23 agosto 2013

“Mio figlio è morto per volontà del capo della mafia Provenzano”

Caso Manca - Indagini archiviate - Intervista alla madre del giovane urologo, morto a Viterbo nel 2004, che ribadisce la sua tesi e punta il dito sui giudici: "Non dormiranno tranquilli, questa non è una decisione seria"

di Stefania Moretti
da tusciaweb.eu

Il dolore brucia sempre nel suo cuore di madre, ma da ieri è più forte. Angela Manca ha saputo dai giornali dell’archiviazione delle indagini sulla morte di suo figlio Attilio. Al telefono parla senza lacrime e con la schiettezza di sempre.
Da madre coraggio che, per anni, ha suggerito agli inquirenti dove cercare la verità sulla morte di Attilio. Ma non hanno voluto ascoltarla. “So per certo che mio figlio è morto “per mano” di Bernardo Provenzano – dice -. Ne sono sicura.


Attilio è stato il primo in Italia a praticare l’operazione alla prostata in laparoscopia. E’ stato ammazzato perché ha commesso un’unica imprudenza: quella di raccontare a qualche amico dell’intervento a Provenzano. Altrimenti non si spiegherebbe come il padre di un suo amico, pochi giorni dopo l’omicidio, mi sia venuto a chiedere se aveva operato Provenzano.
Non se ne parlava ancora. Come faceva quell’uomo a saperlo?”. Dal ritrovamento del cadavere, il 12 febbraio 2004 nell’appartamento di Viterbo, la pista Provenzano è rimasta inviolata. La Procura la considera una “leggenda metropolitana”. Per gli inquirenti, l’urologo siciliano 35enne è morto per “una disgrazia di droga”. Lo dice l’eroina iniettata sul braccio sinistro di Attilio che, però, obietta la madre, era un mancino puro. “Non faceva niente con la mano destra”, è il mantra ripetuto per anni dai familiari. Gli inquirenti smentiscono e rilanciano: Manca era un chirurgo, come poteva non saper usare anche la mano destra? La lingua di Angela batte dove gli investigatori non vogliono guardare: il capo dei capi.

La trattativa Stato-mafia. E Attilio stritolato da un meccanismo più grande di lui. “Dietro l’omicidio di mio figlio c’è il capo della mafia. Si sta cercando di coprire personaggi potenti. A Belcolle c’è sicuramente qualcuno che sa, ma nessuno parla. Una Procura seria avrebbe cercato i tabulati telefonici di quando mio figlio è andato a Marsiglia. Questo, invece, non è stato fatto. Né è stato dato peso al testimone che ha parlato del rifugio di Provenzano vicino Viterbo”. Sui cinque indagati di Barcellona Pozzo di Gotto aleggiava un solo sospetto: che avessero ucciso Attilio colposamente, cedendogli la dose letale di eroina.

A questa idea, Angela Manca non ha mai creduto. E anche se si aspettava un’archiviazione, non può fare a meno di viverla come un’”offesa”. “Un’offesa a me come madre, ma soprattutto a uno Stato che non protegge i cittadini onesti. Ero certa che il caso sarebbe stato chiuso, ma una ferita non brucia meno solo perché ci si aspetta di riceverla. Da quando ho capito quale piega stavano prendendo le indagini, ho smesso di avere fiducia nella Procura di Viterbo. Proprio per questo, se c’è anche una sola possibilità di far assegnare il caso a un’altra Procura, ci batteremo perché questo avvenga”. Sulla prossima udienza preliminare per Monica Mileti, l’unica aver ricevuto l’avviso di conclusione delle indagini, Angela sorride rassegnata. “Quella povera donna è stata messa in mezzo. E’ l’ennesima stranezza di queste indagini. Strane da sempre. Dall’inizio alla fine. Strane anche nel fatto che non abbiamo ancora ricevuto alcuna comunicazione formale dell’archiviazione. E’ un altro segno di mancanza di sensibilità nei nostri confronti. Ma non credo che questa gente dormirà sonni tranquilli. Sanno troppo bene di non avere la coscienza a posto. La decisione che hanno preso non è seria”.

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