8 gennaio 2012

I Siciliani perché?

Siamo anche “giovani”, con le spalle posizionate davanti alla rete ma intenzionati a consumare le scarpe per raccontare questo Paese

Norma Ferrara
(Liberainformazione)

Ogni volta che frenava non riuscivi a tenere l’equilibrio. Così, ogni fermata era un livido. E guardando fuori dal finestrino, invece, erano solo sorrisi, cartelloni, musica, persone. Era l’aprile del 2006, eravamo quelli del “Ritaexpress” e viaggiavamo di notte, in mille, sullo stesso treno, attraversando l’Italia per cambiare la Sicilia. Tornavamo per votare Rita Borsellino alla presidenza della Regione Siciliana. Non eravamo organizzati da nessuno ma ci sostennero in tanti. A Perugia fu Libera, a Trento l’Arci, a Firenze i sindacati.

Non troverete articoli della stampa ufficiale che raccontino il momento in cui abbiamo rischiato di cambiare la Sicilia, i siciliani, il nostro futuro. Ma noi li abbiamo visti lì, l’ultima volta, una buona parte de “I Siciliani”. In quel viaggio senza precedenti, scanzonato e libero. Utopico quanto bastava per dire al potente di turno, che non c’erano intoccabili. Concreto quanto bastava per infastidire tutti gli altri Vicerè di Sicilia e infine solare perché la lotta di liberazione non è affare per musi lunghi ma per sorrisi larghi. Anche se si finisce per perdere, come accadde per noi in quella primavera anticipata. E li abbiamo incontrati ancora, in piazza a Bari, alcuni anni dopo “I Siciliani” (giovani) mentre agitavano bandiere colorate contro le mafie.Li abbiamo visti nei quartieri di Catania, lavorare ogni giorno a San Cristoforo come a Librino.

- Scarica, leggi e diffondi il pdf dei Siciliani giovani:

Ma li abbiamo sentiti parlare di mafia, anche a Milano, nelle strade che portano al tribunale dove si sta svolgendo il primo processo alla ‘ndrangheta in Lombardia. A Termini Imerese, dove accanto al comunicato degli operai, in questi giorni, c’è quello degli studenti siciliani e a Barcellona Pozzo Di Gotto a spalare il fango dentro la città. Nessuno si senta offeso, nessuno si senta escluso se continuiamo ad esserci, con rispetto e memoria. Ma siamo ciclici. Siamo anche “giovani”, con le spalle posizionate davanti alla rete ma intenzionati a consumare le scarpe per raccontare questo Paese. E abbiamo ancora qualcuno che continua a credere in questa storia: che è un movimento, un ricordo privato per molti, un patrimonio di storia per tanti altri. Buona lettura a voi “Siciliani” di ogni luogo e battaglia: da Milano a Berlino, da Catania a Parigi.

In Bolivia a causa della poca clientela chiude McDonalds

Boicottaggio in Bolivia: McDonald’s chiude i battenti. Un esempio da prendere in tutto il mondo per fermare l'egemonia capitalistica

Viene dal Sudamerica la notizia che fa tremare le gambe al colosso del fast food: in Bolivia, dopo 14 anni, McDonald's chiude. A causa della scarsissima affluenza che risentiva in questi ultimi tempi, anche gli otto ristoranti che erano aperti nelle grandi città di La Paz, Cochabamba e Santa Cruz hanno chiuso i battenti.

A nulla sono servite le massive campagne pubblicitarie contro il rifiuto da parte del popolo boliviano ad acquistare ancora prodotti alimentari nocivi per la salute e per la società. Tante sono le accuse rivolte alla famosa multinazionale, a partire dai problemi salutari causati dall'uso di grassi insaturi nelle fritture, per i quali la Corte Suprema della California ha condannato McDonald's a pagare una multa di 8.5 milioni di dollari. Un'inchiesta di Greenpeace, "Contrabbandare gli OGM di nascosto", ha rivelato anche l'utilizzo di Organismi Modificati Geneticamente (OGM) nei McNugget's, che farebbero risalire ai laboratori della famigerata Monsanto USA.

Sempre secondo Greenpeace, la catena è coinvolta nella distruzione delle foreste pluviali dell'Amazzonia, dove viene condotto illegalmente un mercato oligopolistico della soia, destinata agli allevamenti europei. "McDonald's sta distruggendo l'Amazzonia per vendere carne a basso prezzo" - dichiara Gavin Edwards, responsabile di Campagna Foreste: "Ogni volta che qualcuno mangia un Chicken McNugget potrebbe mordere un pezzetto di Amazzonia.

Supermercati e giganti della ristorazione, come Mc Donald's, devono assicurarsi che i rispettivi prodotti non siano coinvolti nella distruzione della foresta amazzonica e nelle violazioni dei diritti umani". Ed è anche di violazione dei diritti umani che deve rispondere McDonald's in Vietnam, dove alla "Keyhinge Toys" di Da Nang City si lavora 9 o 10 ore al giorno dal lunedì alla domenica per fabbricare i giocattoli che vengono distribuiti negli "Happy Meals".

Nella denuncia del National Labour Committee, associazione americana per i diritti dei lavoratori, si parla di paga sotto il minimo salariale, condizioni di lavoro pietose e 220 operaie rimaste intossicate dall'acetone. Questa sostanza, utilizzata nel reparto verniciatura, può alterare il ciclo mestruale delle donne, causare nausea e portare anche alla morte. Migliori ma comunque preoccupanti sono anche le condizioni di lavoro di tanti commessi e commesse che si trovano chiusi in ristoranti di tutto il mondo a lavorare in orari inacettabili e contratti di lavoro a breve termine.

Infine, last but not least, McDonald's è il classico esempio dell'imperialismo economico che porta alla distruzione delle attività locali, monopolizza le regole di mercato e origina colossi economici capaci di influire sulle sfere politiche delle comunità locali (come nel caso della Coca Cola in Colombia). Ed è proprio il senso di riappropriazione che ha spinto la popolazione boliviana a rinunciare ai sandwich infarciti di clandestinità preferendo “las empanadas”, pane locale di farina o mais con ripieno dentro.

Nel video-documentario "Perchè McDonald's ha fallito in Bolivia" sociologi, cuochi e nutrizionisti concordano sul fatto che il rifiuto boliviano non è causato dal gusto del cibo, ma da problematiche sollevate in merito al contesto globale. Una risposta dunque chiara e netta contro le logiche del "fast food" e del McColonialismo, e forse una risposta da prendere subito come esempio quando "fast" è soltanto la velocità con cui questo Mondo sta andando verso il baratro.

L'autunno del patriarca

Cronache dall’impero di Mario Ciancio Sanfilippo a pochi mesi dal suo ottantesimo compleanno. L’uomo forte di Catania tra inchieste per mafia, problemi economici, multe della Finanza e ispezioni dell’Enpals

da http://www.articolo21.org/index.php

A maggio festeggerà i suoi ottanta anni e Catania si appresta a ossequiarlo come si addice all’unico vero padrone della città. Ma per il potente editore Mario Ciancio (nella foto) potrebbe essere un compleanno amaro, visti i tanti guai che gli stanno piovendo addosso. Innanzitutto l’inchiesta nella quale è indagato per concorso esterno in associazione mafiosa. Il sostituto Antonio Fanara ha ormai completato l’indagine preliminare e presto deciderà, assieme al nuovo procuratore Giovanni Salvi, se chiedere o meno il rinvio a giudizio dell’uomo forte di Catania. In ogni caso con la chiusura dell’indagine ci sarà una discovery completa sugli atti, comprese le dichiarazioni dei pentiti sui presunti rapporti inconfessabili di Ciancio. Diventeranno così pubblici verbali, forse penalmente non rilevanti, ma sicuramente molto imbarazzanti. L'essere iscritto nel registro degli indagati per concorso esterno in associazione mafiosa di fatto ha messo in grossa difficoltà il potente editore. Qualcuno ha preso elegantemente le distanze, ma non a Catania dove il tycoon siciliano resta un punto fermo di relazioni e soprattutto affari.

In ogni caso non sembra essere l'indagine per mafia a impensierire di più Ciancio. Nella sua lunga carriera non si è mai preoccupato dell’immagine, quanto piuttosto del suo portafoglio. E su questo fronte sembra andargli tutto storto. A cominciare dagli investimenti in borsa, che sono forse la sua occupazione principale e per i quali deve ormai conteggiare pesantissime minusvalenze. C’è poi il suo punto centrale del suo sistema di potere: il quotidiano “La Sicilia”, che continua ad accumulare perdite su perdite tanto che, a più riprese, si parla dell’intenzione di vendere. Se non lo fa forse è solo perché sul mercato non c’è nessuno disposto a sborsare quanto chiede.
Per risparmiare Ciancio ormai non sa più cosa inventarsi. Vorrebbe dichiarare lo stato di crisi ma al momento non può farlo. Nell'attesa manda via giornalisti con esodi incentivati, ma lascia a lavorare i suoi fidi, anche se pensionati; taglia i costi su lavoro domenicale e compensi dei collaboratori.

Navigano in acque insidiose anche le televisioni che a Catania, con l’ultimo acquisto di Telejonica, sono praticamente tutte le nelle sue mani. Nonostante la condizione di assoluto monopolio, garantita anche dalle partecipazioni strategiche negli altri principali gruppi editoriali siciliani, giornale e Tv vedono pesantemente calare gli investimenti pubblicitari.
I guai più grossi però arrivano dalla perdita della sua assoluta condizione di "intoccabile". Nessuno fino a poco tempo fa poteva neppure pensare di andare a ficcare il naso delle sue faccende. Una condizione che adesso si è profondamente incrinata. Non è solo la magistratura ha metterlo sotto strettissima osservazione. Ciancio è stato pesantemente bastonato dalla Guardia di Finanza che per mesi si è insediata nel suo palazzo sigillando due stanze e passando al setaccio bilanci e libri contabili. Sono state ravvisate e sanzionate irregolarità sulla vendita di frequenze tv per il mercato del digitale, ma i guai arrivano persino dall’Enpals, l’ente di previdenza dei lavoratori dello spettacolo, che si è interessato di Cianciopoli redigendo un verbale ispettivo di fuoco sulle condizioni di lavoro nell’emittente Telecolor. Gli ispettori hanno accertato che una ventina collaboratori in realtà fossero dei dipendenti camuffati. L’azienda, dopo averli sfruttati per anni, ora si appresta a metterli alla porta. Un espediente che non la salverà da pesanti sanzioni per i contributi evasi.
Indagini, controlli, verifiche e ispezioni che solo qualche anno fa sarebbero stati considerati azioni di lesa maestà ma che oggi avvengono con una frequenza che indica che qualcosa sta cambiando e alla vigilia del suo ottantesimo compleanno Mario Ciancio comincia a pensare che i conti, e non solo quelli economici, potrebbero non tornare più.

Mutui facili a boss e malavitosi le banche nel mirino dei giudici

I documenti processuali raccontano di leggerezze, negligenze e funzionari corrotti
per favorire i clan. In tempi in cui ottenere un prestito in filiale diventa un'impresa

di DAVIDE CARLUCCI e SANDRO DE RICCARDIS
da http://milano.repubblica.it/

Ma chi l'ha detto che ottenere un prestito da una banca è così difficile? I casi che dimostrano il contrario abbondano, a Milano. Solo che non riguardano imprenditori in difficoltà, precari in cerca di casa, giovani coppie o pensionati: baciati dalla generosità degli istituti di credito sono stati spesso, negli ultimi anni, personaggi dalla fedina penale sporca, soggetti senza busta paga, addirittura criminali conclamati. «Se ne fottono che il tuo 740 vale zero... se finisce che ti vogliono erogare per quel bar...», si compiace il boss Giulio Lampada, il re delle slot machine arrestato a dicembre in un blitz anti‘ndrangheta della Direzione distrettuale antimafia, mentre parla con il politico calabrese Alberto Sarra. Le banche con lui sono state prodighe: la sola Unicredit gli ha concesso trecentomila euro. Ma non è l’unico caso di elargizione facile di denaro a uomini dalla dubbia affidabilità per incrementare i propri affari.

«Il collegio ritiene che la banca non abbia assolto al proprio onere probatorio», scrivono i giudici della sezione Misure patrimoniali del tribunale a proposito di una filiale della Banca popolare di Novara che prestava soldi alla moglie di Francesco Bonanno, membro di una banda specializzata proprio in rapine a banche e furgoni portavalori, 13 anni di carcere per droga e altri reati: 342.600 euro per un immobile comprato a 330mila. Un particolare che «stupisce» i magistrati, anche perché «tutta la documentazione inerente al mutuo non è
stata rinvenuta» e non è stato considerato «un warning sul valore commerciale dell’immobile da acquistare». Per questo — come per altri nove istituti nel mirino dei carabinieri della sezione Misure patrimoniali — il tribunale ha accertato il “difetto di buona fede”, cancellando le ipoteche sugli immobili.

La stretta creditizia che soffoca le famiglie, per cui le erogazioni sono crollate del 33 per cento? Le somme finanziate sempre più ridotte? I requisiti sempre più ferrei? Di tutto ciò non c’è traccia negli atti giudiziari. Quando nel settembre 2009 Luigi Giametta — uomo dei Batti, famiglia campana che vent’anni fa fu decimata dai Coco Trovato tra Quarto Oggiaro e Novate, in carcere fino al 2027 con un’accusa anche di omicidio — ha avuto bisogno di un mutuo da 120mila euro per un casolare nel biellese, per il Monte dei Paschi di Siena non ci sono stati problemi. Giametta mette in piedi una speculazione facendo sopravvalutare l’immobile. Una «condotta truffaldina resa possibile anche grazie alla negligenza del direttore della filiale».

Un caso isolato? No, un sistema. Nel quale spuntano spesso funzionari di banca amici — come nel caso della Bnl che s’inventa «le cose più furbe» per finanziare il clan Valle riunito nella masseria bunker di Cisliano — o addirittura corrotti. L’ipotesi delle tangenti spunta nella vicenda di Stefano Raccagni, imprenditore bresciano latitante in Thailandia cui si deve l’ecomostro di via Malipiero, residenza universitaria finanziata dalla Regione, abbandonata dopo il suo crac. Soggetto dal ricco curriculum criminale, vicino ad ambienti della ‘ndrangheta e a capo di un’organizzazione che trafficava permessi di soggiorno, Raccagni nonostante la sua «indubbia pericolosità sociale», avvia «iniziative economiche di considerevole consistenza senza disporre di alcun capitale d’investimento». I giudici si chiedono come Raccagni sia riuscito ad avere questo «esteso e anomalo accesso al credito». E parlano di mazzette. In un’intercettazione, Raccagni dice, a proposito di due funzionari di banca: «Sono dentro tutti... sono dentro l’associazione... prendevano mance».

Al soldo dell’imprenditore sarebbero — le indagini sono in corso — un manager di Deutsche bank mutui e una funzionaria Unicredit coinvolta e poi assolta nel processo sui clan dell’Ortomercato. Già in quell’occasione, scrive il pm Laura Barbaini che ha impugnato l’assoluzione, era stata la stessa funzionaria ad ammettere che i prestiti servivano a finanziare in modo «mascherato» un night club. E tra i beneficiari dei ricchi affidamenti c’era l’amministratore di una cooperativa che risultava “disoccupato”. Raccagni riusciva a ottenere denaro per operazioni immobiliari impossibili perché vietate dalle norme urbanistiche, e poi li dirottava su conti correnti a San Marino, concedendosi anche «svaghi lussuosi». Il metodo usato nei suoi confronti dalla bancaria sospettata di corruzione, già collaudato per l’Ortomercato, è quello di spezzettare in varie società il gruppo imprenditoriale da finanziare in modo che «non diventassero di competenza di figure gerarchicamente superiori alla funzionaria», che poteva gestire affidamenti non superiori a un milione di euro.

Oggi te lo scordi un mutuo se la rata supera un terzo del reddito mensile. Fortunata la moglie di Cristian D’Aluiso — accusato di rapine violente e spettacolari, come i due colpi alla Galleria Strasburgo tra 2009 e 2010 — che in tre anni, scrivono i giudici, «ha acquistato beni di valore quintuplo rispetto ai redditi dichiarati in un decennio» ottenendo da Intesa San Paolo un mutuo da 230mila euro. Il rigore delle banche, meticolose quando c’è da fare l’analisi del sangue ai loro clienti, si scioglie di fronte al sorvegliato speciale calabrese Domenico Punturiero, dichiarato fallito nel 1987, condannato per assegni a vuoto e ricettazione: la Bcc di Caravaggio gli concede 250mila euro senza accertamenti. Neppure sulla moglie, che non ha mai lavorato. Le mafie la crisi non la sentono. «Sai che facevo l’altro giorno quattro conti della serva... Alla famiglia Lampada, per ora, stiamo dando un milione ottocento e rotti... Sono tre miliardi e sei di lire!!!», dice il direttore di una filiale del Credito Bergamasco a Lampada. «E cosa sono? — risponde il boss — E sono soldi oggi tre miliardi e sei di lire?».