29 giugno 2012

Rasman, ucciso dalla Polizia: per lo Stato bastano 60.000 euro per risarcirlo

Di certo la storia di Rasman è la storia di un ragazzo la cui esistenza, fino alla morte (e oltre), è stata interamente devastata dallo Stato, in un susseguirsi di silenzi siderali

di EDOARDO MONTOLLI*
da http://www.lindipendenza.com/
I post dedicati al caso Rasman:
http://riccardo%20rasman

«Riccardo Rasman era un giovane uomo “parcheggiato” a spese della collettività in un alloggio di edilizia popolare da chi ormai evidentemente non poteva o non voleva più farsene carico» e la sua morte per arresto respiratorio «deriva anzitutto dalla reazione incontrollata e incontrollabile ad un’azione di polizia che solo in una mente stabilmente turbata come quella di Rasman poteva apparire persecutoria». Così l’Avvocatura dello Stato risponde alla richiesta di sequestro conservativo nei confronti del Ministero dell’Interno da parte dei famigliari di Riccardo Rasman, morto per asfissia dopo che alcuni agenti erano entrati in casa sua, lo avevano ammanettato a faccia in giù con le mani dietro la schiena e gli avevano lasciato legare pure le caviglie, incaprettandolo, per poi salirgli sopra per cinque minuti e mezzo. Ma per l’Avvocatura, i 60mila euro pagati come provvisionale per quel delitto sono più che sufficienti, dato che Rasman «non produceva reddito alcuno e di nessuno era il supporto; la sua pensione d’invalidità era destinata ai suoi esclusivi bisogni e non certo a quelli della famiglia d’origine».

Fino a ieri pensavo che uccidere un invalido costituisse un’aggravante. Oggi scopro che è diventata un’attenuante. Perché certo una volta lo Stato li definiva handicappati. Poi, in un crescendo di politically correct, li ha portati ad essere portatori di handicap, disabili, diversamente abili. Fino a quando, per una «tragica fatalità», uno di loro, un invalido, non muore proprio per mano dello Stato. Ecco allora che, per quello stesso Stato, i diversamente abili si trasformano magicamente in pesi per la collettività che non producono reddito. Reietti, in sostanza, da risarcire con qualche decina di migliaia di euro. Di Riccardo Rasman si sta parlando nelle polemiche di questi giorni, perché Paolo Forlani, uno dei poliziotti condannati nel caso di Federico Aldrovandi – la cui famiglia è stata risarcita con due milioni di euro -, ha scritto in proposito su Facebook di «responsabilità reali da parte dei colleghi e nessuno ne ha saputo nulla».

Già. Quasi nessuno. Avendola seguita, ritengo sia il caso di raccontarla ancora una volta, soprattutto a beneficio dell’Avvocatura che insiste nell’attribuire la responsabilità della morte di Rasman, un invalido psichico, principalmente allo stesso Rasman. E che, tiene a rassicurarci: «Lo Stato italiano ha sinora provveduto ad anticipare le spese sostenute dai propri agenti, provvisionale inclusa, stante non solo la solidarietà “legale” ma anche quella “civile” nei confronti di tutte le vittime di quella tragedia». E ora ci sentiamo tutti un po’meglio.

Di famiglia istriana emigrata a Trieste, Riccardo ha una vita normale fino a quando non comincia il servizio di leva. Gli piace volare e va a farlo in aeronautica. Ma qui diventa preda della piaga del “nonnismo”, un trauma da cui non si riprenderà più. Messo in congedo assoluto, finisce in cura al Centro di Salute Mentale locale per “schizofrenia paranoide con delirio persecutorio”. Sotto costante cura dei farmaci, viene riconosciuto per tale ragione invalido, con tanto di pensione. Inserito in un progetto di recupero funzionale e dell’emarginazione per i minorati psichici previsto dall’articolo 1 della legge 104/92, gli sarà quindi concesso l’alloggio della tragedia: perché nessuno lo ha “parcheggiato” lì, tantomeno esisteva qualcuno che non voleva più farsi carico di lui, come invece sostiene l’Avvocatura di uno Stato, che quella stessa legge 104/92 ha promulgato.

Con la famiglia il ragazzo va anzi d’amore e d’accordo.

Il 27 ottobre 2006 Riccardo ha 34 anni. E, poco prima delle 20, saluta mamma e papà per andare a casa a dar da mangiare al cane. Ciò che accade da questo momento in poi, ricorda il legale della famiglia Claudio Defilippi, «verrà ricostruito dagli stessi agenti di polizia coinvolti nella sua morte, cui saranno nientemeno che affidate inizialmente le indagini».

Entrato in casa, Riccardo accende la radio ad alto volume, provocando le proteste dei vicini. Poi, sulla strada, esplodono dei petardi. Quattro agenti di polizia, allertati, bussano così alla sua porta. Ma Riccardo non apre. Forse ha paura, forse è ossessionato, non lo sapremo mai. Perché gli agenti chiedono alla centrale di prendere informazioni su di lui al Centro di Salute Mentale, dove in effetti Riccardo è in cura. Ma non attendono la risposta. E sfondano la porta. Ne segue una colluttazione, che sarebbe avvenuta “sostanzialmente al buio”. Riccardo pesa 120 chili, è forte. «Immensa forza fisica» scrive l’Avvocato dello Stato. Solo che non riesce nemmeno a lacerare le divise dei poliziotti, tutti curabili dai 7 ai 10 giorni per “ecchimosi”. Verrà fuori, dalle testimonianze degli agenti, che ha tentato di impugnare un bastone e che stava per afferrare la pistola di uno di loro. Ma poi viene ammanettato a faccia in giù, e alcuni poliziotti gli saltano sopra con le ginocchia per diversi minuti, perché la sua furia non si placa. E solo quando si riaccende la luce, ci si accorge che è diventato cianotico. Non respira più. Muore soffocato. Una «tragica fatalità».

E così sarebbe stata catalogata se la sorella maggiore di Riccardo, Giuliana, impiegata in un’impresa di pulizie e con una dannata forza di volontà, non entrasse a questo punto nell’indagine. Studia le carte, scrive. Si oppone ad una richiesta di archiviazione. Trova, sotto al letto di Riccardo, del filo di ferro, che non risulta sia materiale in dotazione alle forze dell’ordine. E Riccardo ha segni sulle caviglie. Un vigile del fuoco metterà a verbale la notte stessa che, dopo le manette «gli abbiamo legato le caviglie con un cordino». È stato dunque incaprettato.

Di più. Defilippi sintetizza la scena dell’appartamento di Rasman con uno scioccante fascicolo fotografico allegato: «vistose tracce di sangue per terra, sul muro, sul letto, sul tavolo, sulle piastrelle e perfino sul frigorifero…bastone spezzato vicino alle sue scarpe e ad altri mobili rovesciati, cranio sfondato, segni dei colpi inferti sulla schiena, volto completamente tumefatto, livido e gonfio…».

Perché certo, Riccardo avrà anche avuto la forza di Hulk, ma se gli agenti non hanno nemmeno le divise lacerate e presentano solo ecchimosi guaribili dai 7 ai 10 giorni, di chi è tutto quel sangue?

Il caso non ha la risonanza mediatica di altri e la vicenda assume così i contorni del dettaglio. Certo, altri dettagli non saranno mai chiariti: subito dopo la morte, sul balcone di Riccardo viene ad esempio fotografata una bottiglia di vino, da cui era stato visto bere. Lo scrive anche il giudice di primo grado. E allora, magari il ragazzo era alterato.

Solo che, racconta Giuliana, «l’autopsia sostiene che Riccardo non fosse sotto effetto di alcol».

E poi, ovviamente, restano senza risposta alcune domande: se la colluttazione era avvenuta “sostanzialmente al buio”, come hanno fatto gli agenti a vedere Riccardo impugnare il bastone e ad accorgersi che stava per prendere la pistola di uno di loro? E come hanno fatto, al buio, a legargli le caviglie col fil di ferro o col cordino? E da dove l’hanno preso, al buio, il cordino o il fil di ferro, non risultando tra le risorse in dotazione?

Ma tutti questi, ormai, sono per l’appunto dettagli. Perché, ora che conoscete minimamente la storia, il fatto importante, per noi tutti, è uno solo: c’è un ragazzo diventato invalido psichico a causa di un servizio di leva obbligatorio previsto dallo Stato. Viene messo, dallo Stato, ad abitare in un appartamento per il suo recupero dall’emarginazione e funzionale. Bene. Ammettiamo che quel ragazzo sia uno di noi o uno dei nostri figli.

A quel punto, in uno Stato di diritto, se io alzo la musica e per strada scoppia uno o più petardi (un po’ di musica e petardi, non una bomba), dei poliziotti per tutta risposta sfondano la porta di casa mia dato che non apro, usano maniere forti perché c’è sangue ovunque, mi sbattono a terra a faccia in giù, mi ammanettano con le mani dietro la schiena e mi vengono legate pure le caviglie e per finire mi salgono sopra fino a farmi soffocare, ecco quello, sappiatelo, è omicidio colposo. Sanzionabile con sei mesi, così come la Cassazione ha sancito lo scorso dicembre per tre dei quattro poliziotti intervenuti. Bisogna prenderne atto.

E bisogna prendere atto che lo Stato anticipa le spese e i risarcimenti di chi ha colposamente ucciso, ma non vuole risarcire i famigliari della vittima oltre 60mila euro perché trattavasi non di persona sana, ma di invalido che non produceva reddito. «La cosa che però più di tutte non comprendo – conclude Defilippi- è come faccia l’Avvocatura dello Stato ad opporsi anche alla richiesta di sequestro conservativo che abbiamo fatto delle case dei poliziotti. Mi pare assurdo. Perché, dopo averne anticipato pure la provvisionale, dovrebbe essere per primo lo Stato a chiedere tale sequestro per recuperare le spese anticipate per loro conto».

Però non basta. Perché, in un crescendo finale, l’Avvocatura, nel confrontare la morte di un lavoratore che aveva preso un cancro nel posto in cui era occupato, e quella dell’invalido psichico Rasman, scrive: «L’angoscia provata per anni da chi sa di dover morire è cosa ben diversa da una crisi respiratoria indotta/autoindotta da un soggetto fuori di sé e privo di qualunque consapevolezza in un episodio psicotico». Se non è chiaro come sia possibile per chiunque avere consapevolezza del proprio episodio psicotico, si deve prendere atto che lo Stato è andato finalmente oltre: Rasman è morto non perché gli sono saliti sulla schiena per diversi minuti i poliziotti mentre era incaprettato e gonfio e livido e sanguinante, no. Non perché tutto ciò abbia provocato in lui una minima sofferenza, no.

La crisi respiratoria Riccardo Rasman se l’è addirittura autoindotta, dato che era un malato di mente.

È colpa sua, l’ha fatto apposta. Tanto nessuno ha finora detto nulla. E nessuno, probabilmente, lo farà mai.

*Giornalista e scrittore. Autore di thriller e libri inchiesta, i suoi ultimi saggi sono stati Il caso Genchi (Aliberti, 2009) e L’enigma di Erba (Rcs, 2010)

3 commenti:

  1. RICCARDO non è morto sull'uscio di casa ma dentro casa, i poliziotti hanno sfondato la porta con il piede di porco colpendolo sucessivamente, legandolo con il filo di ferro come facevano agli istriani gettandoli nelle foibe, Riccardo è figlio di un istriano, ci devono spiegare perchè lo dovevano arrestare non aveva fatto niente, BASTA PARLARE CHE AVEVA LANCIATO 2 PETARDI E CHE AVEVA FERITO LA FIGLIA DEL CUSTODE CHE AVEVA CHIAMATO LA POLIZIA NON ESISTE NESSUN REFERTO MEDICO DEL FERIMENTO E RISULTA DAI VERBALI CHE I PETARDI SONO SCOPPIATI DAVANTI LE FINESTRE DI rICCARDO AL QUATRO PIANO. La famiglia di Riccardo vorebbe sapere per chi questo ragazzo era un peso desse fastidio, lo conoscevano bene i poliziotti quella sera per parlare in questo modo, è per questo che lo hanno ucciso? PERCHE ERA DI PESO PER QUALCUNO PER CHI? Era un invalido militare riconosciuto dallo Stato ,viveva con la famiglia e per insistenza dei psichiatri di Domio ricevette quel monolocale anche se non gli aspettava per 6 motivi , perchè gli hanno dato quel monolocale che Riccardo lo frequentava raramente ... i medici venivano sempre a casa dei genitori perchè sapevano che viveva con loro , come conferma la cartella clinica , le bolette dimostrano che pagava il fisso non cera consumo , non hanno trovato il frigorifero pieno di cibo e neanche un armadio con gli indumenti. I Psichiatri VOLEVANO PARCHEGGIARLO ma non ci sono riusciti ad alontanarlo dalla famiglia il padre lo seguiva di continuo con amore da quando nel 1992 lo portò a casa ammalato dalla caserma avendo subito atti di nonnismo, andò prima in pensione per seguirlo e sucessivamente anche la madre e sucessivamente anche la sorella scelse un lavoro serale per essere a casa di giorno , la cartella clinica dimostra che i famigliari erano presenti al centro di salute mentale molto spesso dando anche fastidio , tanto che nel estate del 2006 al centro di salute mentale dissero alla sorella, un giorno - abbiamo finito di fare la riunione e abbiamo deciso che domani verremo a casa vostra con la polizia e lo porteremo via cosi sarà finita una volta per sempre- noi ci siamo opposti , non vedevamo il serio motivo Riccardo in quel periodo manifestava paura di uscire di casa per questo avevamo chiesto aiuto ai medici per capire cosa lo tormentava , non creava nessun problema a nessuno. Purtroppo abbiamo capito troppo tardi cosa lo tormentava ..... Se i malati psichici sono un peso a cosa serve il sociale a cosa servono i centri sociali soldi spesi per niente , chiudete questi centri e mandate a casa i medici e tutti gli assistenti se avvocati dello stato hanno questa oppinione ci pensano i loro agenti a risolvere questi problemi si butta giù la porta e si elimina chi da fastidio. COMPLIMENTI difatti quella sera i poliziotti dissero scritto su due verbali cosi non disturberà più nessuno.http://ilpiccolo.gelocal.it/cronaca/2012/06/10/news/rasman-un-peso-per-la-collettivita-1.5230092

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  2. Come abbiamo fatto notare ai nostri avvocati anche la cartella clinica fa notare che Riccardo lavorava quando stava meglio ,quando era curato in modo appropriato, ma come scrisse Riccardo lui stesso si rendeva conto che a Domio centro di salute lo sabotavano. la cartella clinica mostra anche questo, la famiglia scrivono a loro insistenza ecc. dimostra che ci siamo sempre stati vicini e preoccupati per la sua salute, e quindi sempre trattati male dal centro , volevano che Riccardo sia solo e fare di lui quello che volevano, difatti gli diedero un monolocale anche se non ne aveva diritto solo per allontanarlo dalla famiglia – per 6 motivi non doveva avere quel monolocale- era iscritto al collocamento dove si può essere iscritti per trovare un lavoro di invalidità ,difatti lo hanno chiamato ,fece anche la scuola di guida e prese la patente E.D. voleva venire fuori da quella situazione a tutti i costi, non voleva essere di peso a nessuno. Dopo tanti anni riusci ad avere il riconoscimento di invalidità per servizio dallo Stato , percependo una pensione dalla Corte dei conti , era iscritto ai soci invalidi di guerra e del lavoro dell’ aereonautica militare. Era una persona colta civile amichevole come lo possono dichiarare tutti coloro che hanno avuto a che fare con lui. Non ha mai fatto del male a nessuno non era un REO come lo volevano far vedere la Questura ci dovrebbero spiegare tante cose , perchè tanto accanimento persecutorio ce molta documentazione in tribunale che andrebbe vagliata per chiarire tante cose nascoste come udienze cause denuncie da parte della polizia senza che Riccardo ne sapesse niente e nemmeno noi, il colmo è stato nel trovare la firma falsa di Riccardo su un verbale di polizia municipale, un verbale diverso da quello trovato in prefettura e a casa di Riccardo . proveniva dalla questura al tribunale scritto recitivo per calunnia – era stato denuciato da 2 agenti nel 1999, quando fu pestato in casa dei genitori perchè aveva la musica in macchina forte- al pronto soccorso gli dianosticarono -TRAUMA CRANICO E FACCIALE CAUSATO DA ALTRI-Loro dimostrarono che non era vero nascondendo i certificati spariti dal fascicolo, fu condannato pena sospesa . Quindi ora era il caso che venga condannato per stato di ebrezza quindi il 2 0ttobre 2006 a insaputa di Riccardo venne fatto un processo e condannato ma con pena sospesa , 25 giorni dopo fu ucciso in casa sua per aver avuto la musica accesa in casa – peccato che era una radiolina tascabile- e misero una bottiglia di vino fuori la porta per far credere che era un ubriacone- peccato che nel sangue non hanno trovato nessuna sostanza- LA FAMIGLIA VUOLE SAPERE PERCHè TANTO ACCANIMENTO PERSECUTORIO LO ESIGIAMO IN UNO sTATO DOVE LA LEGGE DOVREBBE ESSERE UGUALE PER TUTTI .
    http://www.youtube.com/watch?v=yYbHth6Cb04
    http://www.youtube.com/watch?v=6ZfRKVnHnLM
    http://riccardorasman.altervista.org/

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  3. Purtroppo sono vere!!! NON LO HA SOLO DETTO ALL'UDIENZA LO HA ANCHE SCRITTO accompagnando altre affermazioni al quanto agghiacianti ,disprezzando Riccardo in vari modi , se si è ammalato è a causa del nonnismo , aveva coraggio Riccardo a denunciare chi gli aveva fatto del male , il Tribunale di Padova archiviò , è meglio coprire questi fatti. Comunque lo STATO RICONOBBE nel 2003 invalidità militare dopo anni dal 1992, Riccardo amava la vita , gli siamo stati sempre vicini nei momenti anche critici perchè voleva guarire lo abbiamo accompagniato da professori specializzati anche a Pisa , a preganziol casa di cura Napoleon , quando era curato bene stava meglio , lavorava anche lavori pesanti. Ma i psichiatri di basaglia lo ricattavano gli dicevano che non doveva andare a curarsi fuori Trieste , purtroppo lo abbiamo capito dopo la morte di Riccardo che lo avevano sabotato come conferma la cartella clinica , e sono stati loro i primi a scrivere nella cartella clinica e dircelo a voce che in quell' estate volevano chiamare la polizia per portarlo via cosi' sara' finita una volta per sempre , noi ci siamo opposti perchè non cera motivo, anche se era aggitato , dopo qualche mese in ottobre il custode che lavora per il centro di cura di Domio - cooperativa basaglia - ha il compito di interessarsi degli incuilini che chiedono aiuto medico al centro di salute mentale 24 su 24 ore.avendo a disposizione un telefonino della ditta sanitaria.quella sera del 27 ott. chiamò la polizia appena Riccardo entrò in casa ,NEGLI STESSI MINUTI come lui stesso affermo' nel suo verbale ,non era ancora scoppiato nessun petardo ne il ferimento a sua figlia dimostrato che tale dichiarazione era falsa . ALLORA PERCHè ???? SI INVENTARONO LA MOTIVAZIONE PER INTERVENIRE??? PERCHè IL CUSTODE CHIAMò LA POLIZIA ??? l'avvocato di stato parlando in quel modo conferma che i psichiatri di Domio sono anche loro responsabili e che per qualcuno era un peso, vorremo sapere a chi dava fastidio RICCARDO ?? Era amato e curato dalla sua famiglia e seguito e non era assolutamente abbandonato a se stesso tanto che viveva con la famiglia e andava in quel monolocale dal marzo del 2005 raramente.Chi sa perchè sempre i psichiatri insisterono di dargli quel monolocale anche se non ne aveva diritto per 6 motivi, e la famiglia era contraria.

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