15 agosto 2016

Chelsea Manning punita anche per aver tentato il suicidio

La whistlebower rischia di finire di nuovo in isolamento, come punizione per aver cercato di uccidersi 

da Wired.it
Philip Di Salvo
Il militare che ha dato via al caso Wikileaks, subito dopo il processo che l'ha visto condannato, ha dichiarato di essersi sempre sentito donna e ha iniziato un percorso di transizione col nome Chelsea. Chelsea Manning, la soldatessa in carcere negli Usa dal 2010 per essere stata la whistleblower fonte della maggiori rivelazioni di WikiLeaks, potrebbe veder peggiorare le sue condizioni detentive ulteriormente.


L’esercito le ha infatti recapitato una lettera minaccindo possibili provvedimenti disciplinari in seguito al suo tentato suicido in carcere dello scorso 5 luglio. Nella comunicazione, giunta nella giornata di ieri, si legge che in seguito a delle “administrative offenses” causate dal tentato suicidio, Manning potrebbe tornare in isolamento. 

A dare la notizia della comunicazione, Manning stessa, che ha dettato telefonicamente il contenuto della lettera. La notizia è stata confermata dal suo team legale nella serata italiana di ieri.

L’American Civil Liberties Union (ACLU), che segue il caso legale di Chelsea Manning, ha scritto in un comunicato diffuso ieri che, qualora il provvedimento minacciato venisse attuato, la whistleblower potrebbe trascorrere il resto della sua detenzione in condizione di isolamento. Per il suo coinvolgimento con WikiLeaks, Chelsea Manning è stata condannata a 35 anni di carcere nell’estate del 2013. “È profondamente preoccupante che Chelsea Manning sia ora oggetto di un’indagine e di una possibile punizione per il suo tentativo di togliersi la vita”, ha dichiarato Chase Strangio, avvocato di Aclu che segue la whistleblower, “il governo è a conoscenza da tempo della sua angoscia dovuta all’assistenza medica negata per la sua transizione di genere, cure che sono ancora ritardate e negate. Chelsea Manning sta soffrendo della peggiore depressione da quando è stata arrestata e ora viene punita per quel dolore”. Lo scorso 5 luglio si diffuse la notizia del tentato suicidio di Manning nel carcere militare di Fort Leavenworth per bocca di una fonte anonima dell’esercito Usa.

Le notizie sulle condizioni di salute di Manning rimasero non confermate per diversi giorni e nemmeno il suo team legale poté mettersi in contatto con lei per verificarle. Il tentato suicidio è stato confermato solo successivamente. I comportamenti che vengono ora contestati a Manning sono “resistenza al personale addetto allo spostamento dalla cella”, “detenzione di oggetti proibiti” e “condotta minacciosa”.

È anche importante ricordare che nonostante Chelsea Manning sia una donna trans, abbia annunciato ormai tre anni fa la sua volontà di iniziare il percorso per la transizione di genere e abbia una comprovata condizione di disforia di genere, è costretta a scontare la sua pena detentiva in un carcere interamente maschile, cui le è persino proibito far crescere i capelli.

Punizioni di questo tipo non sono purtroppo nuove. Nel 2015, Manning si vide già minacciata di possibile isolamento perché in possesso di un tubetto di dentifricio scaduto, una copia del celebre numero di Vanity Fair con in copertina Caitlyn Jenner, il libro I Am Malala di Malala Yousafzai, il romanzo lgbt A Safe Girl to Love, una copia della rivista lgbt Out Magazine e una dell’edizione di Cosmopolitan contenente la sua intervista.
 Nei sei anni che ha trascorso finora in carcere, tre attendendo l’inizio ufficiale del processo, Manning ha già trascorso diversi mesi in carcere in isolamente e in condizioni estremamente severe. L’Onu parlò a questo proposito, nel 2012, di condizioni detentive “crudeli e inumane”. A inizio maggio, Chelsea Manning scrisse un pezzo per il Guardian raccontando la sua esperienza in isolamento nel carcere di Quantico, in Virginia, descrivendola come “una tortura senza contatto fisico”: “Per 17 ore al giorno ero seduta di fronte a due guardie del corpo dei marine sedute dietro a uno specchio semiriflettente.

Non mi era consentito sdraiarmi o appoggiare la schiena contro la parete della cella. Non mi era consentito fare esercizio fisico. A volte, per evitare di impazzire, mi alzavo, camminavo, o ballavo, dato che ballare non è considerato esercizio fisico” La vicenda carceraria e umana di Chelsea Manning continua a essere caratterizzata da soprusi e violenze psicologiche che denunciano un accanimento eccessivo e inumano nei confronti di una persona, per altro in una situazione psicologica estrema, in carcere per essere una fonte giornalistica. La situazione di Chelsea Manning, in particolare, è emblematica anche della severità draconiana con cui l’autoproclamatasi “Amm.ne più trasparente della storia” di Obama ha deciso di trattare il whistleblowing nei suoi otto anni di presidenza.

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