23 agosto 2013

Che audience tv ha la guerra in Egitto?

Faccio il giornalista da più tempo di quanto mi piaccia ricordare, e qualcosa di guerre conosco. Le guerre sono macchine per bugie e i loro narratori diventano i necessari trombettieri

di Ennio Remondino
19 ago 2013

Salvo qualche eccezione che non muta la regola. Ho conosciuto guerre piccole, medie e di taglia extralarge. Guerre che non sono chiamate guerre e operazioni di pace che non c’entrano nulla con la pace. Qualche matto con tempo da perdere, ha tirato fuori dai serissimi compendi storici dell’università di Cambridge il numero delle guerre sul pianeta all'anno 2000: sarebbero 27.500 guerre da quando l’uomo ha cominciato a raccontarsi con la scrittura, 350 milioni di morti, 5 guerre e mezza e 65.000 morti l’anno. Poi, negli ultimi 100 anni, si va a crescere. Cento milioni di morti per fare cifra tonda.


Numeri incerti e improbabili, che danno comunque la dimensione del fenomeno. Guerre con cantori e cronisti a svelate (poche volte) a coprirne (sovente) gli imbarazzi. Dalla guerra raccontata in esaltante e poetica bugia da Omero, sino alle guerre dell'attualità trasmesse in telecronaca diretta. Siamo dunque alla televisione, strumento primario oggi di ogni racconto, bello o brutto che sia. Guerre, bugie, cantori e imbarazzi. Quattro parole a sintetizzare la scoperta di una vita professionale.

Cui manca la terza di parola decisiva per gli spazi e l'accuratezza del suo racconto: quale audience, quale attenzione e tifoseria di ascolti produce quel singolo macello? Non credete a tanti cinismo? Tornate con la memoria alle ultime guerre e osservate se, il giorno dopo del clamore combattente, un solo Tg o Gr o quotidiano ha dato spazio al dopo Libia, al dopo Iraq, forse mai al dopo Afghanistan? Il guaio è che se mostri il dopo, scopri le balle raccontate prima. La guerra, nei tempi televisivi, è ormai una semplice categoria di notizia a cui dare o negare spazio.

Da qualche parte c’è sempre, ma le notizie dal fronte sono rare e in genere riguardano la guerra più vicina per geografia o interesse politico e polemica interna. Praticamente il seguito del pastone politico quotidiano. Guerra parlata di solito, quando episodi particolarmente crudeli obbligano all’esecrazione morale di circostanza, senza troppo insistere sui fatti. Di guerra combattuta se ne vede poca, forse per non turbare le nostre sensibili coscienze o, più probabile, per non disturbare il manovratore. Le immagini a volte sono in grado di smentire i racconti di comodo. La guerra come seguito della politica, diceva Clausewitz, e la politica a interferire sull’informazione anche di guerra. E molto giornalismo fa occultamente politica militante. Le parole in guerra si muovono veloci come proiettili e con la stessa rapidità cambiano forma. Teoria personale che offro alla vostra attenzione, prendendo spunto dallo scrittore Andrea Camilleri del commissario Montalbano. Le parole in guerra, ho scoperto, prendono la forma dell’acqua.

Che forma ha l’acqua? Quella del contenitore in cui la versi. Per la guerra patriottica occorrono parole di forte sentimento nazionale. Per la guerra umanitaria, parole solidali e missionarie. Nella guerra “per la democrazia” volano parole d’alta idealità politica. Parole con la forma dell’acqua. Quando le bombe delle mie guerre volavano su Baghdad, su Kabul, su Tiro o su Belgrado, quegli ordigni, raccontati prima dagli studi televisivi di Roma, erano il prodotto di una sorta di gioco diplomatico un po’ violento, da descrivere con parole politicamente prudenti. Avvicinandosi al bersaglio quelle stesse bombe, in volo, già cambiano natura. Il “conflitto” del dire patinato del mezzobusto da studio, diventa “guerra” nel racconto concitato dell’inviato sul campo di battaglia.

Ho sempre avuto il sospetto che bombe e missili siano come noi giornalisti: partono sempre intelligenti ma, avvicinandosi al bersaglio e alla notizia diventano spesso irrimediabilmente cretini. Anche molti strateghi da alto comando e da studio televisivo, politici di retrovia e narratori richiamati dalla riserva, visti da lontano possono sembrare intelligenti. Se stai dentro la guerra e li ascolti, ti accorgi subito di quanto, in realtà, sparino parole a vuoto senza neanche prendere la mira. Anche perché attorno alla parola guerra ruota il più micidiale equivoco dell’umanità. Che cos’è una guerra? Tutti credono di saperlo, ma sarà poi vero? Io sono convinto che pochi sappiano. Quand’è che lo scontro tra gruppi armati ha diritto al titolo di guerra? Il vocabolario non aiuta. «Guerra: scontro armato fra eserciti di due o più Stati».

Dunque soltanto gli Stati possono fare le guerre. Fosse per Devoto Oli o Zingarelli, l’ultima guerra vera sarebbe la seconda mondiale. Dal 1945 in poi nessuno Stato ha mai dichiarato guerra a un altro Stato. Guerre-non-guerre che hanno prodotto decine di milioni di morti. Quindi, quella del Vietnam non è stata ufficialmente una guerra. Come non è stata guerra l’intervento Usa contro l’Iraq che aveva invaso il Kuwait, o i bombardamenti della Nato sulla Jugoslavia nel 1999, o l’intervento americano del 2001-2002 in Afghanistan, e quello anglo-americano nuovamente in Iraq nel 2003. Neanche tra israeliani e palestinesi è mai esistita una guerra, mancando ai palestinesi uno Stato contro cui dichiararla. Per non parlare di Tunisia, Libia, Siria e l'oggi dell' Egitto. Sapore di presa per i fondelli.

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