28 aprile 2013

Il disastro di un territorio: storia dell’inceneritore dalle “uova d’oro” di Colleferro

Colleferro, provincia di Roma, comune di circa 25.000 abitanti a 50 km dalla capitale; nato nel 1912 come polo industriale specializzato nella produzione di esplosivi, cemento e prodotti chimici, acquista oggi il triste primato di una delle città più inquinate d’Italia al pari di realtà molto più estese come Taranto




da Mirco Calvano
da http://blog.ilserale.it/

La costruzione del termovalorizzatore è solo l’ultimo colpo inferto a una città che da decenni lotta contro lo sfruttamento del territorio logorato dai veleni; ma se da una parte il sito di smaltimento non fa che aumentare l’inquinamento già a livelli critici, dall’altra parte porta benefici e agevolazioni alle tasche dei cittadini.

I DATI - Il bilancio del comune conferma che la presenza del termovalorizzatore porta nelle casse del comune una cospicua somma di denaro, i dati consultabili liberamente sul sito del comune mostrano: Per l’esercizio 2012, l’entrata derivante dai termovalorizzatore è pari a € 470.000,00; Il beneficio per la localizzazione della discarica, di cui alla convenzione Agensel, è stato valutato in €. 4.700.000,00. Poco più di 5 milioni di euro e qualche agevolazione fiscale per i residenti del comune, tanto vale la salute degli abitanti di Colleferro e dei paesi vicini.

FEBBRAIO 1999 – La storia del termovalorizzatore comincia nel febbraio 1999 quando la Usl RM/G, “visto il livello troppo elevato di inquinamento atmosferico nella zona di Colleferro Scalo a causa delle emissioni inquinanti provenienti dalle industrie situate in quell’area”, proibì la costruzione del complesso. L’allora amministrazione comunale sotto la “guida” del sindaco Silvano Moffa non prestò attenzione agli allarmismi della Usl e procedette alla realizzazione del termovalorizzatore contro il volere dei residenti dell’area prescelta per la realizzazione della struttura. TERMOVALORIZZATORE, OVVERO? - Una precisazione: il termine “termovalorizzatore” descrive erroneamente il funzionamento degli impianti di smaltimento che bruciando i rifiuti ne riduce il peso e il volume creando però cenere, fumi e polveri tossiche altamente inquinanti. Il vero nome di questi impianti, secondo la normativa Europea, è “Inceneritori di rifiuti con recupero energetico”; in realtà il recupero del potenziale calorico dei rifiuti è minimo, appena il 19% , senza mettere in conto i problemi legati allo smaltimento delle ceneri, al filtraggio delle polveri e alla depurazione dell’acqua; proprio per questo motivo le direttive dell’Oms (Organizzazione Mondiale della Sanità) e dell’Unione Europea sono più orientate per il recupero e il riciclaggio dei materiali piuttosto che verso il processo di incenerimento.

MARZO 2009 - Dieci anni dopo la realizzazione dell’impianto, un ex dipendente consegna ai Carabinieri un campione estratto da una vasca per il trattamento dei rifiuti; il campione presenta picchi anomali di acido cloridrico e biossido di zolfo; le forze dell’ordine avviano immediatamente le indagini. Il resoconto dei Carabinieri è subito allarmante: l’inceneritore ha bruciato in un decennio tonnellate di materiali altamente inquinanti provenienti da diverse parti d’Italia; le intercettazioni telefoniche tra i dirigenti dell’impianto di Colleferro e i responsabili di altri impianti di gestione dei rifiuti, rivelano la piena consapevolezza della pericolosità dei materiali bruciati e dei rischi a cui hanno sottoposto la popolazione; gli operai che hanno denunciato l’accaduto hanno perso il posto o sono stati riassegnati ad altri siti di smaltimento rifiuti.

LE ACCUSE - In totale 27 persone finiscono sul banco degli imputati con l’accusa di associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di rifiuti, truffa aggravata ai danni dello stato, accesso abusivo a sistemi informatici, violazione dei valori limite delle emissioni in atmosfera, prescrizione delle autorizzazioni e favoreggiamento personale.

EMERGENZA AMBIENTALE - La città di Colleferro, che già nel 2005 dichiarò lo stato di emergenza ambientale, si ritrova ora costretta a pagare un prezzo altissimo per l’indifferenza delle autorità e dei dirigenti delle fabbriche: dalle analisi del sangue effettuate sui residenti della zona risultano forti concentrazioni di diossine e metalli pesanti come cadmio, mercurio e piombo; aumenti rilevanti della mortalità per tutti i tumori; eccesso di mortalità per malattie ischemiche (uomini), diabete e tumori al fegato (donne); decessi per problemi respiratori; malattie cardiovascolari; un aumento significativo dei ricoveri per malattie del sistema nervoso periferico ed un aumento delle patologie per le donne come turbe mestruali, diagnosi di sterilità e aumento dei disturbi negli organi genitali femminili; malformazioni fetali. Senza parlare della contaminazione ambientale e i danni che le sostanze inquinanti hanno causato alla fauna locale, portando negli anni passati all’abbattimento di molti capi di bestiame e all’interdizione di molti spazi per il pascolo o l’agricoltura. La gestione criminale del territorio ha reso impossibile vivere una vita sana negli immediati dintorni della città; anni e anni di speculazioni del territorio e di indifferenza hanno modificato profondamente l’ecosistema, stravolgendo per sempre l’equilibrio naturale delle cose.

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