9 novembre 2012

L’omicidio del prof. Bottari. La pista alternativa

Quindici anni fa assassinarono Matteo Bottari, noto gastroenterologo e docente del Policlinico universitario di Messina. Un omicidio eccellente, il secondo terremoto nello Stretto, quello mafioso. Le indagini non hanno ancora rivelato il movente né il volto degli esecutori e dei mandanti. Ma il Comandante dei Vigili Urbani, Calogero Ferlisi, al tempo alla Capitaneria di porto di Messina, esprime un timore: “Quel giorno, forse, potevo essere io l’obiettivo dei killer”

da http://antoniomazzeoblog.blogspot.it/

Il prossimo 15 gennaio saranno trascorsi già quindici anni da quella maledetta sera in cui fu assassinato a Messina il professore Matteo Bottari, stimato gastroenterologo del policlinico universitario.





Tre lustri, un tempo immenso. Un delitto efferato che stordì una città permeata di silenzi, omertà, luoghi comuni. A partire da quello di essere esente da qualsivoglia condizionamento della criminalità organizzata. I silenzi, le omertà e i luoghi comuni persistono come allora. E al povero professore Bottari continua ad essere negata memoria e giustizia. Perché Messina ha metabolizzato il sangue e ha scelto di continuare a vivere sotto il dominio della borghesia mafiosa. E perché gli inquirenti è come se avessero gettato la spugna, sconfitti, dopo aver brancolato quindici anni nel buio senza riuscire ad individuare i moventi, i mandanti, neanche l’ombra dei prezzolati angeli della morte del professionista.



Poco dopo le 21 del 15 gennaio 1998, il professore Bottari si era messo alla guida della propria auto, un’Audi 100 di colore nero a trazione integrale. Giunto all’incrocio tra il viale Regina Elena e il torrente Annunziata, nella zona residenziale a nord della città, l’auto rallentò, forse per il rosso del semaforo, forse per lo squillo del cellulare. Bottari era tallonato da un pezzo ma non si accorse di nulla. Superato il semaforo, la sua Audi venne raggiunta e affiancata da una moto. Scattò l’agguato. Uno dei killer imbracciava una lupara caricata a pallettoni calibro 45, quelli usati per la caccia al cinghiale. Erano rivestiti di rame. Rinforzati, indeformabili, per non dare scampo alla vittima. Poggiata l’arma sul finestrino della fiancata destra, fu fatto esplodere il caricatore. I proiettili devastarono la testa del professionista, che si accasciò agonizzante sul volante. L’auto, invece, finì contro un marciapiede del lungo stradone della Panoramica. Continua a leggere

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