12 agosto 2015

Nadia Vera Pérez: "Se dovesse accadermi qualcosa…"





Nadia, voleva cambiare il volto del Messico. Per questo promuoveva la cultura indipendente e partecipava alle lotte dei movimenti sociali. È stata torturata, violentata e uccisa il 31 luglio, insieme al compagno Rubén Espinosa 

da http://comune-info.net/
di Gloria Muñoz Ramírez*
(All'interno l'ultima intervista a Nadia)

Le indagini sul multi-omicidio nel quartiere Navarte, a Città del Messico, quello in cui hanno perso la vita il giornalista e fotografo Rubén Espinosa; l’attivista per la difesa dei diritti umani Nadia Vera; la studentessa truccatrice Yesenia Quiroz, la lavoratrice domestica Alejandra Negrete, e Mile Virginia Martín, una ragazza di origini colombiane, non solo non devono concludersi con l’inverosimile linea di investigazione della rapina, ma devono essere approfondite sul versante politico. Pochi crimini sono stati tanto annunciati. Due delle vittime, Rubén e Nadia, hanno perfino indicato i loro possibili aggressori.

Se mi accadesse qualcosa, il responsabile è il governatore di Veracruz, Javier Duarte, aveva detto Nadia in un video. Mentre Rubén aveva reso pubbliche le minacce e il motivo del suo forzato e prudenziale allontanamento da Veracruz. David Peña e Karla Michell Salas, avvocati della famiglia di Nadia, non hanno dubbi: la Procura del DF (il Distreto Federal, cioè la capitale) vuole chiudere il caso. Prova a sostenere che non ci saranno altri testimoni con informazioni importanti sulle minacce e le molestie che aveva subito Nadia perché c’è già un arrestato. Eppure, perfino se avessero preso i tre probabili esecutori materiali, questo non dovrebbe comportare l’abbandono di piste politiche da seguire.

 
 
In questi giorni ci sono file di compagni di Nadia e Rubén che hanno importanti informazioni da fornire ma sembra che la procura non abbia intenzione di ascoltarli. È come se avesse fretta. È stata una rapina, (gli assassini) ce l’avevano con la colombiana; è delinquenza comune. Come se Nadia e Rubén si fossero trovati solo nel posto sbagliato. Nadia divideva l’appartamento con due donne con le quali non aveva altra relazione se non quella di condividere il costo dell’affitto. Lei era arrivata alla colonia Navate fuggendo, come Rubén, dalle minacce contro la sua incolumità. Nel 2013 era stata fermata e malmenata dai poliziotti di Veracruz. In quello stesso anno si erano introdotti nel suo appartamento a Xalapa, (capitale del Veracruz, ndt). Nel 2014 la persecuzione si era fatta aperta, per questo Nadia aveva deciso di allontanarsi e andare nel D. F. Qui era arrivata nel gennaio del 2015, appena sette mesi fa.

Nell’appartamento di Navarte viveva con Yesenia ed Esbeyde. È stata quest’ultima a trovare i corpi e a fare la denuncia. Nulla indica che Mili Virginia, della Colombia, vivesse con loro nell’appartamento di tre stanze, avvertono gli avvocati. Nadia y Rubén erano amici da Xalapa. Il 9 di giugno, dopo essere stato minacciato, Rubén era arrivato al DF e aveva cercato Nadia per avere un appoggio. Appartenevano allo stesso gruppo di attivisti a Xalapa e condividevano, con il resto dei loro amici, le minacce aperte e le molestie costanti. Martedì 11 agosto altri testimoni si presenteranno per dare informazioni sul movente politico dell’omicidio. Che la procura generale del D.F. non li ignori, che non faccia il lavoro sporco. Fonte: la Jornada Traduzione per Comune-info: marco calabria

11 agosto 2015

Yemen: l'inconfondibile suono del massacro






Mentre il violento conflitto in Yemen prosegue lontano dai riflettori, la situazione umanitaria continua a peggiorare e ha raggiunto livelli inaccettabili

da http://www.medicisenzafrontiere.it/
(All'interno l'audio della testimonianza di Lamia Bezer)

È il 19 luglio. Siamo in piedi dalle 4 e mezza perché ci sono arrivate numerose vittime da arma da fuoco e abbiamo finito quando ormai era mattina.

Stiamo facendo il giro visita e siamo appena alla prima stanza quando sentiamo suonare la sirena, inconfondibile suono che significa "mass casualty" al quale tutti rispondono precipitandosi in pronto soccorso per dare una mano. Siamo increduli perché di solito sono io a suonarla e forse é stato un errore. Andiamo verso il pronto soccorso e ci troviamo davanti a quello che sarà l’inizio di una tragedia. Corro fuori dalla porta d’ingresso e vedo vari mezzi ripieni di persone o forse dovrei dire corpi perché molti di loro sono immobili. La guardia all’ingresso suona un campanello per avvertici dell’arrivo di un nuovo paziente ma ora è un suono dietro l’altro in un susseguirsi rapido e incessante che diventa in un unico lungo drrrrrrin. Non ci sono dubbi, non era un errore, è una mass casualty. Rimango sulla terrazza per fare il triage, un compito terribile ed emotivamente devastante, in cui si deve decidere delle condizioni di tutte le vittime nel giro di pochi secondi. E non si ha tempo di pensare che chi è in agonia ha diritto ad una morte dignitosa perché lo staff deve concentrarsi su tutti coloro che hanno una chance di sopravvivere. Le vittime sono portate a braccio da decine di persone che li hanno raccolti sul campo di battaglia, o in questo caso, dalle macerie delle loro case che sono state bombardate alla cieca. Tutti corrono più veloci che possono nella speranza di portare corpi che siano ancora vivi, e gridano per farsi spazio tra la folla e poterli lasciare in un letto d’ospedale. Per poi tornare in prima linea a cercare nuove vittime. I primi dodici ingressi sono cadaveri, li guardo brevemente in volto mentre cerco un segno di vita. Poi faccio cenno di portarli nella "Black zone". Continuo per alcuni minuti che sembrano ore e mi rendo conto che devo delegare il triage e gestire il resto dell’ospedale perché nell’atrio è il caos. Il corridoio che porta alla zona rossa dove vengono portati i malati critici è bloccato. Una fila di cadaveri e pazienti in extremis ha bloccato l’accesso. Chiedo aiuto ad una delle guardie, poi a un portantino. Mi rendo conto che sto gridando perché c’è un chiasso di sottofondo e nessuno riesce a distinguere le voci singole che vengono nascoste da urla di disperazione, rabbia e pianti. Qualcuno mi prende la mano. Abbasso lo sguardo e vedo questi due occhi sgomenti e pieni di lacrime. Avrà sette anni o giù di lì, sta singhiozzando, mi dice qualcosa in arabo che io non capisco. Mi tira per un braccio vuole che lo segua. La traduttrice lo prende per mano e lui le ripete gridando: dove è la mia mamma? Voglio la mia mamma! Poi corre fuori da solo alla vana ricerca e scompare nella folla. Ci sono corpi dilaniati dalle esplosioni, parenti delle vittime che cercano i loro cari con il terrore negli occhi di chi ha visto la stessa scena troppe volte e sa come andrà a finire, membri dello staff che sono devastati dalla vista della loro gente colpita e che corrono per aiutare i più. Devo rimuovere i cadaveri ma non so come fare, sono troppo pesanti per portarli da sola. Devo portarli fuori, sono troppi per rimanere nel corridoio, ne arriveranno molti altri e non avremo più spazio per i vivi. Mi guardo intorno e vedo un bambino.

Avrà avuto cinque anni circa. È sdraiato in mezzo a tutti gli altri ma è così piccolo rispetto a loro. È stato colpito alla testa, deve essere stata una morte veloce penso. Mi chiedo se abbia sofferto. Ha un’espressione stupita sul volto, per quello che riesco a vedere che non sia coperto di sangue. Mi faccio spazio tra i corpi e lo sollevo di forza. Lo tengo tra le braccia e la sua testa è appoggiata al mio petto come se stesse dormendo. Ma non dorme, è morto. Mi faccio spazio tra la gente e lo porto fuori dall’uscita laterale. Trovo una camionetta aperta sul retro, sembra un furgone per le consegne del latte. Eppure oggi non porta cibo ma una pila di corpi uno sopra l’altro, accatastati come sacchi di farina. Mi viene un conato di vomito. Ci sono cento gradi e non respiro. Mi sento la maglia appiccicata addosso e penso che sia il sudore ma è il sangue di questo piccolo essere che mi cola addosso lentamente. Mentre scendo i gradini la gente attorno a me non parla più, non li sento gridare. Sento qualcuno che singhiozza. Mi rendo conto che sono io. Mi guardano in silenzio mentre scendo le scale con quel corpo tra le braccia e piango come se questo bambino fosse il mio.

Lo appoggio più dolcemente che posso accanto ad un altro corpo, sul marciapiede. Gli chiudo gli occhi. E da quel momento non sono sola. Una fila di mani mi aiuta a portare tutti gli altri corpi fuori dal corridoio. Per fare spazio a chi forse ce la farà. Era solo l’inizio di una strage, il cui aspetto più devastante è che è passata in silenzio. Lamia Bezer, 38 anni, chirurgo, responsabile medico dell’ospedale di MSF ad Aden. MSF in Yemen Mentre il violento conflitto in Yemen prosegue lontano dai riflettori, la situazione umanitaria continua a peggiorare e ha raggiunto livelli inaccettabili: i civili sono bloccati dietro le linee del fronte, senza cure mediche, beni alimentari, carburante e acqua. C’è un urgente bisogno di aumentare l’accesso alle cure mediche e ai beni di prima necessità per la popolazione yemenita. Siamo una delle poche organizzazioni ancora attive in Yemen. Stiamo lavoramdo in diversi ospedali, gestiamo ambulatori, cliniche mobili e forniamo acqua, beni di prima necessità e kit igienico-sanitari a migliaia di persone in tutto il paese. Maggiori informazioni sull'intervento di MSF in Yemen su: www.msf.it/yemen

Il Muos è sotto sequestro, ma fermarlo tocca a noi

Cronaca multimediale della manifestazione No Muos a Niscemi

da http://www.globalproject.info/

Sabato 8 agosto 2015, Niscemi, Contrada Ulmo.La città di Niscemi, dopo chilometri in mezzo all'entroterra della provincia di Caltanissetta, è su un altopiano.

Siamo nella Riserva naturale orientata Sughereta, che fino a poco tempo fa era la più grande della Sicilia centro-meridionale. Per arrivare al Presidio No Muos, che dal 6 al 9 agosto ha ospitato anche un campeggio No war, ci fermano molto prima. I vigili urbani bloccano auto e pullman a circa 2 kilometri dal Presidio. Dobbiamo andare a piedi. Da due giorni, sul terreno dove si trova il presidio, acquistato grazie ad una campagna nazionale, attivisti siciliani e non, hanno svolto momenti di incontro ed alcune iniziative. Il primo giorno di campeggio, durante la notte, una passeggiata rumorosa ha disturbato con cori, canti e battitura delle reti i militari che si trovano all'interno della base, al cancello quattro. Il giorno successivo per due ore alcune barricate e un blocco stradale di fronte al presidio ha ostacolato il passaggio al via vai continuo e consistente delle forze dell'ordine. Dopo la rimozione dei blocchi un gruppo di attivisti ha poi raggiunto le reti della base, tagliandole in alcuni punti. Il corteo, l'8 agosto parte dal presidio attorno alle 15.30. Il tempo, certo non aiuta, da qualche giorno infatti sulla Sicilia sud orientale è stabile una pertubazione che ha portato con sè forti piogge e temporali.
L'area è militarizzata, oltre ai kilometri di recinzioni che delimitano l'intera, vastissima, area della base americana NRTF-8, si è aggiunta l’installazione di un faro che illumina una parte del perimetro della base e del presidio permanente e posizionato filo spinato a ridosso delle reti. "Piove, piove, può anche nevicare ma il Muos se ne deve andare" si grida in corteo che inizia la sua lunga marcia attorno alle recinzioni. La manifestazione di circa 500 persone, seguito a vista dall'interno del perimetro militare da uno spiegamento spropositato di Digos, carabinieri e Guardia di finanza, si è spinta oltre il percorso autorizzato dalla Questura. Dopo la battitura delle reti si è poi tagliata una parte della recinzione difesa da un reparto di finanzieri e poliziotti in assetto antisommossa. La tensione è salita quando un poliziotto ha lanciato una torcia fumogena verso i manifestanti. Il corteo ha poi deciso di continuare fino alla collina dove si trova il Muos.
Si è ricordato spesso, durante la manifestazione, che nonostante il Muos sia ora sotto sequestro e non in funzione, questa battaglia non è ancora vinta. "Ci siamo sempre detti contrari non solo alle tre parabole ma all’intera base", scriveva nei giorni scorsi il Comitato No Base di Niscemi, "le antenne Nrtf, che nel corso degli anni abbiamo scoperto essere nocive e pericolose almeno quanto il Muos, continuano a funzionare indisturbate". Si tratta di un provvedimento cautelare e questa tre giorni organizzata in questo sperduto, bellissimo e devastato angolo della Sicilia, è servito proprio a non far scendere la tensione, a rimanere vigili perchè, come qualcuno gridava davanti al tratto di recinzione tagliato, "dobbiamo riprenderci quello che ci tolgono, noi dobbiamo insorgere per non morire".

10 agosto 2015

Cosa mangia Messina Denaro, l'incarnazione dello Stato-mafia?





Un alito di vento, dicevamo. Che non lascia impronte, non lascia tracce. Quali santuari si aprono e si chiudono al suo passaggio? Quali porte carraie? Quali città sotterranee? E che divise indossano gli Uomini degli Stati in cui si muove?

di Saverio Lodato
da antimafiaduemila.com

Sarebbe interessante sapere cosa mangia Matteo Messina Denaro, il superlatitante mafioso che da oltre vent’anni è diventato l’ennesimo rompicapo per quell’esercito di investigatori che lo cercano giorno e notte.

Anche se - purtroppo - non sappiamo da quanti eserciti sia composta l’armata che lo protegge e lo difende.
Parafrasando infatti ciò di cui si diceva convinto il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach, il latitante è ciò che mangia. Ricordate Bernardo Provenzano? Lo prelevarono, quarantadue anni dopo che si era dato alla macchia, in una masseria alle porte di Corleone. Corleonese di nome e di fatto, Provenzano era nato a Corleone, concluse le sue gesta a Corleone, e prima di diventare gran capo di Cosa Nostra, aveva svolto un pluridecennale tirocinio nel clan dei corleonesi. La sua alimentazione non si discostava di una virgola da quella che potremmo definire la "dieta campestre corleonese". Si nutriva con cucchiaiate di miele purissimo, zu Binnu. Adorava la cicoria e le erbe selvatiche. Beveva latte di capra appena munto. Non rinunciava mai alla sua ricotta preferita. Degustava formaggi freschi dei caseifici dove era sempre stato di casa, in quel di Corleone. Espressione dell’ultima mafia proto arcaica, Provenzano - si disse - fu l’inventore dei "pizzini", forma rivoluzionaria di comunicazione criminale, quanto lo era stata, per il mondo moderno, l’invenzione della radio del Marconi. Ecco: in questo senso, si può dire, che Provenzano fu, sino in fondo, ciò che mangiava. E forse fu proprio quell’alimentazione sana che gli permise di mantenere buoni rapporti con lo Stato, accettandone la richiesta, da lui prontamente accolta, di far coincidere la sua direzione, all’indomani della cattura di Riina, con una lunga "pax mafiosa" che mise al bando stragi, delitti eccellenti e guerre di mafia. Ottenendo in cambio dallo Stato un altro decennio di aria pura e vita all’aperto.

Poi anche lui, come tutti i frutti maturi, cadde dall’albero e oggi lo ritrovate nelle patrie galere. Se trasferiamo però questi schemi esistenziali all’odierno Messina Denaro, i conti non tornano più. Quindi torna la domanda iniziale: che mangia Matteo Messina Denaro? Sull’argomento i collaboratori di giustizia non hanno fornito - a quel che se ne sa - informazioni o particolari illuminanti. I blitz di polizia e carabinieri, che questa volta - dicono gli addetti ai lavori - indosserebbero finalmente la maglia della stessa squadra, si susseguono ormai da anni. Sono così caduti nella rete repressiva la sorella e i parenti più stretti del Latitante Denaro, inteso Diabolik, i parenti più larghi, i conoscenti più stretti, i conoscenti più alla lontana, i prestanome più impensabili, in una Castelvetrano dove vien statisticamente da chiedersi se vi abiti anche qualche persona per bene. Le cifre dei patrimoni sequestrati e in via di confisca sono da capogiro: si parla di capitali miliardari. Nonostante tutto, Teresa Principato, il pubblico ministero che guida la task force che dà la caccia al Padrino Cibernetico, mentre evidenzia con legittimo orgoglio i successi conseguiti sin qui, non può fare a meno di osservare che Denaro "gode di protezioni molto in alto", che vive lunghi periodi a Castelvetrano, ma spesso e volentieri "si allontana dalla Sicilia e anche dall’Italia". Il tutto, manifestandosi conservatore rispetto alla tradizione dei "pizzini". Secondo le cronache, che avranno pure qualche fondamento, l’attuale capo di Cosa Nostra negli ultimi anni non avrebbe rinunciato a puntate intercontinentali in Centro America per andare a risolvere "di persona" qualche problemino insorto nel traffico mondiale della cocaina, sarebbe di casa in Tunisia e Spagna, Svizzera e Francia. Che abbia documenti falsi, è facile intuirlo. E per renderli più credibili, ancora una volta sono le cronache a venirci in soccorso, sarebbe ricorso a ritocchi di plastica facciale e dei polpastrelli. E’ possibile. Non sarebbe né il primo né l’ultimo caso di una infinita galleria criminale dove rifarsi i connotati è sempre stata considerata la via più sicura se non per bloccare la giustizia quantomeno per rallentarne il corso.

Eppure tutto ciò non ci basta, non può bastare. Sembrano trascorrere i secoli di questa storia infinita e, se non trascorrono i decenni di rito, di acchiappare il latitante di turno non se ne parla. Questo è strano. Nel mondo filmato in tempo reale da milioni di telecamere, come si fa, anche se con le sopracciglia e i polpastrelli modificati a farla franca così a lungo? Come si fa a diventare un alito di vento, avendo al proprio seguito la legione di fiancheggiatori i quali, fra l’altro, continuano a cadere nella rete come i pesci? E qui bisogna abbandonare la facile tentazione del folklore, basandosi su alcuni elementi "pesanti" messi in luce dalle cronache recenti. Matteo Messina Denaro terrebbe in pugno l’archivio dei segreti di Cosa Nostra durante la Prima repubblica e agli albori della cosiddetta "Seconda Repubblica". Archivio, detto per inciso, che avrebbe ereditato da Totò Riina quando i carabinieri del Ros guidato dal generale Mori, vuoi per distrazione, vuoi per errori nella catena di comando, vuoi per un colpo di sonno, si distrassero dal covo di via Bernini, dove appunto era stato catturato il Riina, e che qualche giorno dopo fu scrupolosamente perquisito dai boss dell’epoca. Se fosse davvero così, si capirebbe perché Denaro impiega tanto tempo a cadere dall’albero. L’altro elemento "pesante" che lo riguarda ha a che vedere con la condanna a morte emessa da Cosa Nostra nei confronti di Nino Di Matteo il pubblico ministero che indaga, insieme a una sparuto drappello di colleghi, contro tutto e contro tutti, sulla Trattativa Stato-Mafia. Sarebbe stato proprio Denaro a ordinare ai palermitani il reperimento del tritolo (si parla di 200 chili) necessari a far saltare per aria il magistrato e la sua scorta. Se anche questo fosse vero, e pare che gli investigatori abbiano pochi dubbi in proposito, si capirebbe ancora meglio perché il Denaro va e viene dalla Sicilia, va e viene dall’Italia, indisturbato come un’allodola in volo. Ci inquieta, infine, che il Denaro abbia appena 53 anni. Michele Greco, Totò Riina, Bernardo Provenzano, avevano abbondantemente raggiunto l’età pensionabile prima di incontrare il giuda mafioso di turno che li avrebbe consegnati agli uomini dello Stato. Viaggia e vola, il Denaro. Va di fretta. Sembra godere di complicità persino nella dogane più ostiche. Un alito di vento, dicevamo. Che non lascia impronte, non lascia tracce. Quali santuari si aprono e si chiudono al suo passaggio? Quali porte carraie? Quali città sotterranee? E che divise indossano gli Uomini degli Stati in cui si muove? Matteo Messina Denaro è la prima incarnazione vivente dello Stato-Mafia. Lasciateci questa nostra convinzione. Ne è la rappresentazione plastica, totalmente inedita nella storia di Cosa Nostra. Una vita come la sua non è spiegabile con la "ricetta" del miele, della cicoria, della ricotta e dei formaggi caprini. E’ abituato a sedere in tavole imbandite a rigor di etichetta, il Diabolik di Castelvetrano.

E siede a quei tavoli perché molto sa e molto potrebbe raccontare, mentre i suoi interlocutori sanno benissimo chi sta lautamente pranzando con loro. In conclusione: se lui non si convince a imboccare il viale del tramonto, darà ancora molto filo da torcere ai suoi inseguitori. E se non sappiamo cosa mangia il Denaro, forse ciò dipende dal fatto che molti di quelli che parlano di lui non gli sono arrivati così a tiro. E’ solo un’ipotesi. Vedremo, prossimamente.