27 marzo 2015

Tunisi, il Social Forum in un paese che vuole restare normale

Dopo la manifestazione di apertura, che si è svolta ieri sera sotto una pioggia torrenziale, si è aperto oggi il Forum. Decine di migliaia di partecipanti da tutto il mondo, moltissimi giovani tunisini, molte delegazioni dai paesi del Maghreb, ampia presenza di giovani dal resto del continente africano e, come consueto, varie centinaia di brasiliani

da http://www.pressenza.com
25.3.2015


“Dopo il 18 marzo il rischio è che nella popolazione cresca la richiesta di un regime forte, una dittatura, per fronteggiare il rischio del terrorismo e dell’integralismo islamico – mi racconta Fathi Chamkni, deputato tunisino del Fronte Popolare all’opposizione dell’attuale governo. “Sull’esercito non abbiamo timori: quattro anni fa ha difeso la rivoluzione e nella nostra storia è sempre stato leale verso chi governava, chiunque fosse e qualunque sistema ci fosse.” “Diversa è la situazione della polizia, che nel passato ha represso i movimenti democratici e in gran parte rimpiange il regime precedente. Oggi le cose vanno un po’ meglio perché è nato un sindacato di polizia che difende gli spazi di democrazia, ma alcuni dei vertici della polizia che il governo ha dimesso dopo l’attentato del 18 marzo erano tra quelli che sostenevano il regime precedente.

La polizia si divide quindi in tre parti: una minoritaria che sostiene la democrazia, una che ha simpatia verso settori islamici integralisti e la maggioranza che è a favore di un regime forte. E questo è un problema”. “Il governo attuale è debole. Il Fronte Popolare ha convocato una conferenza nazionale per maggio; abbiamo grande urgenza di aggiornare la nostra strategia e dobbiamo riuscire a rendere evidente alla popolazione che esiste un’alternativa al terrorismo e al richiamo al governo forte e dittatoriale.” Tantissimi i temi discussi nelle decine di seminari che si svolgono nell’Università di El Manar. Ampio spazio hanno avuto sia i temi legati alla sovranità alimentare e alla lotta contro l’accaparramento delle terre, con la denuncia da parte di Via Campesina del ruolo che giocano in questo fenomeno, oltre alle grandi compagnie internazionali, anche alcuni paesi europei, sia la lotta al traffico degli esseri umani.

Questo tema è stato al centro di un seminario organizzato da Libera e da alcune associazioni tunisine, al quale hanno partecipato i comboniani e la Federazione delle Chiese Evangeliche: in assenza di una collaborazione umanitaria tra gli stati, si tenta di rafforzare la collaborazione tra la società civile dalle due sponde del Mediterraneo. Se si eccettuano il discreto controllo da parte della polizia, al quale devono sottoporsi tutti coloro che entrano al Forum, la presenza di alcune camionette militari davanti ai punti sensibili situati nel centro della città e i rotoli di filo spinato in alcune traverse della centrale Avenue Burghiba, non è facile per i partecipanti al Forum rintracciare i segni della strage del 18 marzo. In ogni caso il Museo del Bardo rimarrà chiuso tutta la settimana.

 Ho incontrato un gruppo di ragazzi tunisini che partecipano al Forum e ho chiesto loro com’è cambiata la loro vita dopo il 18 marzo. “Tutto prosegue come prima – mi hanno risposto. Non deve cambiare nulla, altrimenti diamo ragione ai terroristi. Certo che abbiamo paura; è vero che alcune migliaia di nostri connazionali combattono in Siria a fianco dell’ISIS ed è anche vero che qui ci sono delle cellule dormienti, ma la nostra vita non deve cambiare. Noi dobbiamo difendere la democrazia che abbiamo conquistato con la nostra rivoluzione cinque anni fa e se sarà necessario sapremo resistere.” Non sono solo i ragazzi presenti al Forum a pensarla così. L’impressione che si ha qui a Tunisi è quella di uno sforzo nazionale collettivo per cercare di mostrare in ogni aspetto della vita quotidiana un senso di normalità. La maggioranza dei quotidiani tunisini riporta le notizie relative alle indagini sui fatti del 18 marzo in prima pagina, ma spesso non dedica loro l’apertura e gli articoli riprendono nelle pagine interne, spesso preceduti da altre notizie nazionali o internazionali. Questa scelta ha certamente anche motivazioni economiche, ossia evitare un forte calo del turismo: si considera che siano alcune migliaia (tra i 3 e i 5.000) i turisti che hanno cancellato le loro prenotazioni per le vacanze pasquali. L’obiettivo delle autorità tunisine è quello di considerare l’attentato una parentesi in un paese che rimane “normale”, a differenza di quanto avviene in tutti i paesi confinanti.

Evo Morales: siamo una minaccia per il capitalismo

Evo l’ha espresso in una intervista telefonica con Telam, nella quale ha manifestatoil suo appoggio forte al governo di Nicolas Maduro e ha condannato le misure di Obama... 

da http://www.pressenza.com/
(Traduzione dallo spagnolo di Stefano Colonna)


Il presidente della Bolivia, Evo Morales, ha dichiarato che Barack Obama “quando dice che Venezuela è una minaccia alla loro sicurezza si sbaglia”, perché in realtà “deve considerare tutti i popoli della Grande Patria una minaccia per il sistema capitalista, perché non si può più rubare come prima” in “questo cammino di liberazione che abbiamo intrapreso”. Evo l’ha espresso in una intervista telefonica con Telam, nella quale ha manifestatoil suo appoggio forte al governo di Nicolas Maduro e ha condannato le misure di Obama.. “Quest’aggressione politica alla sovranità e i loro attacchi con caratteristiche economiche non hanno altro obbiettivo che attaccare il processo di liberazione che viviamo”, ha dichiarato MoralesNon possono più rubare. Il Presidente della Bolivia ha valorizzato anche “il forte processo di integrazione” che stanno sviluppando i paesi della regione già da una decade, mentre dall’altra parte “il capitalismo traballa non solo nel sociale, ma anche economicamente”. “Debbono comprendere una volta per tutte che abbiamo il diritto di liberarci e controllare le nostre risorse.

Questo è stato ed è qualcosa di fondamentale per tutti i nostri paesi e sopratutto per la Bolivia, perché già non siamo il cortile di nessuno, come diceva Nestor Kirchner”, ha detto il presidente. In pariticolare Morales ha evocato con emozione la figura dell’expresidente argentino e ha assicuratoche uno dei suoi “più grandi ricordi” riguardano il IV summit delle Americhe svoltosi a Mar de Plata il 4 novembre 2005, noto come il summit del NO al ALCA. “Ho sempre presente il dibattito dell’ALBA, o area del libero guadagno del capitalismo, come ne parlavamo con Nestor Kirchner. Quella posizione forte comune fu fondamentale, per questo sempre ricordo quando Kirchner diceva che non eravamo il cortile, mi sa che non deve essere piaciuto molto a Stati Uniti e Canada”. Crescita di Unasur Contemporaneamente il presidente ha sottolineato a crescita che da quel momnto ha avuto la Unasur , organismo che punta al fatto che “diventiamo forti non per invadere paesi, ma per promuovere la pace e la giustizia sociale”. “Gli Stati Uniti e il Canada potrebbero unirsi a noi, ma se non vogliono, non devieremo il cammino iniziato”, ha detto riferendosi al prossimo summit delle americhe che avrà luogo l’11 e 12 aprile in Panama.

 Rispetto all’incontro, oltre ad affermare nuovamente il suo appoggio al Venezuela, si è detto impaziente di incontrarsi con la presidentessa Cristina Fernandez de Kirchner, “per continuare ad avanzare con la forte relazione che unisce i nostri due paesi”. Fine del dibattito chiuso D’altra parte, tenendo conto “degli importanti temi da dibattere in questo summit”, il Presidente di Bolivia ha affermato la necessità che “si finisca con i dibattiti chiusi tra presidenti”, dato che “è fondamentale che i popoli ci ascoltino, finiamola con queste chiacchere nascoste”. Evo Morales, poi, ha assicurato che segue con attenzione “le notizie di attualità di tutti i paesi fratelli”, e che la intervista con Telam “è una buona opportunità per stare in contatto con i fratelli argentini”.