riccardo non apre. Forse ha paura, forse è ossessionato, non lo sapremo mai. Perché gli agenti chiedono alla centrale di prendere informazioni su di lui al Centro di Salute Mentale, dove in effetti Riccardo è in cura. Ma non attendono la risposta. E sfondano la porta. Ne segue una colluttazione, che sarebbe avvenuta “sostanzialmente al buio”. Riccardo pesa 120 chili, è forte. «Immensa forza fisica» scrive l’Avvocato dello Stato. Solo che non riesce nemmeno a lacerare le divise dei poliziotti, tutti curabili dai 7 ai 10 giorni per “ecchimosi”. Verrà fuori, dalle testimonianze degli agenti, che ha tentato di impugnare un bastone e che stava per afferrare la pistola di uno di loro. Ma poi viene ammanettato a faccia in giù, e alcuni poliziotti gli saltano sopra con le ginocchia per diversi minuti, perché la sua furia non si placa. E solo quando si riaccende la luce, ci si accorge che è diventato cianotico. Non respira più. Muore soffocato. Una «tragica fatalità».

E così sarebbe stata catalogata se la sorella maggiore di Riccardo, Giuliana, impiegata in un’impresa di pulizie e con una dannata forza di volontà, non entrasse a questo punto nell’indagine. Studia le carte, scrive. Si oppone ad una richiesta di archiviazione. Trova, sotto al letto di Riccardo, del filo di ferro, che non risulta sia materiale in dotazione alle forze dell’ordine. E Riccardo ha segni sulle caviglie. Un vigile del fuoco metterà a verbale la notte stessa che, dopo le manette «gli abbiamo legato le caviglie con un cordino». È stato dunque incaprettato.

Di più. Defilippi sintetizza la scena dell’appartamento di Rasman con uno scioccante fascicolo fotografico allegato: «vistose tracce di sangue per terra, sul muro, sul letto, sul tavolo, sulle piastrelle e perfino sul frigorifero…bastone spezzato vicino alle sue scarpe e ad altri mobili rovesciati, cranio sfondato, segni dei colpi inferti sulla schiena, volto completamente tumefatto, livido e gonfio…».

Perché certo, Riccardo avrà anche avuto la forza di Hulk, ma se gli agenti non hanno nemmeno le divise lacerate e presentano solo ecchimosi guaribili dai 7 ai 10 giorni, di chi è tutto quel sangue?

Il caso non ha la risonanza mediatica di altri e la vicenda assume così i contorni del dettaglio. Certo, altri dettagli non saranno mai chiariti: subito dopo la morte, sul balcone di Riccardo viene ad esempio fotografata una bottiglia di vino, da cui era stato visto bere. Lo scrive anche il giudice di primo grado. E allora, magari il ragazzo era alterato.

Solo che, racconta Giuliana, «l’autopsia sostiene che Riccardo non fosse sotto effetto di alcol».

E poi, ovviamente, restano senza risposta alcune domande: se la colluttazione era avvenuta “sostanzialmente al buio”, come hanno fatto gli agenti a vedere Riccardo impugnare il bastone e ad accorgersi che stava per prendere la pistola di uno di loro? E come hanno fatto, al buio, a legargli le caviglie col fil di ferro o col cordino? E da dove l’hanno preso, al buio, il cordino o il fil di ferro, non risultando tra le risorse in dotazione?

Ma tutti questi, ormai, sono per l’appunto dettagli. Perché, ora che conoscete minimamente la storia, il fatto importante, per noi tutti, è uno solo: c’è un ragazzo diventato invalido psichico a causa di un servizio di leva obbligatorio previsto dallo Stato. Viene messo, dallo Stato, ad abitare in un appartamento per il suo recupero dall’emarginazione e funzionale. Bene. Ammettiamo che quel ragazzo sia uno di noi o uno dei nostri figli.

A quel punto, in uno Stato di diritto, se io alzo la musica e per strada scoppia uno o più petardi (un po’ di musica e petardi, non una bomba), dei poliziotti per tutta risposta sfondano la porta di casa mia dato che non apro, usano maniere forti perché c’è sangue ovunque, mi sbattono a terra a faccia in giù, mi ammanettano con le mani dietro la schiena e mi vengono legate pure le caviglie e per finire mi salgono sopra fino a farmi soffocare, ecco quello, sappiatelo, è omicidio colposo. Sanzionabile con sei mesi, così come la Cassazione ha sancito lo scorso dicembre per tre dei quattro poliziotti intervenuti. Bisogna prenderne atto.

E bisogna prendere atto che lo Stato anticipa le spese e i risarcimenti di chi ha colposamente ucciso, ma non vuole risarcire i famigliari della vittima oltre 60mila euro perché trattavasi non di persona sana, ma di invalido che non produceva reddito. «La cosa che però più di tutte non comprendo – conclude Defilippi- è come faccia l’Avvocatura dello Stato ad opporsi anche alla richiesta di sequestro conservativo che abbiamo fatto delle case dei poliziotti. Mi pare assurdo. Perché, dopo averne anticipato pure la provvisionale, dovrebbe essere per primo lo Stato a chiedere tale sequestro per recuperare le spese anticipate per loro conto».

Però non basta. Perché, in un crescendo finale, l’Avvocatura, nel confrontare la morte di un lavoratore che aveva preso un cancro nel posto in cui era occupato, e quella dell’invalido psichico Rasman, scrive: «L’angoscia provata per anni da chi sa di dover morire è cosa ben diversa da una crisi respiratoria indotta/autoindotta da un soggetto fuori di sé e privo di qualunque consapevolezza in un episodio psicotico». Se non è chiaro come sia possibile per chiunque avere consapevolezza del proprio episodio psicotico, si deve prendere atto che lo Stato è andato finalmente oltre: Rasman è morto non perché gli sono saliti sulla schiena per diversi minuti i poliziotti mentre era incaprettato e gonfio e livido e sanguinante, no. Non perché tutto ciò abbia provocato in lui una minima sofferenza, no.

La crisi respiratoria Riccardo Rasman se l’è addirittura autoindotta, dato che era un malato di mente.

È colpa sua, l’ha fatto apposta. Tanto nessuno ha finora detto nulla. E nessuno, probabilmente, lo farà mai.

*Giornalista e scrittore. Autore di thriller e libri inchiesta, i suoi ultimi saggi sono stati Il caso Genchi (Aliberti, 2009) e L’enigma di Erba (Rcs, 2010)

CESV. Claudio Tosi, assolto perché «il fatto non sussiste»

Danese: «Questi sono avvenimenti che accadono perché siamo in una società che ha paura di tutto e soprattutto del dialogo»

da http://www.vita.it/
(nella foto il momento dell'arresto)

L'operatore del Cesv era stato fermato agli stati generali del Welfare e della Famiglia. Il commento di Danese, presidente Cesv

«Il fatto non sussiste». Ovvero: Assoluzione con formula piena. È qesta la conclusione, questa mattina, del processo e della vicenda di Claudio Tosi, fermato ieri.

In una nota il Cesv ricostruisce la vicenda che ha coinvolto Claudio Tosi: «L’operatore del Cesv, Centro Servizi per il Volontariato del Lazio, presidente dell’associazione Cemea del Mezzogiorno, molto impegnato nel Roma Social Pride, che si era regolarmente registrato per assistere ai lavori assembleari degli Stati generali del Welfare e della Famiglia, era stato portato in Commissariato perché, secondo le forze dell’ordine, trovato con una fionda e con l’accusa di resistenza a pubblico ufficiale.
Oggi l’udienza che ha decretato l’insussistenza del fatto».

«Siamo molto contenti di come si è risolta la situazione», commenta Francesca Danese, presidente del Cesv, ma, afferma con forza, «resta il fatto che bisogna interrogarsi a lungo su quanto è accaduto». Claudio Tosi, che al momento dell’ingresso all’Auditorium Antonianum aveva con sé solo il materiale necessario ai laboratori che avrebbe dovuto condurre ieri pomeriggio al Cemea, ha passato la notte trattenuto alla Questura centrale di via Genova, a Roma.
«Questi sono avvenimenti che accadono perché siamo in una società che ha paura di tutto e soprattutto del dialogo» insiste Danese. «Anche al di là della vicissitudine personale di Claudio Tosi, ieri è andata perduta un’occasione importante: gli Stati generali del Welfare e della Famiglia avrebbero dovuto essere un luogo di dibattito, un’occasione di partecipazione e coinvolgimento. Al contrario, si sono trasformati in una sorta di fortino, in cui la tensione ha impedito una partecipazione e un confronto costruttivi».

«Vorrei ringraziare tutte le associazioni, le organizzazioni, le persone che hanno dimostrato il loro sostegno», conclude con amarezza Danese.

Mio padre dice che dovrei emigrare. E’ il segno che non ci sono più alternative?

Come si fa a vivere senza cultura? La cultura regala la fantasia, rende le persone educate, speranzose, interessate. Dovrebbe essere la prima cosa da sostenere e proteggere per far si che le nuove generazioni si nutrano di cultura per costruire qualsiasi cosa con garbo, intelligenza ed entusiasmo. Dovrebbe essere consegnata la mattina davanti alla porta di casa insieme al giornale

di Margherita Cardelli
da http://27esimaora.corriere.it/

Il 10 aprile 2012 ho compiuto 30 anni. Tutti mi dicevano che sarebbe cambiato poco, invece per me è cambiato tanto. È come se mi si fosse riversato addosso un secchio di responsabilità che si chiama “consapevolezza”. Sono sempre stata una persona abbastanza consapevole, ma da due mesi a questa parte sono diventata “consapevolmente consapevole”.

Sono abbastanza sicura di poter affermare che compiere 30 anni a metà degli anni ’70 sarebbe stato diverso. Ascoltare i miei genitori parlare di quante prospettive e fiducia rimettevano nel loro futuro, mi riempie di invidia. Era facile trovare un posto di lavoro, comprare una casa, costruire una famiglia e quindi lavorare e riuscire a vivere le relazioni. C’era posto per tutti e questo vuol dire entusiasmo, fiducia e progettualità. Una vita bella.

Oggi tutto questo non c’è più. Infatti, questi sentimenti si sono dissolti in anni di gravissima inconsapevolezza, marchiata da truffe, raccomandazioni, ignoranze, burocrazie ed enormi bugie. Anni di lavaggio del cervello e distruzione della cultura ormai ridotta a brandelli perché non più usufruibile dalle masse, hanno reso la situazione irrisolvibile. Come si fa a vivere senza cultura? La cultura regala la fantasia, rende le persone educate, speranzose, interessate. Dovrebbe essere la prima cosa da sostenere e proteggere per far si che le nuove generazioni si nutrano di cultura per costruire qualsiasi cosa con garbo, intelligenza ed entusiasmo. Dovrebbe essere consegnata la mattina davanti alla porta di casa insieme al giornale.

Ma mi sono resa conto che in Italia manca la cosa più importante: il rispetto civile. Il danno più grave. La corruzione e la mafia dei privati e della classe politica ne sono l’esempio più evidente, ma altrettanto palese è la difficoltà reale di gestire qualsiasi tipo di contatto in maniera gentile ed educata cioè civilmente rispettosa. Non siamo cattivi, ma penso che anni e anni di grandi sacrifici e attesa nella speranza che le cose cambino, abbiano svuotato il popolo di un ingrediente fondamentale per vivere bene, la fiducia. La mancanza di fiducia nel nostro caso ha portato alla disgregazione degli obiettivi comuni lasciando le persone sole e costrette a curare il proprio orticello, abbandonando ideali di comunità e socialità che tengono un popolo unito ed educato nei confronti delle istituzioni e della giustizia.

Avere 30 anni oggi è difficile. Alzarsi la mattina sapendo che non ci sono certezze è difficile. Avere paura di non sapere dove si potrebbe andare a sbattere la testa perché potrebbe accadere di tutto è difficile. È difficile perché le conseguenze di queste sensazioni distruggono le piccole cose. E le piccole cose sono la vita vera. Le relazioni si distruggono. Le amicizie si allontanano. Il sostrato sociale diventa cinico. Sono ben certa di non poter avere la possibilità di comprare una casa, a meno che non accetti l’aiuto della mia famiglia, e questo non è poi così grave, ma grave è la sensazione di non riuscire a tenere insieme gli affetti perché ognuno è costretto a decidere in base alle PROPRIE esigenze. Non ci si può più permettere di tenere conto delle esigenze degli altri. La difficoltà che può nascere nel gestire una relazione a distanza per motivi di lavoro può distruggere un amore o svilire le amicizie e porta ad una sorta di solitudine che allontana e separa le persone. E quando l’amore e l’affetto cominciano a soffrire di situazioni contingenti enormi e assolutamente ingestibili vuol dire che siamo arrivati alla fine. La nostra generazione è maledetta. Segnata fino alla fine.

Siamo nati nel boom economico, siamo cresciuti viziati e non abituati a lottare, ci ritroviamo adulti senza sapere come affrontare questa situazione svilente e preoccupata di cui non si conosce la fine. Stiamo pagando e pagheremo per molto altro tempo ancora i danni generati da tante generazioni prima di noi e stiamo cominciando a capire che cosa vuol dire veramente essere italiani.

Come dice mio papà, una soluzione è emigrare. Non pensavo di poter sentire una cosa del genere uscire dalla sua bocca. E lì forse ho realizzato quanto può essere e diventare grave il momento. Ora capisco perché il mio bisnonno ha lavorato per tanti anni in Canada. Non c’erano alternative. Oggi, come ieri non ce ne sono quasi più.

Non c’è una soluzione a tutto questo, ma forse cercare di vivere ogni giornata della propria vita in modo onesto, consapevole e civilmente rispettoso nei confronti di tutti potrebbe essere un piccolo passo per iniziare a cancellare definitivamente atteggiamenti di insensibilità e faciloneria italiana che hanno distrutto questo popolo che sono sicura ha ancora voglia di continuare a fidarsi per dare un’opportunità ai nostri figli di vivere un’Italia che sia quello che si merita di essere: onesta, cortese, leale, goduriosa, divertente e civilmente rispettosa.

Sarà il clima disastroso che si respira nel nostro paese o una piccola ruga che non avevo mai notato vicino agli occhi, ma a me questi 30 italiani, per ora non sono sicura che mi piacciano poi così tanto.

13 giugno 2012

UNA TARANTOLA IN RAI

Anna Maria Tarantola, dal primo ministro Monti Mario appena designata alla presidenza della tv di Stato, è sotto inchiesta giudiziaria per non aver impedito, nella sua qualità di vicedirettore di Bankitalia, l’immissione sul mercato bancario dei titoli tossici

di Gianni Lannes
da http://sulatestagiannilannes.blogspot.it/

Forse il varesotto con decenni di raccomandazioni e spintarelle si è montato la testa dopo aver preso ordini a quattr’occhi dal superiore Obama. Il capetto pro tempore - che in realtà non ha completato la specializzazione a Yale e non ha studiato effettivamente con il premio Nobel, Tobin, così come propagandato - ha la zucca vuota piena di banche. Solo in Italia può accadere una cosa simile: la casta parlamentare sotto ricatto non fiata, a parte il senatore Lannutti. Insomma, un’indagata sospinta dal sistema di potere al vertice della Rai: Anna Maria Tarantola, dal primo ministro Monti Mario appena designata alla presidenza della tv di Stato, è sotto inchiesta giudiziaria per non aver impedito, nella sua qualità di vicedirettore di Bankitalia, l’immissione sul mercato bancario dei titoli tossici che hanno messo sul lastrico migliaia di risparmiatori e imprenditori.

Accuse pesanti e documentate, che provengono dai magistrati della Procura della Repubblica di Trani, titolari oltretutto, dell’indagine su Moody’s nella quale è coinvolto il Presidente del Consiglio dei Ministri in carica (Continua a leggere)

Trapani: bandita la parola mafia

Il neo sindaco di Trapani: “non bisogna parlare di mafia perché si rischia di darle soltanto troppa importanza, i progetti dove si parla sempre e solo male della mafia, in realtà danno importanza ai mafiosi”

da girodivite.it
di Antonio Carollo

Secondo il neo sindaco di Trapani.ex generale dei carabinieri in pensione Vito Damiano, nelle scuole “non bisogna parlare di mafia perché si rischia di darle soltanto troppa importanza, i progetti dove si parla sempre e solo male della mafia, in realtà danno importanza ai mafiosi”, meglio fare corsi sui prodotti locali che sull’antimafia. Questa singolare dichiarazione ha innescato una tempesta di polemiche, come c’era da aspettarsi. Poi, in perfetto stile berlusconiano, il neo Sindaco ha controbattuto dicendo di non aver pronunciato quella frase e ha ricordato di aver svolto le funzioni di colonnello a Catania, sottintendendo che lui la mafia la conosce e l’ha combattuta. Ma la questione è: con quale disposizione d’animo, con quali provvedimenti il nostro neo sindaco intende perseguire la trasparenza nell’azione di governo e lo sviluppo della città tanto ripetuti in campagna elettorale .

Ebbene, nel programma con cui si è presentato agli elettori, una serie di dichiarazioni sull’efficienza, sull’onestà degli amministratori, sull’attenzione alle varie categorie, sui giovani, sulle opere infrastrutturali, eccetera, con richiami alle ragioni del cuore, all’amore per le proprie radici (per la genericità degli enunciati il programma del nostro Generale potrebbe andare bene - si fa per dire - per cento altre città), non c’è un cenno, una parola, una sfumatura che faccia riferimento al fenomeno mafioso, certamente presente nell’economia trapanese. Lo stesso può dirsi per gli altri due documenti resi pubblici prima delle elezioni: il curriculum e la lettera aperta ai trapanesi. Neanche sfiorata l’idea di un ferreo concreto controllo degli appalti, terreno molto appetito dalle cosche. Con questo non si vuol dire che il sindaco Damiano non terrà fede ai suoi principi di onestà, onore, disinteresse personale, professionalità.

Ma è perlomeno paradossale che in una città come Trapani un generale dei carabinieri, custode per antonomasia della legalità, non si ponga pubblicamente (per passare poi ai fatti), come sindaco, il problema di tenere a distanza ogni influenza mafiosa dagli affari della città e vada a dire agli studenti di mettere da parte la parola mafia, anziché concorrere, con la sua esperienza di servizio, alla diffusione tra i giovani della cultura antimafiosa e della legalità.

Le donne ebree di Binah, battono il listone e mostrano una vera svolta nella comunità romana

Sono le donne di Binah a aver vinto le elezioni nella Comunità ebraica romana

martedì, giugno 12th, 2012
da http://www.brogi.info/

ROMA - Le donne di Binah, con le loro 17 candidate contro i 20 del gran listone destra-sinistra, premiate da un’affermazione senza precedenti per un soggetto nuovo al suo primo turno: 8 elette. Più di qualunque altro raggruppamento, a partire da Per Israele del presidente della comunità ebraica romana che si è fermato a soli 7 eletti.

Nel dettaglio le donne di Binah hanno avuto 8 elette (sui 20 da eleggere), contro il resto del listone unico e cioè i 7 di Per Israele di Riccardo Pacifici, i 3 di Azad di Victor Magiar, il singolo di Sassun, più l’ex presidente Renzo Gattegna super-partes.

Otto elette e un 39% di voti sono certamente un successo clamoroso per una lista nuovissima di zecca, decisamente controcorrente che ha evidentemente attirato simpatie oltre i confini della lista femminile, certamente premiata dall’essere l’unica nota divergente in un panorama di generale concertazione.

Sabrina Coen, Silvia Mosseri e Ruth Palmieri – le prime tre elette – guidano così un gruppo di donne che elette per il consiglio nazionale dell’Ucei (un parlamentino di 52 membri di cui venti eletti a Roma) rappresentano una novità destinata a farsi sentire anche nel futuro a Roma. Con le due donne elette nel listone portano al 50% la rappresentanza femminile romana, che è un altro elemento da tener presente.

In un mondo come quello ebraico segnato spesso dalla tradizione e su alcuni versanti dalla conservazione questo plotone di elette andrà seguito con attenzione.

29 maggio 2012

Non si svolgerà la parata militare del 2 giugno - 11 MAGGIO 1976

Roma - La parata militare del 2 giugno, quest'anno, non si svolgerà. Lo ha comunicato il ministro della difesa Forlani, con una nota ufficiale. La decisione è stata presa a seguito della grave sciagura del Friuli e per far si che i militari e i mezzi di stanza al nord siano utilizzati per aiutare i terremotati anziché per sfilare a via dei Fori imperiali.

Hanno bisogno di Matteo Messina Denaro

da Libera Castelvetrano (TP)

Qualcuon si ostina a credere che Castelvetrano sia una città tranquilla , bella e libera, dove ormai quella cultura mafiosa sembra quasi del tutto scomparsa, dove esistono centri commerciali e imprenditori onesti, dove la lotta alla mafia deve essere demandata soltanto alle forze dell'ordine.

Stamattina invece la Castelvetrano sonnolenta e salottiera si é svegliata con un "bisogno di aiuto".

L'anno scorso qualcun'altro lo voleva sindaco di Castelvetrano e qualcun'altro diceva che la sua grande aspirazione prima di morire era quella di " conoscerlo ".

Stamattina qualcuno oltre al bisogno d'aiuto vuole che Matteo Messina denaro gli " illumini " il suo cammino.

E' il momento di riflettere e di schierarsi, é il momento della responsabilità, é il momento della coscienza collettiva per decidere da che parte stare....

28 maggio 2012

Avviso 20, uno scandalo senza precedenti | LinkSicilia

Per quanto abituati da secoli a subire in silenzio, i Siciliani stanno per assistere ad una delle più grandi operazioni clientelari finalizzate a foraggiare la prossima campagna elettorale per il rinnovo dell’Assemblea regionale siciliana
Avviso 20, uno scandalo senza precedenti | LinkSicilia

9 maggio 2012

Carlo Ruta, domani in Cassazione per "stampa clandestina on line"

Lo storico: «Se la sentenza di condanna verrà confermata potrebbe essere grave precedente per libertà di espressione»

di Cesare Piccitto
da liberainformazione.org

"Sarà una sentenza importante per tutto il mondo del web e non solo per chi nell’online si occupa di attualità" . Così lo storico Carlo Ruta commenta l'attesa per la sentenza con cui la Cassazione si esprimerà sulla condanna per stampa clandestina. Per la maggior parte dei cybernauti, al di là dei social network, soprattutto quelli più attenti ai temi della libertà di espressione, di ricerca e d’informazione, Carlo Ruta è un punto di riferimento importante e il suo caso, la condanna in secondo grado per stampa clandestina, un fatto senza precedenti. Lui è uno storico e saggista siciliano con predilezione per l’inchiesta che, oltre a scrivere per la stampa ha scelto il web per approfondire argomenti, raccontare storie e fare inchiesta. Il sito in questione è "Accade in Sicilia". Domani la Cassazione potrebbe scrivere la pagina finale, almeno per i giudici nel nostro Paese, sul lungo iter giudiziario che ha visto Ruta suo malgrado protagonista.


I fatti e il processo contro Carlo Ruta. Una prima sentenza di condanna, lo scrittore la subì nel settembre 2008, il tribunale di Messina lo condannò a otto mesi di carcere. All'epoca venne querelato dal procuratore della Repubblica di Ragusa Agostino Fera e dall’avvocato Carmelo Di Paola, presidente del collegio dei probiviri della Banca Popolare Agricola di Ragusa, solo per aver accolto su www.accadeinsicilia.net la versione di un ex funzionario pubblico, Sebastiano Agosta, pure lui condannato a otto mesi, circa una vicenda miliardaria. L'immediato provvedimento che produsse la querela, censurato da larghe espressioni della società civile, fu l'oscuramento del sito; la condanna alla reclusione fu in fondo il seguito “naturale”. Si tratta già, lo ricordiamo, di un iter giudiziario senza precedenti in europa. Per la prima volta viene chiesta la reclusione per un web writer. Tale straordinarietà potrebbe essere ratificata anche dalla Cassazione e Ruta aggiungere: “Se si arrivasse alla condanna si creerebbe un precedente, che farebbe sorgere casi di autocensura nel web di conseguenza la messa a tacere delle tante voci indipendenti tutt'ora operanti”



Nel merito, non possiamo dimenticare che recentemente la stessa Corte ha sostenuto l’inesistenza di generici obblighi di registrazione delle realtà telematiche. E che l’espressione del pensiero deve essere libera come vuole l’articolo 21 della nostra Carta e non costretta anche soltanto da adempimenti burocratici pur non autorizzativi. Quello della libertà di informazione on line è un problema che riguarda tutti e Ruta, infatti sottolinea: "l'eventuale condanna diventerebbe un comoda sponda per la politica italiana che più volte nel recente passato ha cercato di imbrigliare con leggi ad hoc il web non riuscendoci".



Sempre più nel paese, con importanti risvolti nelle sedi parlamentari, si afferma la necessità di depenalizzare i cosiddetti reati di opinione. Dalla stessa Unione Europea viene d’altra parte un preciso monito a tutti i paesi aderenti perché le cose volgano in tale direzione.



Un approfondimento sull'argomento anche sul portale di Articolo21.org

8 aprile 2012

Caterina Chinnici: "Lombardo e la mafia? Buona Pasqua!"

Mentre viene chiesto il rinvio a giudizio per mafia di Raffaele Lombardo, il magistrato assessore Caterina Chinnici si trova all'estero. Livesicilia l'ha rintracciata e quando scatta la domanda fatidica sull'opportunità di essere pagata come assessore da un imputato coatto per mafia, lei risponde: "Buona Pasqua". Intervista di Antonio Condorelli

da Livesiciliaweb




7 aprile 2012

Le mafie nel mondo e la cultura della legalità





ROMA - 30 marzo 2012

Dai microfoni di Radio Vaticana, Silvia Koch e Cesare Piccitto

di Silvia Koch


"Noi conosciamo bene tutte le bellezze del Messico, ma anche questo grande problema del narcotraffico e della violenza. E’ certamente una grande responsabilità per la Chiesa cattolica in un Paese con l’80 per cento di cattolici. Dobbiamo fare il possibile contro questo male distruttivo dell’umanità e della nostra gioventù".

Così Papa Benedetto XVI ha ribadito - durante il recente Viaggio Apostolico in Messico e a Cuba - l’impegno della Chiesa in promozione della giustizia. Cesare Piccitto, collaboratore della Fondazione Lelio Basso ed esperto di mafie, spiega come sono collegati i gruppi criminali a livello mondiale, l’infiltrazione della ’ndrangheta nei circuiti del narcotraffico messicano, la finanziarizzazione delle organizzazioni mafiose e il crescente “fanatismo” che si registra soprattutto nelle nuove generazioni, con riferimento ai simboli della criminalità.

Link: http://www.radiovaticana.org/105live/Articolo.asp?c=577592
Per ascoltare altri podcast: http://invisibile.podomatic.com/



4 aprile 2012

Vito Palazzolo, fermato in Thailandia dalla polizia e incastrato (anche) da Facebook

Cronistoria della vita del boss, dalle inchieste di Falcone ad oggi

di Cesare Piccitto
da http://www.liberainformazione.org/

E' un singolare caso internazionale quello che si sta consumando in questi giorni in un aereoporto thailandese. A breve la Thailandia dovrebbe decidere sull'espulsione di Vito Roberto Palazzolo, il boss mafioso arrestato venerdi' scorso all'aeroporto di Bangkok, che deve scontare in Italia una condanna definitiva a nove anni di carcere. Ad opporsi all'espulsione e' il Sud Africa, dove Palazzolo, che ha assunto il nome di "Roberto Von Palace" risiede da molti anni lavorando nel ramo del commercio dei diamanti. Sabato e' arrivato a Bangkok persino l'ambasciatore del Sudafrica mentre da venerdì' e' in corso un intenso braccio di ferro diplomatico tra i paesi interessati. "Nel 2010, l'alta corte sudafricana si era pronunciata per l'ineseguibilita' della sentenza di condanna emessa dall'Italia", ha ribadito fino a ieri l'avvocato di Palazzolo Baldassare Lauria.

Ormai da un mese la Procura di Palermo e l'Interpol erano sulle tracce di Palazzolo, il finanziere di origini siciliane su cui pende una condanna a nove anni per associazione mafiosa: dal Sudafrica, che ha sempre rifiutato l'estradizione del manager-boss, Palazzolo si era spostato ad Hong Kong. Gli investigatori dell'Interpol l'avevano appreso grazie a una notizia confidenziale, poi confermata da indagini sul campo e grazie all'utilizzo del social network Facebook. Il latitante, infatti, e’ stato rintracciato anche seguendo i profili virtuali suoi e di alcuni suoi familiari. Le intercettazioni telematiche hanno consentito di documentare il viaggio di Palazzolo in Thailandia.

Così, era subito partita dall'Italia una richiesta di arresto temporaneo. Dal 31 marzo quando la polizia lo ha fermato, con la scusa di un documento ritenuto falso, all'aeroporto di Bangkok è un gran via vai di personalità che cercano di sottrarre Palazzolo al proprio destino. Adesso, il manager originario di Terrasini si trova rinchiuso in una cella dell'ufficio immigrazione dello scalo tailandese. Il mafioso è stato espulso dalla Thailandia, dice il suo legale Baldassare Lauria. "Noi però - aggiunge Lauria - ci siamo opposti al decreto di espulsione e quindi la decisione ora passa al giudice che penso si esprimerà lunedì".

Le trattative. Sono trattative complesse, Palazzolo non è ancora dunque in stato di arresto, ma di "trattenimento temporaneo". La decisione definitiva, da parte dell'ufficio immigrazione, doveva arrivare ieri mattina. In questi giorni, all'aeroporto di Bangkok è arrivato addirittura l'ambasciatore del Sudafrica in Thailandia per consegnare alla polizia la sentenza dell'alta corte di Joannesburg. "Si è così aperto un contenzioso - prosegue il legale italiano di Vito Roberto Palazzolo - su cui dovrà pronunciarsi un giudice thailandese. Noi siamo fiduciosi". A Palazzolo non sono mai mancati agganci e buone amicizie nei salotti che contano del Sudafrica. Ma, adesso, davanti alla cella in cui è attualmente custodito il manager di Cosa nostra restano anche i poliziotti del Servizio centrale operativo della polizia italiana e i colleghi dell'Interpol. Intanto, la nostra diplomazia sta facendo tutti i passi necessari per cercare di portare a termine, trent'anni dopo, l'indagine che Giovanni Falcone non riuscì mai a concludere.

Chi è Vito Palazzolo. Si ritiene sia un membro della mafia siciliana, cosa che lui ha sempre negato. È considerato dagli inquirenti il cassiere di Cosa Nostra, esperto riciclatore di denaro, molto vicino ai principali narcotrafficanti italo-americani nonché tesoriere di Bernardo Provenzano e Totò Riina. Per questi reati è già stato condannato in via definitiva a 9 anni di reclusione per associazione mafiosa. Sposato con una ricca ereditiera d'origine russa, in passato è stato anche ambasciatore plenipotenziario del piccolo Stato del Ciskey (poi annesso al Sud Africa). Palazzolo inizia a prendere contatti con la mafia emergente dei corleonesi già negli anni '60. Secondo alcuni collaboratori di giustizia, in quel periodo avrebbe fatto il suo ingresso nella famiglia mafiosa di Partinico.

L'inchiesta Pizza Connection. Il suo nome emerge per la prima volta nella storica indagine di Giovanni Falcone denominata "Pizza Connection", che smantellò una rete di traffico di stupefacenti e riciclaggio di denaro attiva in tutto il mondo e accertò il ruolo centrale di Cosa nostra nella raffinazione e nel traffico di eroina, i cui proventi vennero in larga parte riciclati dallo stesso Palazzolo. Nel 1980 la polizia Svizzera riesce ad arrestarlo per riciclaggio di denaro e lo condanna in a tre anni di prigione.

Palazzolo e L'Africa. Uscito dal carcere si era trasferito in Sudafrica dove arriva con un passaporto svizzero intestato a tale Domenico Frapolli. In breve tempo il boss cambia nome in Robert Van Palace Kolbatschenko e diventa un vero e proprio magnate del paese sudafricano dove, dopo l'apartheid, stringe rapporti con l'African National Congress, il partito di maggioranza nera. Dal 1986 Palazzolo vive a Franschhoek come uomo d'affari tra i principali contribuenti del paese. Nel 1996 viene accusato di aver dato asilo a due ricercati mafiosi di Partinico: Giuseppe Gelardi e Giovanni Bonomo, che sarebbero stati segnalati proprio nelle sue proprietà tra il Sudafrica e la Namibia.

Le ultime inchieste. La procura di Palermo inizia quindi una complessa attività rogatoria e nel 2004 i pubblici ministeri Domenico Gozzo e Gaetano Paci vanno in Sudafrica per chiedere l'estradizione di Palazzolo che viene però negata: a garantire per lui ci sono anche due generali dell'esercito sudafricano. Nonostante lo scampato pericolo, la condanna inflittagli dai tribunali italiani pesa e lui cerca in diversi modi di disfarsene. Pare che tramite un 'amica della sorella abbia provato a contattare anche il senatore Marcello Dell'Utri (come scrive il Fattoquotidiano in questo articolo) ma senza successo. Nel 2010 l'Alta corte del Sudafrica si era pronunciata a favore di Palazzolo negando l'estradizione chiesta dall'Italia, nonostante pesasse su di lui una condanna per concorso esterno in associazione mafiosa del 2006, divenuta definitiva in Cassazione nel 2009.