26 marzo 2012

La Tana, un blog in olandese sulle mafie «Affari sporchi e latitanti stanno anche qui»

Dal 2007 nel suo blog dal nome italiano la giornalista freelance Cecile Landman racconta da Amsterdam le storie sulla criminalità organizzata nostrana ai suoi connazionali. Un interesse nato negli anni Novanta, insieme all’amore per l’Italia e, in particolare, per Catania. A CTzen spiega il perché di questa scelta e del legame tra due mondi apparentemente così lontani

di Agata Pasqualino
da http://ctzen.it/

«Ho aperto il blog nel 2007 perché amici in Olanda me lo chiedevano, e serviva e serve ancora per raccontare le storie sull’Italia che, per un motivo o un altro, non vendo ai media». Così la giornalista freelance Cecile Landman spiega com’è nata La Tana in cui racconta da Amsterdam la mafia italiana agli olandesi. Storie solo apparentemente lontane dal suo Paese, contrariamente a quanto normalmente si crede.

Negli anni Novanta Cecile è stata corrispondente in Italia per il quotidiano nazionale olandese Trouw, ma della nostra terra si è innamorata molti anni prima, quando l’ha conosciuta «a causa di passati amori romani». Era la metà degli anni Ottanta. «L’ultima bomba della strategia della tensione a Bologna era ancora fresca nella memoria di tutti – racconta – Ovunque si incontravano blocchi stradali di carabinieri e polizia e in quel periodo ho iniziato ad imparare nomi e abbreviazioni: Craxi, Andreotti, Forlani, P2, Cosa Nostra, ‘ndrangheta, Opus Dei». Per strada e grazie alla televisione ha imparato anche la nostra lingua. «Mi ricordo un programma con una presentatrice finta bionda – dice, cercando senza successo di ricordare il nome di Raffaella Carrà – e Roberto Benigni come ospite che accusava loud and clear Silvio Berlusconi di essersi arricchito con la vendita di libretti porno-hard».

Rimane talmente affascinata dall’Italia che due amiche argentine cominciano a chiamarla la tana, l’italiana. «Molti anni dopo – rivela – ho scoperto che tana libera tutti è anche il nome del gioco del nascondino. Mi piaceva per diversi motivi, così ho deciso di usarlo per i mio blog». Il terzo della sua carriera. Ha iniziato nel 2004 con streamtime.org, nato come progetto di radio via web dall’Iraq, dove era appena cominciata l’ennesima guerra, e presto trasformato in un network di blogger per raccontarne le atrocità. «Con loro ho chattato tantissimi giorni e notti, mentre entravano e uscivano dalle connessioni Web a causa di blackout elettrici, di pallottole, bombe che esplodevano e altri orrori». Anche streamtime.org non era sempre online per via degli attacchi digitali contro il sito. E cosi, parallelamente, ha aperto Xer-files. «In primis per l’incazzatura suscitata dai sabotaggi – dice – e ovviamente per poter essere sempre online».

In Sicilia arriva per la prima volta nel 1992. Ricorda il viaggio con i suoi amici del gruppo One Love di Roma che facevano un concerto a Catania, il bagno ad Acitrezza e quando al ritorno dal mare, nel bar dove volevano comprare un gelato, è scoppiato il panico. «Alla radio – spiega – trasmettevano la notizia della bomba a Palermo e della morte di Paolo Borsellino». Un ricordo ancora fresco nella memoria, nonostante i tanti anni passati.

Ma è stata un’altra vicenda a rafforzare il suo interesse per le storie della nostra terra. Quella di Agata Azzolina con cui nel ‘97 è stata messa in contatto dai giornalisti della redazione dei Siciliani, ai quali è ancora legata da rapporti di amicizia. Il marito e il figlio di Agata erano stati ammazzati nell’autunno del 1996 nel loro negozio, sotto la loro casa a Niscemi. «Solo sei mesi dopo da Niscemi passava la carovana antimafia, ma i loro nomi non venivano letti tra quelli delle vittime di mafia e lei godeva solo di poca protezione – ricorda Cecile – Mi raccontava che era andata alla polizia per denunciare la rottura delle finestre del negozio, sempre sotto casa sua. La risposta era stata: “Ma signora, stanotte ha fatto molto freddo. Chissà si saranno rotte per il gelo”. Ovviamente poteva significare solo una cosa. La polizia stava dall’altra parte. Io che vengo dall’Olanda di certo so che le finestre non si rompono col freddo».

Ricorda la telefonata fatta subito dopo al giornalista di Repubblica Attilio Bolzoni per chiedergli di intervistare Agata e far uscire la notizia anche in Italia e dell’altra telefonata il giorno dopo per dirgli che era troppo tardi perché la donna si era impiccata. «A quel punto Attilio mi ha mandato alla redazione di Repubblica a Roma, e il giorno dopo la storia di Agata era in prima pagina. Un delirio», racconta. La invitò, insieme alla figlia della vittima, anche Michele Santoro che allora lavorava a Mediaset. «Il titolo scelto dalla redazione di Moby Dick era: I morti del Sud e la storia di Agata veniva affiancata a quella di un uomo che si era dato fuoco per mancanza di lavoro – dice Cecile – Non ero mica felice e credo di aver avuto una faccia parecchio incazzata durante tutta la trasmissione». Una rabbia che riemerge anche se lo racconta ridendo. Questa vicenda le ha «fatto capire tantissimo della morsa delle mafie sulla popolazione italiana – afferma – e che è difficilissimo formare una vera resistenza contro questi poteri occulti». Per farlo bisogna anche raccontarli ed è proprio in questo modo che lei dà il suo contributo.

Ma come mai parla di mafia agli olandesi? Non è per loro una realtà lontana come spesso pensiamo noi italiani? «Dalle indagini della magistratura italiana sappiamo che l’Olanda è un punto di riferimento per le organizzazioni criminali – spiega – I killer di Duisburg della ‘ndrangheta sono stati arrestati ad Amsterdam. E succede quasi regolarmente che mafiosi italiani vengano arrestati in Olanda». Le sue inchieste hanno spesso al centro questi legami tra i due Paesi, come quella sull’olandese Theodor Cranendonk, oscuro personaggio connesso ai rifiuti sulle navi a perdere nelle acque calabresi, come la Jolly Rosso. «Durante l’inchiesta – dice – ho scoperto che nel 1990 aveva venduto 30 bazooka alla ‘ndrangheta. Condannato nel 1998 a Milano, era scappato nel 1999. L’ho ritrovato io. Abitava in uno dei piani alti di una torre nel centro di Rotterdam. Adesso è di nuovo a piede libero e lo Stato olandese non sembra preoccuparsene». Con un’altra recente inchiesta Cecile ha contribuito all’arresto di Francesco Santolla, killer della Sacra Corona Unita. «Nonostante la condanna in appello all’ergastolo in Puglia – dichiara la giornalista – l’Olanda gli ha dato il sussidio di disoccupazione, ignorando la richiesta di estradizione e il mandato internazionale di arresto. Insomma – conclude – è difficile capire quali siano gli interessi dello Stato olandese».

A Cecile piace raccontare, parlare e lo fa sempre con ironia. Dice che tornerà certamente a visitare Catania. «È una città che amo. Il caos, l’Etna. Ci sono stata spesso e ho molti buonissimi amici catanesi», afferma. E ci sono luoghi ancora vivi nella sua memoria, come il negozietto che vende presepi tutto l’anno, anche di notte e la vecchia redazione dei Siciliani. «La prima volta che ci sono andata – riaffiorano i ricordi – venivo da un campeggio vicino a Pachino. Faceva un caldo mostruoso. Dentro la redazione fu subito un gran caos di voci e scherzi. Ma dopo un po’ di tempo ho capito come trattarli». E ride.

Quella guerra dei Servizi all’ombra delle stragi

Molteplici figure anche istituzionali hanno giocato partite complesse e spregiudicate. Oggi in Antimafia i Pm nisseni: le indagini ad un bivio

di Nicola Biondo
da unità

L’ultima volta era il luglio del 2010. “Lo Stato deve farsi carico di tutta la verità sulle stragi”. Così dissero i magistrati nisseni, titolari delle inchieste sugli eccidi del ’92 di fronte alla Commissione Antimafia. A quasi due anni di distanza, il Procuratore Sergio Lari, l’aggiunto Nico Gozzo e i sostituti Marino, Bertone e Luciani oggi si ritroveranno di fronte all’organismo presieduto da Beppe Pisanu: con molte più certezze – l’esistenza accertata di una trattativa Stato-Mafia e la genuinità del racconto di Gaspare Spatuzza sull’epopea delle stragi ’92-’93 – ma anche con un bivio davanti. Come proseguire le indagini, come incastrarle in quei percorsi paralleli che i colleghi palermitani e fiorentini portano avanti, come parare i colpi di quella parte della politica e di settori dello Stato, magistratura compresa, che non vuole anzi teme le nuove indagini.

“Molteplici figure anche istituzionali hanno giocato partite complesse e spregiudicate” – sostengono i magistrati – che hanno raggiunto una certezza: sui luoghi delle stragi di Capaci e Via D’Amelio ma anche su quella fallita contro Giovanni Falcone all’Addaura nell’estate del 1989 si è giocata una partita senza esclusione di colpi: l’obiettivo non era solo uccidere i magistrati ma incolpare qualcuno di averci messo lo zampino. Una costante, un gioco di specchi zeppo di 007 e sbirri chiacchierati. “Lo schema” – come lo definisce un investigatore – appare per la prima volta all’Addaura, presso la villa al mare di Falcone dove il 21 giugno 1989 viene lasciata una borsa piena di esplosivo. Che però non esplode. A distruggere l’innesco vanificando le indagini è un artificiere dei Carabinieri, che aggiunge di aver visto all’Addaura il questore Ignazio D’Antone. Un falso clamoroso, un depistaggio inspiegabile che costa a Tumino una condanna per calunnia. D’Antone nel 2004 viene però condannato per concorso esterno: ha favorito la latitanza di due boss.

La strage mancata – dietro cui Falcone vide “menti raffinatissime” e su cui si allunga per la prima volta il nome di Bruno Contrada, numero tre del Sisde legato a D’Antone – è la scatola nera che secondo i magistrati decritta “quelle partite complesse giocate da figure istituzionali”. La prima è quella giocata dal Corvo, l’anonimo estensore di report che accusavano Gianni De Gennaro –oggi numero uno dei Servizi – e Giovanni Falcone di utilizzare il pentito Totuccio Contorno nella “caccia” ai boss corleonesi. Scritti “istituzionali” veicolati alla stampa tramite l’Alto Commissariato antimafia, un ufficio sciolto nel 1992, zeppo di 007 e ufficiali dei Carabinieri molto chiacchierati. E all’Addaura secondo alcuni sono presenti due agenti: Nino Agostino e Emanuele Piazza, un poliziotto e un agente del Sisde, uccisi tra l’89 e il ’90. Una verità in bilico: le indagini recenti e i test del DNA lo escludono. Di certo c’è che a quelle due morti si interessa Arnaldo La Barbera, il dominus delle indagini su Via d’Amelio, oggi polverizzate dalla versione di Spatuzza e sulle quali c’è il sospetto di un clamoroso depistaggio, tant’è che la sua squadra è finita sul registrato degli indagati a Caltanissetta. Forse non l’unico compiuto da La Barbera: è lui infatti che per Agostino e Piazza “tara” le indagini su un’inesistente pista passionale, utilizzando due poliziotti border-line. Uno oggi indagato nell’inchiesta sul delitto Agostino legato a Contrada e l’altro, Vincenzo Di Blasi, condannato nel 2006 per aver favorito il clan Graviano.

Fu Di Blasi a introdurre Piazza al Sisde, attraverso l’allora prefetto Luigi De Sena che alla Procura di Caltanissetta ha raccontato del suo stretto rapporto con La Barbera, entrato nei servizi grazie a lui, e dei contatti con Piazza. Si arriva così a Capaci dove il 23 maggio 1992 da una mano scivola – dolosamente o meno – un biglietto con sopra il nome di Lorenzo Narracci, capocentro Sisde a Palermo uomo di Contrada. Un caso forse: eppure 57 giorni dopo a via D’Amelio è di nuovo Contrada a far capolino. Secondo due carabinieri del Ros, che in quel periodo trattava con Vito Ciancimino, Contrada era lì. Le prove però lo escludono. E, pur condannato definitivamente per collusione con la mafia, lo 007 esce dall’inchiesta. Mentre Narracci, sulla base della testimonianza di Massimo Ciancimino, è tutt’ora indagato per concorso in strage. Di sicuro, come ha rivelato l’Unità il 15 marzo scorso, non era Contrada l’uomo che ad un poliziotto appena arrivato in Via D’Amelio si qualificò come “Servizi”.
Una guerra tra apparati – Polizia, Sisde, Carabinieri, quelli visibili - si sarebbe svolta sui luoghi delle stragi, sul sangue di Falcone e Borsellino, alla ricerca di nuovi equilibri, nella mafia come nello Stato. Ma l’interrogativo è se e come questa guerra abbia agito sulla trattativa Stato-mafia su cui indagano anche le procure di Palermo e Firenze. Di certo c’è una coincidenza che fa riflettere: dopo gli eccidi di Falcone e Borsellino, dopo le stragi di Firenze, Roma e Milano nel 1993, Cosa nostra prova a uccidere ancora, nonostante la trattativa sia stata chiusa, secondo Gaspare Spatuzza, con Marcello Dell’Utri. Il primo obiettivo è un bus dei Carabinieri allo Stadio Olimpico nel gennaio 1994, poche settimane dopo tocca al pentito Contorno. Due attentati falliti per due target simbolici: i carabinieri che avevano trattato con Ciancimino e arrestato Riina e il pentito che secondo il Corvo di Palermo venne utilizzato da Falcone e De Gennaro in una guerra privata contro i boss corleonesi.

Una scia di sangue e segreti che come un faro lascia in penombra i covi dei boss siciliani e si avventura in ben altre dimore. Per questo, alla vigilia dell’audizione di oggi alla Commissione Antimafia, riecheggia ancora quell’auspicio fatto dai magistrati nisseni quasi due anni fa ai parlamentari: “Lo Stato deve farsi carico di tutta la verità”.